C’INTERESSA L’ITALIANO?

Corriere della Sera


Domanda secca: perché gli inglesi e gli americani sono tanto interessati a come parlano e scrivono, e noi no? I libri sulla lingua, di là della Manica e dell’oceano, diventano best-seller: dai noi vengono accolti con stracche recensioni. Ho un sospetto: noi italiani siamo convinti che la lingua non si ama, si usa. E poi succeda quel che deve succedere. L’Accademia della Crusca, com’è noto, non è d’accordo, e mette in campo degne persone. Ma sventolare quel nome agreste  – lo dico con affetto –  vuol dire partire in salita:  quattro quinti della nazione non hai mai visto il frumento, figuriamoci se s’appassiona alla crusca.
 
L’inglese, invece, sembra provocare reazioni sanguigne: più aumentano quelli che lo maltrattano (all’estero, e non solo) più si eccitano quelli che lo difendono.  La notizia del successo di “Eats, Shoots and Leaves – The Zero Tolerance Approach to Punctuation” è arrivata anche in Italia: l’autrice Lynne Truss, come dice il sottotitolo, propone “tolleranza zero” in materia di punteggiatura. Non riesco a immaginare qualcosa del genere in Italia, dove il punto e virgola, pur così sexy, è stato abbandonato; e molta gente ha ceduto al ricatto dei telefonini, scrivendo ” un pò ” (accento) invece di ” un po’ ” (apostrofo).
 
C’è ovviamente di peggio. Invece di portare la lingua quotidiana sui monumenti, abbiamo accettato che la lingua dei monumenti  conquistasse la vita quotidiana. In pubblico, la gente dice  lustri e non cinque anni, volto e non faccia, ventre e non pancia.  Presenta omaggi, e non fa regali. Molti esordiscono con Chiarissimo  scrivendo a professori universitari specialisti in manovre oscure, e tutti chiudono le lettere con Voglia gradire i più distinti saluti. Chi li distingue, quei saluti? Nessuno. Ma il mittente si sente tranquillo.
  
Ricordo Silvio Berlusconi, al tempo degli ostaggi in Iraq: il presidente del Consiglio non diceva “Continuiamo a parlare…”, ma “Abbiamo un’interlocuzione continuativa…”.  Il movente psicologico è lo stesso che lo spinge a usare “Mi consenta…”:  un’insicurezza verbale di fondo,  che attraversa la società italiana come una corrente (da Palazzo Chigi alle case popolari). Il linguaggio come polizza di assicurazione. Anzi: come vestito buono da indossare per le fotografie, e poi rimettere nell’armadio.

Non è solo la lingua ufficiale a comportarsi così. I nostri discorsi sono disseminati di segnali di cautela e d’incertezza. “In Veneto – mi diceva un veneto – molti iniziano le frasi dicendo  Con rispetto parlando… Quando chiedono nome e cognome, a Venezia e a Padova  c’è chi risponde: “Mi saria Tonon Giovanni..”.  Io sarei Giovanni Tonon: ma potrei essere anche qualcun altro, se risultasse necessario”.  Lo stesso, universale, italianissimo  “ciao” deriva da schiao (pronuciato sciao). In dialetto veneto: schiavo, servo suo. Un esordio umile,  poi si vedrà.

Avete letto fin qui? Buon segno: vuol dire che, sebbene pochi scrivano di queste cose (lode a due veneti, Cesare Marchi e il nostro Giulio Nascimbeni!), i lettori sono interessati. Ed è bene che sia così. La lingua cattiva è poco efficace, e spesso è fraudolenta. Lo sosteneva George Orwell nel 1946 (“Politics and the English Language”), e resta vero. Chi difende la buona lingua non difende la noia, né rifiuta le innovazioni. “Palloso”, per esempio, è un neologismo fascinoso, utile per descrivere i discorsi di chi non sa parlare e i testi di chi non sa scrivere.

E’ irritante invece l’uso di “assolutamente sì” al posto di “sì” (perché sprecare sei sillabe?) e la confusione tra “attitudine” (che vuol dire “predisposizione”) e atteggiamento (che significa “disposizione”): certo, in inglese “attitude” vuol dire “atteggiamento”, ma che c’entra?   Confondere i due vocaboli è un errore. Fatelo notare, alla prima occasione, ma senza esagerare. Scrive  Richard Jenkyns, professore (non palloso) di Oxford: “In materia, la regola è semplice:  resistere finché si può, ma quando la battaglia è perduta, arrendersi”. Mi sembra l’attitudine giusta. Scusate, l’atteggiamento.

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