TELEFEUDALESIMO

Corriere della Sera

Oggi si apre a Torino la Fiera del Libro. Tema di quest’anno, l’umorismo. Propongo che nel padiglione RAI venga allestita una sezione dedicata all’autoironia: è l’unico modo in cui dipendenti e collaboratori dell’azienda possono conservare la salute mentale. Ci sono molti modi, infatti, di celebrare i compleanni. Ma quello scelto dalla radiotelevisione italiana per il mezzo secolo (1954-2004) è strepitoso. Una festa-con-rissa tanto spettacolare non si vedeva dai tempi di “Animal House”.


Prendiamo la vicenda di Lucia Annunziata (come Daria Bignardi e Lilli Gruber, un’amica di vecchia data; ma non preoccupatevi: dopo le ultime rubriche, le amiche-colleghe me le sono giocate quasi tutte). Provate a spiegare le dimissioni di un “presidente di garanzia” a un marziano, a un norvegese o a un liberale – tutte presenze insolite, in Italia.  Usando i nostri codici – fatti di recriminazioni, sottintesi e pregiudizi – risulterebbe  impossibile.


Dovremmo iniziare, invece, con una confessione: la RAI è da sempre il Ministero Ufficioso dell’Informazione. Un feudo, appannaggio di chi vince. Certo: in cinquant’anni ci sono stati feudatari intelligenti che hanno scelto valvassori bravi e valvassini coscienziosi. Ma ci sono stati –  sono in aumento – feudatari ingordi che hanno assunto valvassori incompetenti e valvassini servili. Quando i feudatari erano più d’uno, un tempo si mettevano d’accordo (Rai Uno alla Dc, Rai Due al Psi, Rai Tre al Pci; eccetera): ma quasi nessuno contestava l’impianto.  Chi l’ha fatto, se n’è andato. Se non se n’è andato da solo, è stato cacciato.


Essere il feudo, il parco-giochi e la casa di piacere del potere. Questo era il peccato originale della Rai, ma pochi ne vedevano l’immoralità o l’originalità: così funzionavano tante cose in Italia, perché stupirsi?  Ricordo la mia prima e unica intervista con Bettino Craxi, nell’aprile 1992.  Rientravo da otto anni all’estero, e  avevo chiesto a Montanelli di seguire la campagna elettorale. Viaggiavo nell’Alfa di Craxi attraverso Pavia. Si parlava di televisione. A un certo punto gli ho chiesto se l’unica traduzione italiana di “pluralismo” fosse “spartizione”. Ha sorriso: “Lei è giovane, Severgnini. Ricordi: potrebbe andar peggio.”


Non so se fosse una profezia o una minaccia, ma aveva ragione. Quando Berlusconi ha scelto la politica, tutto s’è complicato. Vincendo, avrebbe sommato il controllo della TV pubblica alla proprietà della TV privata: non ci voleva un premio Nobel per capirlo (ma a sinistra non l’hanno capito, e a destra hanno finto di non capirlo). Quando il centrodestra è tornato al governo nel 2001, qualcuno ha sperato nel fair-play. Ingenuo due volte: perché sappiamo com’è andata a finire; e perché una democrazia che, in materie tanto delicate, s’affida al buon cuore dell’uomo più forte è una democrazia perfetta o infantile. Visti i capricci e le nomine che si vedono in giro, opto per la seconda ipotesi.


Ecco perché non capisco la furia dell’ex-presidente di garanzia: era tutto così prevedibile, Lucia. Quali garanzie avevi, e quali potevi dare a noi? Dirò di più: accettando quel posto – con le migliori intenzioni, non  dubito – hai avallato un sistema sbagliato.  Vorrei sentir dire – a te, al centrosinistra, a persone come Casini e Buttiglione, ai leghisti nati per combattere certe pratiche (vero, Maroni?) – queste parole: “Signori, l’occupazione della Rai era grave prima, ed è gravissima adesso, a causa del conflitto d’interesse. Questa situazione è dannosa per l’azienda, imbarazzante per il Paese e pericolosa per la democrazia. La TV, infatti, è fondamentale nella creazione del consenso. Bisogna cambiare, prima che sia tardi.” 


Questo, vorrei sentir dire. E invece mi tocca ascoltare insulti sui nomi in una lista, battute su Marzullo, sofismi sulla legittimità del consiglio. E devo leggere  notizie come questa:  l’ultimo rapporto della Freedom House – istituzione fondata da Eleonor Roosvelt, non da Fidel Castro –  cita la situazione televisiva e declassa l’Italia dalla categoria FREE (libera) a PARTLY FREE (parzialmente libera).  


Ripensandoci.  Non c’è poi tanto da ridere. Forse è meglio che alla Fiera del Libro di Torino ci occupiamo d’altro.

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento