Wodehouse al tempo delle bombe (dal Corriere della Sera)

Mi chiedo cosa direbbe P.G.Wodehouse di quello che sta accadendo in Gran Bretagna. Niente, probabilmente. Non perché non avrebbe capito, come pensano i maligni, ma perchè il suo mondo è una sorta di universo parallelo: Matrix l’ha inventato lui, non i due Wachowski. Le sue zie autoritarie, le sue scrofe imperiali e i suoi giovanotti scapestrati non fanno parte della realtà, ma popolano una sorta di iperuranio britannico, che ha resistito al crollo degli imperi e all’aumento dei costi della servitù. Difficile che una bomba possa scalfire la bolla dove Pelham Grenville Wodehouse è andato a chiudersi, ospitando periodicamente milioni di lettori stanchi delle complicazioni del mondo.

Evelyn Waugh era d’accordo: “Wodehouse ha creato un mondo affinché ci potessimo vivere e divertirci… Un mondo idilliaco, che non morirà mai.” Previsione azzeccata. I libri di Wodehouse non sono classici nel senso tradizionale del termine – opere immortali, in cui ogni generazione scopre qualcosa di importante e di suo. Resistono in quanto anacronistici e innnocenti. Per capire che P.G.W. (1881-1975) ha continuato a rimpiangere, in fondo, la sua gioventù edoardiana occorre conoscere l’Inghilterra. Per divertirsi con lui basta molto meno: un libro, una sedia comoda, una bibita fresca e qualche ora a disposizione.

Anche per questo in tutto il mondo continuano a ripubblicare i suoi romanzi. L’ultima uscita italiana è “Piccadilly Jim” (Guanda, traduzione di Paola Mazzarelli). Pubblicato per la prima volta nel 1917 (un particolare che l’editore deve considerare un segreto di Stato, perché non compare da nessuna parte), racconta la storia di un giovanotto newyorchese che combina guai a Londra, torna in patria e riesce a conquistare la bella, volitiva fanciulla di cui aveva deriso le poesie in una feroce recensione.

Non ci sentiremmo di definirlo un libro indimenticabile. Non tutti i personaggi sono riusciti, e la trama è un po’ macchinosa (anche se il finale, molto teatrale, è spassoso). Tutto questo diventa irrilevante, però: Wodehouse riesce infatti a infilare nel romanzo una serie di piccole perle. E noi, in fondo, lo leggiamo per quello.

C’è l’orrendo adolescente Ogden che la famiglia vuole rieducare in una clinica per cani (una tentazione che, sono certo, è anche di molte mamme italiane). C’è lo zio bizzarro che non teme di andare in prigione: “Ho una bella voce. Magari è la volta che riesco a fondare un coro”. C’è la scena esilarante del ricco newyorchese esiliato dalla moglie a Londra: in crisi d’astinenza da baseball, insieme al maggiordomo, riproduce una partita sparpagliando sul pavimento la prima colazione (il bacon, per chi fosse interessato, è la terza base).

Ho scelto tre passaggi a caso: ce ne sono altri che strappano una risata o almeno un sorriso. La forza di P.G. Wodehouse – lo si intuisce in questo romanzetto giovanile e lo si capisce nei lavori della lunghissima maturità – è infatti la scrittura, che serve magnificamente il suo umorismo svampito. Solo un mattocchio o un grande autore può accostare aggettivi e sostantivi in quel modo, o inventarsi certe metafore. Nelle stazioni inglesi sciamano “piccoli venditori ottimisti” e “i facchini corrono avanti e indietro come scarabei della sabbia.” Nei caffè di New York “apostoli del libero amore spiegano le loro dottrine a persone che le praticano da anni senza saperlo.” E la bocca della signorina Trimble “ha la stessa espressione ferocemente intimidatoria delle porte chiuse della metropolitana che avete appena perso”. Certo, non è Oscar Wilde. Ma è Wodehouse d.o.c., e non è poco.

Ripeto: paragonato ai libri del ciclo di Jeeves, alla saga di Blandings o ai fulminanti reportage di “Più forte e più allegro”, il romanzo è poca cosa. Ma pensate che di “Piccadilly Jim” hanno fatto tre film: uno nel 1919, andato perduto, con Owen Moore nella parte del protagonista; uno nel 1936; e uno nel 2004, diretto da John McKay e sceneggiato da Julian Fellowes (lo stesso di “Gosford Park”). Il motivo? Sempre lo stesso: anche quando non è al meglio, Wodehouse è un inventore di trame bislacche quanto la vita. Si può leggere in campagna scacciando le mosche col giornale – l’autore suggerisce il Daily Mail “in quanto pratico e maneggevole” – e si può portare in viaggio, per allontanare l’ansia.

L’indifferenza di P.G. Wodehouse per l’attualità è contagiosa: e benefica, se presa a piccole dosi. Com’è noto, questo atteggiamento procurò all’autore parecchi guai. Raccontò infatti con fine (e inopportuno) umorismo il periodo d’internamento in Belgio e Germania, dopo essere stato arrestato dalle autorità militari tedesche a Le Toquet, nel 1940. I nazisti sfruttarono quei racconti a fini propagandistici, e in patria Wodehouse venne accusato di tradimento. In soccorso giunse addirittura George Orwell che, in un celebre saggio (“In difesa di P.G. Wodehouse”, 1945), scrisse, in sostanza, che un umorista non aveva il dovere di tenersi aggiornato. Ma P.G.W. ci rimase malissimo: prese la cittadinanza americana e non volle più tornare in Inghilterra.

E’ utile sapere queste cose prima di leggere Wodehouse. La sua “olimpica indifferenza” ha attraversato tutto il XX secolo e affronta bellamente il XXI. L’espressione è di Franco Cavallone, autore di una eccellente introduzione agli Oscar Mondadori, negli anni ’70: utile per orientare chi, come me, aveva passato l’adolescenza consumando i cagionevoli libri in brossura della Bietti, privi di prefazione, ma forniti di orribili – quindi, indimenticabili – copertine.

All’editore Guanda, che da wodehousiano duro e puro ringrazio per le regolari pubblicazioni, chiedo: perché non inserire qualcosa del genere, e spiegare ai lettori italiani chi era P.G.W., cosa ha scritto e come ha vissuto? Servito così, Pelham Grenville Wodehouse appare solo un eccentrico signore. Invece è molto di più: è un eccentrico signore inglese. E in quest’ultimo aggettivo c’è tutto quello che manca, e lo rende speciale.

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