RAGAZZI, A EST!

Corriere del Sera

Un problema dei giornali – non l’unico – è costituito dai ricordi. Dai quarant’anni in su, gli esseri umani tendono a guardarsi indietro; e se hanno la possibilità di scrivere quello che hanno visto, lo fanno.  Questo diverte e consola i coetanei, ma spesso annoia i giovani lettori, che s’ostinano a considerare l’orizzonte più affascinante dello specchietto retrovisore.


Eppure anche la strada alle spalle può essere interessante. Se non altro, aiuta a capire dove siamo arrivati. Il problema è raccontarla: e  non è facile. Si rischia di fare come quelli che hanno viaggiato in posti bellissimi, e torturano gli amici con brutte diapositive.


Si spiega anche così, credo, l’accoglienza tiepida che i giovani italiani hanno riservato all’ingresso di dieci nuovi Stati nell’Unione Europea. A chi ha meno di trent’anni la faccenda appare – lo capisco – una formalità burocratica. Ma chi ricorda il 1989, e l’Europa dell’est prima d’allora, non può non essersi commosso (brevemente, privatamente). A me, per esempio, è accaduto.  Per questo sono emozionato pensando di tornare a Varsavia, tra qualche giorno.


Ai giovani lettori, dico: cercate di capirmi. Quando ci sono stato la prima volta, nell’estate del 1982, avevo una motocicletta metallizzata: adesso ho i capelli, di quel colore. In Polonia c’era la legge marziale: un nome avventuroso ma un concetto sfuggente, per un italiano nato negli anni ’50. Il regime comunista, dopo l’arrivo di Karol Wojtila a San Pietro, mostrava le prime crepe. Prima di partire, con gli amici, guardavamo le fotografie che arrivavano da lassù – scioperanti barbuti, poliziotti legnosi, preti tostissimi, generali con gli occhiali scuri come pop-star – e restavamo a bocca aperta. A ovest c’era l’America, ma a est stava la luna.


Siamo entrati dalla Slesia e siamo usciti da Stettino, passando per Cracovia, Varsavia e Danzica.  Durante il viaggio abbiamo scoperto un popolo gentile e orgoglioso, loquace e piacevolmente disorganizzato: i polacchi mi sono sembrati subito gli  italiani del Patto di Varsavia. E’ successo di tutto, in un tre settimane:  discese in miniera e brindisi alla vodka, strade nella pioggia e digiuni compensati dagli occhi delle ragazze, poliziotti che prima caricavano la folla e poi ci chiedevano d’esser caricati in moto.


Quando sono tornato e ho raccontato a Montanelli come avevo passato le vacanze, mi ha detto che gli sembrava una cosa talmente assurda da diventare interessante: e mi ha ordinato di scriverla sul giornale. L’ho fatto, sperando d’avere presto altre occasioni. Siccome le occasioni non arrivavano, qualche tempo dopo ho chiesto di condurre un’inchiesta sulle “nuove generazioni nel socialismo reale” (Polonia, Germania Democratica, Ungheria, Romania, Bulgaria). Stessa faccia di  Montanelli, stessa risposta: se proprio ci tieni, provaci. Ci ho provato, e ricordo un nuovo bellissimo viaggio sull’altra faccia della luna.


Altri cinque anni, e sono tornato: le crepe  erano diventate burroni. Nel  1989 il socialismo reale si rivelava per quello che era: una patetica burocrazia autoritaria. A Varsavia e a Budapest, a Berlino e a Praga crollava tutto: e lo spettacolo, vi assicuro, non era male (chiedere conferma a Sandro Scabello, che c’era, e mi ha insegnato molte cose). Per questo, nell’estate del 1989, mi sono inventato un’altra inchiesta: ho deciso di offrire a una giovane moglie incolpevole il tramonto del comunismo visto da una ferrovia. Siamo volati a Helsinki e siamo scesi in treno fino a Instabul:  dal Baltico al Bosforo in tre settimane, via Leningrado, Vilnius, Varsavia, Berlino, Praga, Belgrado e Sofia. 


Le visite, dopo il crollo del Muro e dei regimi, sono continuate. All’inizio degli anni Novanta ho finto di voler aprire un negozio di scarpe a Varsavia, per vedere come se la cavava la nuova burrocrazia post-comunista (malissimo). Poi, in Polonia,  non sono più tornato. Lo faccio lunedì,  ed è Unione Europea. Certo: mi sento un reduce, che è il sogno segreto degli italiani. Ma sono un reduce felice. La nuova Europa è una meravigliosa notizia, e di questi tempi ce n’è bisogno.


Andate a conoscerla, ragazzi, quest’estate: è croccante, sentimentale e un po’ ingenua. Portatele una bottiglia di spumante italiano, come suggerisce il mio amico Timothy Garton Ash. Vi assicuro che c’è qualcosa da festeggiare.

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