IL SESSO DELLE VIOLE ALL’INIZIO DELLA SECONDA ERA BUSH

(Corriere della Sera)

E’ accaduto quando l’autista cubano ci ha scaricato tra le palme di Coconut Grove, in smoking, sotto un acquazzone tropicale, accusandoci d’essere saliti sulla macchina sbagliata: allora ho capito che valeva la pena. Ad aspettarci nella villa dei Varela, i più grandi importatori di fiori di Miami, c’erano dozzine di ricchi ispanici in festa per Bush; quattro musicisti della Scala, preoccupati per noi; tre strumenti da quindici milioni di dollari e quattro guardie armate, preoccupate degli strumenti. Tra loro l’erculeo Hector, che aveva giocato lanciatore nei San Francisco Giants e portava gli occhiali scuri in casa, forse abbagliato dai gioielli delle signore.

 
Se siete confusi, non preoccupatevi:  lo ero anch’io, all’inizio. Certo, sapevo cos’ero andato a fare, in America: a presentare una tourné denominata “Eccellenze Italiane”, col Quartetto d’Archi della Scala di Milano e tre preziosi strumenti cremonesi (un violino Antonio Stradivari del 1715, appartenuto a Joseph Joachim; un Giuseppe Guarneri del Gesù del 1734, un tempo suonato dal grande Pinchas Zukerman; e una viola Antonio e Gerolamo Amati del 1615). Obiettivo: raccogliere fondi per il Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano, attraverso il braccio americano dell’associazione (Friends of Fai). Conoscevo anche le date, però: 4-10 novembre, con l’America reduce dalle elezioni più rissose degli ultimi cinquant’anni. “Non potrà essere un viaggio normale”, ho pensato. E ho visto giusto,  per fortuna.
Ci incontriamo per la prima volta a Cremona. Gli organizzatori sono entusiasti e sufficientemente incoscienti: dimenticano che sono cremasco, raccontano della liuteria,  mostrano gli strumenti,  presentano i musicisti e mi  consegnano “Sotto il tiglio accordai il violino. Violini e violinisti nella letteratura tedesca”. Un volume fondamentale, alla vigilia di una tourné musicale negli Stati Uniti: anche se mi sfugge il perché.

 
A Washington arriviamo in ordine sparso. Il gruppo mi ricorda l’Inter: lombardo, piacevolmente anarchico, contiene un po’ di tutto. C’è il presidente dei Friends of Fai, Luigi Moscheri, con la moglie Liliana. Ci sono le ideatrici del progetto, Alessandra Pellegrini e Virginia Villa. C’è l’esecutrice, Renata Girola. E ci sono i cremonesi: Fausto Cacciatori, uno che di mestiere apre gli Stradivari e ci guarda dentro;  l’assessore Gianfranco Berneri, che mi ricorda un assistente di Sherlock Holmes, ancora incerto sull’indagine da condurre; e  il maestro Andrea Mosconi, il conservatore dei violini. Ogni mattina – spiegano – va a Palazzo Comunale e li suona, uno per uno. In viaggio non li molla un attimo, per nessun motivo: li abbraccia al check-in, li porta in bagno, li chiude in cassaforte vegliato dalle guardie armate, come concordato con l’assicurazione. Domando a Mosconi se, introducendo i concerti, posso presentarlo come “the Strad’s baby-sitter” (il baby-sitter dello Stradivari). Lui ci pensa un po’: “Meglio ‘badante’. Il bambino ha una certa età”.

 
Poi c’è il Quartetto d’Archi della Scala. Mai viaggiato con musicisti classici: ero convinto fossero austeri come badesse, e mi sbagliavo. Il torinese Francesco Manara, primo violino, suona lo Stradivari detto “il Cremonese” e pensa alla fidanzata colombiana (anche lei in America, ma nell’emisfero sbagliato).  Pierangelo Negri ha una faccia western: se deponesse il Guarneri ed estraesse un Winchester dalla custodia, nessuno si stupirebbe. Simonide Braconi, romano, è insensibile al jet-lag:  deposta la viola Amati, propone escursioni notturne. Il quarto è Massimo Polidori, torinese, uomo di mondo e portavoce del gruppo. La liuteria di Cremona, per  dimostrare che sa produrre e non solo ricordare, gli ha affidato un violoncello Balzarini del 1988,   primo premio della “Triennale  internazionale degli strumenti ad arco”. Se volesse, Polidori riuscirebbe a venderlo agli americani: come strumento settecentesco, ovviamente. L’uomo, anche quando non suona Verdi, ci sa fare.

 
A Washington siamo ospiti a Villa Firenze, residenza dell’ambasciatore italiano, Sergio Vento, coinvolto da Bona Frescobaldi, presidente internazionale di Friends of Fai. Albemarle Street, aria autunnale e post-elettorale. Gli ospiti non acquistano un posto a tavola, come altrove: offrono solo buona volontà, e cercano celebrazioni (i repubblicani) o consolazione (i democratici). Luigi Moscheri saluta a nome del Fai. Il sottoscritto spiega perché Antonio Stradivari fosse un bel tipo e Nicolò Amati un asso del franchising.  Poi tocca ai musicisti, che s’aiutano con Brahms (quartetto n.3 in si bemolle maggiore op.67) per sconfiggere il jet-lag sceso dentro il frac.

 
A metà concerto chiedo se qualcuno tra il pubblico  è in grado di riconoscere uno Stradivari da un Guarneri del Gesù. Il bello di questi giochini è che un masochista si trova sempre. Si alza una signora dall’aspetto facoltoso. Francesco Manara suona i due strumenti uno dopo l’altro, lei sbaglia, pur avendo il cinquanta per cento delle probabilità (il 2 novembre, di sicuro, ha votato Kerry). Infine, si va a tavola: noto che, a tre giorni dalle elezioni, nessuno parla di politica. Un banchiere si giustifica: “Sa, Washington è una città democratica: l’argomento è esplosivo.” Questo è il bello, gli  rispondo, cercando di infilzare un fungo.

 
Il mattino dopo partiamo per Miami. All’aeroporto Dulles i gadget democratici sono in vendita a metà prezzo. Mosconi, come Gollum del “Signore degli Anelli”, difende il suo tesoro: sostiene che, toccando i violini,  si trasmette acido urico al legno. In Florida ci accolgono quattro guardie armate gigantesche, percentuale di acido urico non accertata. Il capo è di origine italiana, guida una Bmw coupé e mi porta al Monty’s Rawbar, dove suonano musica giamaicana, in minigonna e senza Stradivari. Dice che, di solito, protegge dive del cinema: è la prima volta che fa il il guardaspalle a due violini. Suggerisco di osservarli da dietro: la forma è la stessa.

 
Arriviamo a casa Varela, grondante di fiori: Mosconi vuole chiudersi in mansarda coi violini perché dice di sentirsi più sicuro, ma viene dissuaso. Poi la responsabile della delegazione Fai di Miami, Anna Piva, dice: liberi tutti, fino alla sera. I coniugi Moscheri e il sottoscritto arrivano con un’ora di ritardo, per gli eventi tropicali raccontati all’inizio, ma lo smoking bagnato, sul mare di Miami, fa molto 007, e il pubblico sembra ben disposto. Spiego che la musica, quattro giorni dopo le elezioni, è tra includere tra i moral values (valori morali), ed è quindi in grado di mettere d’accordo  repubblicani e  democratici presenti. Ma di questi ultimi non devono essercene molti, a giudicare dai sorridi radiosi. A cena discutiamo dei rapporti tra liuteria e floricultura. La figlia diciottenne della padrona di casa è entusiasta della Scala String Quartet. Un quarto del quartetto è entusiasta di lei.
Tagliamo l’America in diagonale, e arriviamo a San Francisco. Serata in casa Getty, a Pacific Heights, un deposito di capolavori: la famiglia appende Pizarro, Degas e Canaletto dove altri appenderebbero calendari. Tra gli ospiti ci sono imprenditori della Silicon Valley, i creatori di Seaside (la “città ideale” in Florida dov’è stato girato “The Truman Show”), collezionisti libanesi di strumenti cremonesi: che però, cercando di distinguere lo Stradivari dal Guarneri, sbagliano come disc-jockey qualunque.

 
La serata, organizzata dal trio Manetti-Faggioli-Bassetti, è offerta da Gordon Getty, figlio di J. Paul Getty, un tempo classificato come l’uomo più ricco del mondo. Oggi Gordon è a capo di una famiglia dalla geografia complicatissima, che il nostro status di ospiti c’impedisce d’indagare. So che ha composto un’opera intitolata “Plump Jack” (Jack il Cicciottello), ispirata al “Falstaff”. Durante le presentazioni, GG conferma di ritenersi un musicista, con un sorriso sornione e un tono di velata minaccia. Non so interpretarlo finché, tra il primo e il secondo piatto, non si ode “La calunnia è un venticello…”.  E’ Gordon Getty che canta a tavola, e continuerà per tutta la serata. Gli ospiti ascoltano e applaudono educati. Di certo, è più originale della filodiffusione.

 
L’ultimo appuntamento, preceduto dalla solita omelia liutaria,  è nella Grace Cathedral, 1100 California Street: concerto pubblico per ottocento persone che hanno acquistato un biglietto da trenta dollari. Non c’è dubbio: maggioranza di democratici, in fase di elaborazione del lutto; i ragazzi della Scala esordiscono con i “Crisantemi” di Puccini, e li stendono tutti.  Tra Brahms e Schubert (che ha sostituito Verdi) gli chiedo di parlare degli strumenti che stanno suonando in giro per l’America. Manara, a sorpresa: “Diciamo che questo Stradivari è come una bella donna, con una voce calda e sensuale”. Negri, allora: “E questo Guarneri è un uomo affascinante, con un tono potente e scuro”.  Braconi, a quel punto,  si trova a dover decidere   qual è il sesso del suo Amati: un dilemma che a San Francisco suscita un certa partecipazione.

 
Gran finale, e applausi del pubblico pagante: da stasera sa qualcosa di più del Fai,  della Scala, di Cremona e del sesso delle viole. Tutte cose utili per risollevare lo spirito, all’inizio della seconda era di George W. Bush.

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