Carrozzieri a Tahiti – il mio primo articolo

Carrozzieri a Tahiti

da “La Provincia di Cremona” – Domenica, 21 Gennaio 1979

(il mio primo articolo, venticinque anni dopo)


Penso siate tutti d’accordo. La neve non è, e non sarà mai, un semplice fenomeno atmosferico. Non è solo acqua un po’ più fredda ed un po’ più bianca, insomma. La neve è un avvenimento, è un fatto di costume e, ammettiamolo, anche una emozione. Neanche S.Francesco l’avrebbe chiamata “sorella” della pioggia o del vento. Al massimo cugina, e poi nemmeno.


Tragica o comica, amata o odiata: il destino della neve, oltre a quello, inevitabile, di sciogliersi prima o poi, è proprio questo: la neve non è mai indifferente e l’Italia coperta di bianco mi sembra ogni volta un immenso teatro. A Napoli, e già di lì basta una nevicata di mezza giornata per trasformare la città in un gigantesco autoscontro, giuro di aver visto gente, dopo un bel testacoda, lasciare la macchina in mezzo alla strada e andarsene a casa a piedi. Un amico che vive laggiù mi ha raccontato di quando, per una nevicata, hanno chiuso molte scuole ed uffici; e non venite a dirmi che per fare di queste cose in Italia non è necessario che nevichi.


Il fatto che la neve sia sempre una protagonista lo si vede anche in situazioni diversissime: in montagna, là dove neve vuol dire soldi e lavoro, ricordo un paio d’anni fa un’intervista televisiva a gente di non so più quale valle lombarda: a vederli lì, mogi mogi, coi loro skilifts immobili in mezzo ai prati verdi, mentre rispondevano alle domande di un geniale inviato (“Perché non nevica quest’anno?”, “Boh!”), strappavano una lacrima al cuore più insensibile. Dopo solo qualche giorno, comunque, è nevicato: mi sembra di vederli mentre, finalmente sorridenti, tirano bonari bestemmioni al cielo che si fa tanto pregare per un minimo di collaborazione.


Crema non è Napoli e non è Sondrio, ma questo non significa che da noi la neve cada indifferente. Anche qui odio ed amore; nel primo gruppo netturbini, anziane signore per cui l’equilibrio è ormai un ricordo di gioventù e istruttori di scuola guida cui per un giorno volenterosi allievi danno l’occasione di provare i brividi del rally. Nella seconda categoria, quella di chi alla neve vuol bene, troviamo innanzitutto i bambini e poi gli spalatori assunti a giornata dal Comune, per cui la neve vuol dire qualche diecimila mai sgradito, e naturalmente le coppie dal cuore romantico che, sfidando la pleurite, si baciano nelle viuzze dove si affonda fino al ginocchio, ed infine gli autoricambi che, meno romantici, si accontentano di vendere catene ed antigelo che magari hanno lì da tre anni.


E poi i carrozzieri. Qui bisogna fermarsi un attimo: la clientela “da neve” delle carrozzerie si divide in due grandi gruppi. C’è chi è finito contro un muro (varianti: albero, guard-rail od incolpevole altra auto posteggiata) per poca esperienza o per pura sfortuna. Ma la categoria più interessante è senza dubbio quella di chi, innamorato del controsterzo o del testacoda tipo film americano, ci si mette di proposito e con tutta la buona volontà. Se impari davvero poi, non so. Provate ad andare ai curvoni dalle parti dell’Olivetti: c’è la coda di gente ansiosa di cimentarsi. I risultati sono diversi, è chiaro: si va dal fanalino divelto contro il guard-rail alla botta frontale contro uno che stava provando lo stesso esercizio ed arrivava dall’altra parte. Controllare per credere. Ora consigliata: dopo le ventidue, quando le luci dei fari e dei lampioni rendono il tutto più suggestivo. Credo che i Signori Carrozzieri Cremaschi, se venissero fatti assistere per un paio d’ore allo spettacolo, se ne tornerebbero a casa euforici, comprerebbero lo stereo ai figli e, chiamata la moglie, direbbero: “Anna, basta Riccione: questa estate Seychelles o Tahiti”.


La gioia dei carrozzieri non è condivisa ovviamente da coloro – parecchi – che sono finiti sul taccuino del nostro Sergio Lini: i cosiddetti Caduti (in bici, in moto, a piedi). Non bisogna poi scordare che bastano un paio di belle gelate notturne per trasformare la città in una pista di pattinaggio. Per uscirsene a piedi di primo mattino occorrono grosso equilibrio, grosso fegato e grossa fortuna, perché devi pure sperare che non ti venga addosso una qualunque centoventisette o che, più semplicemente, un altro avventuroso in difficoltà non ti si aggrappi addosso.  Le ragazze che vanno a spasso in queste condizioni coi tacchi alti ottengono sempre la mia commossa ammirazione. Il loro sprezzo del pericolo è inversamente proporzionale alle dimensioni del tacco: tacco a spillo, coraggio da leone.


Tornando in generale: da un paio d’anni sembra proprio che la neve abbia deciso di fare assolutamente sul serio. Fino ad oggi, sì, cadeva, ma era una cosetta da poco. Se ne andava via subito, con discrezione, quasi che il suo unico scopo fosse quello di dare argomento per gli immancabili temi alle elementari (“Cade la neve” o “La prima nevicata”) e materiale per le classiche palle di neve da tirare alla sorella grande che passeggia col moroso.  Quest’anno no. E’ stata una neve seria, non occasionale, tutta presa dalla sua missione di dare un po’ di nerbo a questi inverni poco seri anni Settanta.


Ed i cremaschi bofonchiano, scivolano, portano i figli con le slitte al Campo di Marte, piangono dal male per una ginocchiata sul ghiaccio e piangono di gioia per l’insperata possibilità di sfoggiare in città piumini e doposci. Crema no, lei sorride. Non gliene importa poi molto; è saggia, vecchia ed abituata a ben altro. Meglio la neve del Barbarossa. E poi – lei lo sa – presto o tardi viene primavera.

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