SOLE A PICCO SULLA PROSPETTIVA NEVSKJI (dal Corriere della Sera)

Sole a picco sulla Prospettiva Nevskji, dove turisti carichi di pacchetti si scontrano con russi pieni di preoccupazioni. Le ragazze di Pietroburgo guardano negli occhi: gli italiani si spaventano o s’innamorano. Un giorno i nostri architetti venivano qui a costruire regge e conventi; adesso arriva la camera di commercio di Bari a piazzare abiti da sposa, ma è dura. La Fiat ha messo in macchina l’Unione Sovietica; l’anno scorso ha venduto quattrocentoventi automobili in tutta la Russia. In tutto il mondo siamo assediati dal basso (i cinesi, gli indiani) e schiacciati dall’alto (tedeschi, americani, scandinavi). Bisogna inventarsi qualcosa.

Il ministero degli esteri ha ragione quando scrive che siamo una “superpotenza culturale” e “questa dimensione s’afferma sempre più come una componente fondamentale della nostra politica estera”. Certo,”bisogna vendere l’aspirazione alla qualità della vita, bellezza, benessere, che distingue nel mondo lo ‘stile italiano'”. Resta una domanda: come?

Rinunciando a proporci come un paese tecnologicamente avanzato? E perché mai? Una cosa non esclude l’altra. In Russia, per esempio, già esportiamo ingegneri milanesi che, a venticinque anni, costruiscono gasdotti per l’isola di Sakhalin; direttori d’orchestra baresi che tengono testa ai colleghi russi; slaviste siciliane che abitano in case dostojevkiane piene di rumori e pazzi. Siamo bravi in tutto, quando vogliamo. Siamo – credete a uno che ha girato tanto – graditi dovunque. Perché siamo una nazione (ancora) ricca che ha conservato un talento dei popoli poveri: non guardiamo la gente del mondo. La vediamo.

La questione diventa: come usare questi talenti? Come trasformare questa capacità d’attrazione in un’offerta commerciale? Riempiendo di lussuosi negozi le vie pacchiane dei nuovi ricchi del mondo? Non basta. Bisogna inventarsi nuovi prodotti e impacchettare bene quelli vecchi: come la lingua (che non è solo lo strumento della memoria, ma la lingua dell’arte, del piacere e degli affari). Per far questo, occorrono due cose. In patria, dobbiamo capire cosa sta succendendo là fuori; fuori, dobbiamo ricordare d’avere una patria, e imparare a lavorare insieme.

Continuo a leggere il documento del ministero: “Il successo della nostra azione dipende da una stretta collaborazione tra gli strumenti di cui dispone il Ministero degli Esteri e quelli delle altre strutture pubbliche (quali il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, l’ICE, l’ENIT, le Regioni, gli Enti locali), e del settore privato…”). Provate a fare i conti: sono centinaia di soggetti, che spesso agiscono all’insaputa uno dell’altro, o in aperta competizione (credevo che guerra fredda fosse finita: finché non ho visto i rapporti di certi Istituti del Commercio Estero con alcuni Consolati, e di alcuni consolati con certi Istituti di Cultura).

Settimana scorsa ero a Mosca per un convegno del British Council (250 uffici in 110 Paesi del mondo, 700 milioni di euro di bilancio). Anche gli inglesi litigano tra loro, ogni tanto. Ma riescono a lavorare insieme. Possiamo farlo anche noi (anche se abbiamo solo 89 Istituti in 60 Paesi). Basta non metterci a filosofeggiare se il vino è un prodotto commerciale o culturale. Perché altrimenti non lo promuove né l’ICE né l’Istituto, e poi parte la solita delegazione regionale, che arriva all’aeroporto e chiede dove sono le ragazze.

Oggi, a Roma, c’è la Terza Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura, dove condurrò una tavola rotonda affollata come una partita di football americano. Speriamo lo spirito sia lo stesso. Noi italiani, insieme, per giocarci questa partita difficile. Ricordando che gli avversari menano, e il tempo passa.

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento