TUTTO INTORNO A UNA PARTITA

ITALIA-SCOZIA


Milano San Siro, 26-3-2005


Qualificazioni per Germania 2006



GLI ITALIANI

(pubblicato sul programma della partita, FIGC)




Dicono che le squadre nazionali siano come certe donne troppo belle: risvegliano le passioni, ma faticano a mantenere la relazioni. Se anche fosse vero, non sarebbe colpa loro. E’ colpa nostra, invece: ma abbiamo alcune attenuanti. Troppe occasioni, molte illusioni, tanti incontri, qualche sospetto: il calcio del ventunesimo secolo è capace, nel bene e nel male, di prosciugare le nostre fantasie. Una partita come questa – contro la Scozia, una squadra tra le più brillanti, con una tifoseria tra le più leali, dentro uno stadio tra i più celebri – ci offre l’occasione di tornare a emozionarci, e farci perdonare.

Non è facile giocare in Nazionale, e neppure allenarla. Le squadre di club non offrono solo un grande spettacolo – pensate alla Champions League di quest’anno – ma incarnano un antico ideale italiano, quello della città indipendente e orgogliosa, decisa a primeggiare. Gli azzurri rappresentano invece il sentimento nazionale, che in Italia è notoriamente ondivago. Passiamo dall’attenzione tiepida delle amichevoli al piacere ansioso delle qualificazioni; e di lì, se va bene, agli amori furibondi dei mondiali e degli europei, dove una vittoria santifica un allenatore, mentre un’eliminazione rapida lo rimuove dalla memoria collettiva.

Però qualcosa, quando guardiamo giocare gli azzurri, accade sempre: se non sul campo, almeno nel nostro cuore. Chiamatelo orgoglio, chiamatelo nazionalismo sportivo, chiamatelo patriottismo. Ma vorrà pur dire qualcosa, se il destino ci ha messo a vivere sulla stessa striscia di terra. Lo capiamo di colpo quando vediamo schierati su un campo ragazzi che somigliano ai nostri figli e ai nostri amici, e quando s’arrabbiano usano parolacce che conosciamo. Il bello di questo sentimento è che non diventa aggressivo, come quello d’altre tifoserie; ma affettuoso, quasi tenero. Il brutto – come dicevo – è che non dura. Quando ?senso della nazione? diventa ?senso civico?, e richiede impegno quotidiano, noi italiani storciamo il naso. Ma questo è un altro discorso, e non è adatto al primo sabato sera di primavera.

Scoprire che il patriottismo ha un buon sapore, comunque, è già qualcosa. Fosse solo una pausa nel litigio nazionale, sarebbe da festeggiare. Ma c’è di più. Ho l’impressione che questo sentimento cresca perché – confusamente, istintivamente – sentiamo di non poterne farne a meno. Il mondo cambia, e ci costringe a decidere chi siamo e cosa ci unisce: memorie familiari e fantasie collettive, scuole e cimiteri, treni e traghetti, cartelli stradali e linea delle colline, vocali musicali, automobili e prime colazioni, sapore del vino e nomi delle vie, arie d’opera e cantautori, profumo nell’aria e tipo di luce, autostrade e retrobottega, caselli e castelli, abiti e giornali, televisione e ricorrenze, eroi e presunti tali, bellezze e scollature, facciate e silenzi. E, naturalmente, l’azzurro di una maglia su un campo verde.

Guardatelo, stasera, sotto le luci di San Siro.



GLI SCOZZESI

(dal Corriere della Sera)



Gli scozzesi hanno lo stesso problema dei napoletani: sono soffocati dal folklore. A Glasgow hanno il whisky e a Napoli la pizza; su il kilt e giù Pulcinella; là le cornamuse e qui i mandolini; a nord il mostro di Loch Ness e a sud l’isola di Capri, che come trappola turistica non scherza. Essere originali, simpatici e divertenti può diventare una condanna, quando nessuno parla d’altro.

Agli scozzesi non dispiace, sia chiaro: se uno non vuol farsi notare, evita di girare in kilt per piazza San Babila. La coltivazione della diversità è un’attività a tempo pieno, per un popolo orgoglioso che ha rinunciato all’indipendenza nel 1707, e non sembra particolarmente interessato a riaverla. Lo Scottish National Party prende, da tempo, un voto su quattro. A dimostrazione che, perfino nell’Europa del XXI secolo, neonazionalista e nevrotica, c’è qualcuno che ha capito tutto. Tanto gli scozzesi comandano comunque: a Londra, dove conta.

Gli scozzesi di Scozia sono cinque milioni, ma sembrano molti di più, e non solo per il casino che fanno quando seguono la squadra nazionale. Altri venticinque milioni vivono in giro per il mondo, dove apparentemente stanno benone. Ma, come gli irlandesi, hanno un attaccamento passionale alla propria terra: che però non diventa animosità verso altri. Con un’eccezione: gli inglesi. Se non esistessero, coi loro numeri e la loro forza (politica, economica, culturale, sportiva), bisognerebbe inventarli. Un po’ come gli juventini per i torinisti.

Questa rivalità diventa, per la Scozia, una ragione di vita. Prendiamo il calcio: tutte le partite – sì, compresa quella di ieri sera – costituiscono, per gli scozzesi, un allenamento in attesa di battere l’Inghilterra nella finale di un campionato mondiale. Anche nel XXIV secolo: non c’è fretta.

Perfino nei difetti le due nazioni competono. Prendiamo gli eccessi alcolici che – mi spiegava sabato scorso un taxista impegnato a perdersi nella periferia di Glasgow – ?sono una questione eminentemente culturale?. La quantità di birra che un serious drinker scozzese riesce a buttar giù in una serata al pub è portentosa – cinque/sette litri – ed è altrettanto grande lo stimolo a eliminare tanto liquido. Queste frenetiche vesciche, e non l’ubriachezza, sono considerate un problema nazionale. The Scotsman ha appena pubblicato le foto del prototipo di ?gabinetto a scomparsa? da installare ad Aberdeen. Appare il venerdì e il sabato sera, e poi scende nel terreno durante la settimana. In Inghilterra saranno certamente invidiosi. Se gli scozzesi inventano questi aggeggi, vuol dire che bevono di più.

Esuberanti, intelligenti e malinconici: proprio come i napoletani, citati all’inizio. Per nulla xenofobi. Creativi: hanno inventato di tutto, dal golf al motore a vapore, dalla bicicletta al pneumatico, dalla televisione alla penicillina. Se hanno un difetto, gli scozzesi, è un’autostima altalenante. Come ha detto Robert Burns – un poeta, non cercatelo nella formazione di ieri sera – ?sognamo di vedere noi stessi come gli altri ci vedono?. In sostanza, d’essere accolti e ammirati come i quindicimila che nelle ultime quarantotto ore si sono scolati Milano, e poi hanno chiesto se ce n’era ancora. E la partita? Be’, hanno perso, e allora?

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