IL PAESE DELLE TESTOLINE DICHIARANTI

Corriere della Sera




 
In un Paese che non si vergogna più dei propri difetti, anzi li sfoggia come fossero medaglie, s’è diffusa anche quest’idea: la classe politica rappresenta perfettamente la nazione. Non credo sia così. Forse chi arriva in parlamento non è migliore, o peggiore, del resto di noi. Ma di sicuro cambia. Per cominciare,  parla in modo diverso.

  
 Prendiamo le  dichiarazioni di voto sul finanziamento della missione in Iraq,  ieri pomeriggio in Senato. Erano ipnotiche: non per le cose che si sono ascoltate – prevedibili, tutto sommato – ma per il linguaggio utilizzato. Noi italiani ci abbiamo fatto l’abitudine, ma uno studente straniero che avesse ascoltato gli interventi dei nostri parlamentari penserebbe d’aver sbagliato secolo. 

 
Ho sentito, nell’ordine, i senatori D’Onofrio, Bordon, Nania, Schifani; ma, sono certo, avrebbero potuto essere altri trecento colleghi.  Sapendo già cos’avrebbero detto, ho cercato di concentrarmi sul modo in cui lo dicevano. Mai “dove”: sempre “ove”.  Un articolo di legge non “stabilisce”: “delibera”. E poi: “ci si consenta qualche parola”,  “quegli eventi passati attraverso la verifica sul campo”, “ci sono stati dei plausi da parte dello scenario mondiale”, “una domanda è risuonata in questi giorni”.

 
 “Una domanda è risuonata in questi giorni”?! Pensate di entrare in un bar e annunciare davanti a tutti: “Una domanda è risuonata in questi giorni!”.  Gli amici  alzerebbero gli occhi dalla carte e direbbero:  basta stravecchio, ragazzo.  La politica invece può parlare così. Tutti lo considerano normale. Gli oratori e – quel che è peggio – noi ascoltatori.

Non c’è solo il vocabolario aulico e la sintassi ardita. C’è la cadenza enfatica da discorso pubblico, che ricorda quella dei vecchi comizi e delle inaugurazioni,  sindaci agricoltori emozionati davanti al microfono, fazzoletti e gonfaloni, e la banda per chiudere. Possiamo chiamarla Pubblica Retorica Italiana, o Pri (lo stato catatonico del partito repubblicano ha, di fatto, liberato l’acronimo).  L’avvertiamo se qualcuno ce la fa notare: se no passa, come un profumo di cucina in un androne.

  
Qualcuno dirà: che importa, sono solo parole! Importa invece, perché le parole consentono alla nostra classe politica di riprodursi per partenogenesi come gli imenotteri, e di nascondere quello che realmente vuol dire/fare. Nelle altre democrazie occidentali – vi assicuro – non parlano così: l’inglese del Congresso non è molto diverso dall’inglese di Coney Island; quello di Westminster somiglia a quello delle West Midlands.  Populismo? Forse: ma almeno passa attraverso una lingua popolare.

 
Accettare che la politica parli una lingua sclerotica  è sbagliato, perché segnala la nostra arrendevolezza (rassegnazione, dice qualcuno).  Vuol dire tollerare, ogni sera, la ridicola sfilata di “testoline dichiaranti” nei telegiornali; e il falso sillogismo dei partiti (“Occupiamo la televisione  perché rappresentiamo tutte le anime del Paese”). Lunedì sono usciti i risultati di una ricerca commissionata dalla Commissione di Vigilanza:  nei Tg Rai, il 62% dello spazio è riservato alle dichiarazioni dei politici,  il 28% alle notizie, il 9% ai contenuti. Sarò pedante, starò invecchiando: ma mi sembra indegno di un Paese civile. 
     
 
Accettare una lingua diversa vuol dire incoraggiare la distanza tra la politica e il resto della nazione (anche i leghisti si sono adeguati: erano nervosi iconoclasti, sono paciosi prevosti). Scrive Gianni Roberti (pastorino@internet.lu): “Sono un collega del ‘Corriere Europeo’ del Lussemburgo (…). Stiamo portando avanti una piccola battaglia qui al Parlamento Europeo per l’abolizione del titolo di ‘onorevole’. I nostri parlamentari infatti sono i soli in tutta Europa a fregiarsene. Mi sembra, però, che sarà difficile far cessare quest’usanza. Che ne dice?”

 
 Dico: in bocca al lupo.

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