LONDON CALLING (dal Corriere della Sera)

“Grace under fire” è una bella espressione inglese e vuol dire: eleganza sotto il fuoco nemico. Significa non agitarsi inutilmente, comportarsi con dignità, accettare la sorte e le circostanze. C’è chi la considera freddezza, o insensibilità. E’ invece il comandamento stoico che regola la vita di tanti: inglesi di nascita, o londinesi d’adozione.

“Grace under fire”: ricordiamocelo, in queste ore. Se loro non si strappano i capelli, evitiamo di farlo noi. La cattiva letteratura, in tempi normali, annoia. In giornate come queste, irrita. Londra merita di più che aggettivi a raffica e superlativi inutili. La forza di questa città – seconda a nessuno, neppure a New York – non è dovuta a qualche motivo mistico, o un’educazione particolare. E’ una conseguenza della difficoltà, ma anche della volontà, di stare insieme: in tantissimi, così diversi.

L’anedotto preferito di Montanelli sulla capitale britannica riguardava un barbiere che, dopo un bombardamento della Luftwaffe, accolse Winston Churchill in visita con un cartello piantato sulle macerie “Business as usual”, si lavora come al solito. Il primo ministro, sigaro in bocca, lodò pubblicamente, e con passione, la tempra britannica. Finché il barbiere non si presentò: “Pasquale Esposito, napoletano.”

Non è cambiato niente, in sessant’anni, ed è cambiato tutto. I napoletani di ieri sono gli europei, i cinesi, i pakistani, i coreani, i canadesi, gli australiani e i brasiliani di oggi. Londra è di tutti. Esiste, è ovvio, un’establishment: ma a differenza del nostro, che è sfuggente e impenetrabile, quello britannico è dichiarato, permeabile, quasi ingenuo nelle sue manifestazioni (scuole e club, beneficienze e onorificienze).

Hugh Montgomery-Massingberd, autore di “L’aristocrazia britannica”, ha scritto che le classi sociali, a Londra, “sono come gli scompartimenti intercomunicanti dei treni moderni: uno viene costantemente spintonato dalla gente che va su e giù”. Avrebbe potuto paragonarle alle scale mobili della metropolitana: ogni mattina sono la più ovvia, lunga, affascinante e rumorosa prova di mobilità del pianeta. Chi ha deciso di colpire il “tube” non se l’è presa solo con un mezzo di trasporto, ma con un sistema di convivenza. Ha insultato quattrocentotto chilometri di democrazia. Aggiungendo, alla vigliaccheria, l’infamia.

Certo: l'”underground” è vulnerabile. Lo sapevano gli specialisti di Scotland Yard e lo capiva il turista appena arrivato da Serravalle Scrivia. Centosettantuno chilometri stanno in galleria; profondità media, ventiquattro metri. Le scale mobili sono quattrocentotto – curiosamente, lo stesso numero dei chilometri di binari. Nel 1987 trenta morti morirono per colpa di un mozzicone, e della bizzarra idea di mantenere scale di legno in un labirinto di tunnel.

Quello che è successo ieri era già accaduto mille volte nella testa di chiunque sia sceso per quelle scale mobili. La metropolitana a Londra si chiama underground , “sottoterra”. Non è soltanto un dato di fatto: è una minaccia, e l’annuncio di una punizione. Quando scendete ad Angel, sulla Northern Line, voltatevi indietro: trecentodiciotto scalini vi guardano, e vi rivelano l’onesta ipocrisia di quel nome celestiale.

Il Tube di Londra è la prova generale dei servizi igienici del purgatorio. E’ immenso e imprevedibile: suoni insoliti s’incrociano con spifferi misteriosi e odori indecifrabili. Di tanto in tanto, gli annunci degli altoparlanti – il sesto grado della comprensione dell’inglese: capite quelli, e siete pronti per il mondo – informano che “il servizio è temporaneamente sospeso”. I londinesi – di nascita, d’importazione – non domandano se è stato un guasto, un allarme, uno sciopero o un suicidio. Girano i tacchi e riemergono nella luce bianca di Londra, vagamente sollevati.

Ma finché restano lì sotto, si fidano: viaggiare nella metropolitana di Londra è sempre stato un segno di fiducia nell’umanità. Esistono strane solidarietà e irritazioni codificate. Ieri il sito ufficiale del Tube, insieme a laconiche notizie (“In seguito agli incidenti presso le stazioni di Aldgate, Russell Square ed Edgware Road, e sul London Bus n.30 a Woburn Place, la polizia consiglia di controllare l’itinerario prima di tornare a casa”) compariva la classifica dei comportamenti giudicati più irritanti dai viaggiatori.

1. La gente che non dice excuse me, please e thank you
2. La gente che chiede soldi
3. La gente che ascolta i “personal stereos” a volume troppo alto
4. La gente che sta a sinistra sulle scale mobili
5. La gente che allarga le gambe occupando lo spazio del vicino
6 La gente che si ferma di colpo all’inizio o alla fine delle scale mobili

La prima linea è del 1863. La vecchiaia della metropolitana è, insieme, un vanto e una dannazione. Per essere stati i primi, i londinesi pagano un prezzo non indifferente. Mentre i greci e i portoghesi inaugurano metrò rapidi, efficienti e sicuri, gli inglesi devono adattare, rappezzare, ricucire, ridipingere e ripulire quello che hanno già. Le stazioni moderne – inclusa la Docklands Light Railway, unico caso al mondo di linea futuribile subito vecchia – sono poche; le altre sono geniali ristrutturazioni (Liverpool Street), volonterosi make-up (Tottenham Court Road) oppure restano caverne preoccupanti. Scendete con una valigia a Covent Garden, Notting Hill Gate, Piccadilly Circus, Holborn: solo i dannati e i pionieri si sobbarcano sforzi del genere. Pensate, quando siete ad Hampstead: non sono un minatore, e sono 58 metri sotto terra.

Ma le carenze della metropolitana diventano accettabili, per chi vive a Londra. La mappa del Tube corre nella testa degli abitanti, come un liquido di contrasto multicolore. Certi spostamenti – una ragazza a Sheperd’s Bush se vivi a Leytonstone, un cinema nel West End se lavori nelle Docklands – non sarebbero possibili: i taxisti hanno una conoscenza enciclopedica delle strade della città, ma ancora non volano. Così bisogna scendere, spegnendo ogni volta quel piccolo allarme nella testa. “Going Underground, where the brass band’s bare feet start to pound” cantava Paul Weller: “Vado nell’underground, dove i piedi nudi dei suonatori cominciano a battere il tempo”. Ma lui a quei tempi era giovane e poetico: due aggettivi che non valgono per tutti quelli che ogni mattina si accalcano a Victoria, la stazione più affollata (76 milioni di passeggeri l’anno).

La lamentele sul Tube fanno parte delle conversazioni londinesi: sono una sorta di segnale di appartenenza. Il personale che non sorride, le macchine dei biglietti che dicono “Exact fare only” (solo importo esatto), le tavolette di cioccolato blindate dietro i vetri di macchine distributrici che non funzionano, il treno della linea verde che si ferma tra una stazione e l’altra, il cancelletto-con-ganasce che sembra riconoscere il turista dal passo, e ama umiliarlo, richiudendosi vigliaccamente su di lui.

Per ingannare le attese – gli inglesi, salvo eccezioni, non amano conversare con gli sconosciuti – molti leggono. Leggono i grandi manifesti ipnotici incollati sui muri concavi delle piattaforme (questa pubblicità è chiamata cross-track, “attraverso-il-binario). Leggono poesie che sconosciuti scrivevano sulle pareti di corridoi e carrozze, e l’azienda dei trasporti (London Transport) ha crudelmente incorniciato, uccidendole. Leggono romanzi in edizione economica; documenti di lavoro; giornali. Leggono e ascoltano musica per non pensare che qualcuno potrebbe, in ogni momento, potrebbe approfittare della loro precarietà traballante.

Ieri è successo. Ma, forse, il mostro che ha fatto una cosa del genere non si rende conto d’aver risvegliato un avversario più forte di lui. Londra non è Washington né Pechino: non è più la città potente del pianeta. Ma è la capitale del mondo, ed è questa che conta. Le Torri Gemelle, agli occhi di qualche pazzo, potevano essere la “torri dei potere”. Il “London Tube” sarà solo un tubo, ma è di tutti. E chissà che proprio di lì salga la risposta di tutti. Cantavano i Clash, venticinque anni fa:

London calling to the faraway towns
Now war is declared, and battle come down
London calling to the underworld
Come out of the cupboard, you boys and girls

E’ Londra che chiama le città più lontane
Ora la guerra è dichiarata, comincia la battaglia
E’ Londra che chiama tutti gli esclusi
Uscite allo scoperto, ragazzi e ragazze.

A me piace, e a voi?

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