L’IMPERFETTO VIAGGIATORE

Qui Touring


Questa è la mia ultima rubrica per “Qui Touring”. L’Imperfetto Viaggiatore saluta e se ne va.  Non che tema di diventare perfetto: questo, mai. Temo però, dopo nove anni, di ripetermi. Questo sarebbe irritante per voi, e insopportabile per me. C’è una frase di Montanelli che mi torna in mente, in questi casi: “Le rubriche vanno chiuse prima che sappiano di muffa.” Voi penserete, magari: ma questa pagina non manda ancora quest’odore! Se così fosse, vi ringrazio e dico: appunto. Meglio andarsene per tempo, lasciandosi alle spalle un profumo fresco e un buon ricordo.


Dal dicembre 1994  – quando ho esordito – sono successe tante cose: a voi e a me,  al Touring Club Italiano e a “Qui Touring”, al modo di viaggiare degli italiani e all’Italia in genere.  Il Paese, nove anni fa, usciva da un periodo di illusioni (economiche, politiche, sociali). Gli Anni Ottanta erano finiti nel 1992/3, con le batoste di Tangentopoli, le dolorose manovre finanziarie, le strette di bilancio,  i sogni ingenui di Seconda Repubblica.  E’ incredibile quanto sia cambiato il viaggio,  da allora. Il viaggio infatti riflette – sempre – lo spirito del tempo: dai giorni del Grand Tour a quelli dell’Inclusive Tour.  Dieci anni fa il mondo erano pieni di turisti italiani; ora sono diventati viaggiatori. Magari imperfetti, ma viaggiatori. Personaggi attivi, non passivi. Gente che cerca le cose, non aspetta che accadano.


Cosa cerchino gli italiani in un viaggio è tutto da scoprire. Si va dal lodevole al pazzesco, passando per l’insolito, l’inimitabile e l’incosciente.  E’ questa l’indagine che ho condotto, insieme a voi, su questa pagina, per nove anni. E’ questo il territorio che abbiamo attraversato. Il libro che ha convinto Marco Ausenda, allora direttore di “Qui Touring”, ad arruolarmi s’ìntitolava “Italiani con valigia” (1993): è il racconto degli ultimi turisti, quelli che giravano con la moka in borsa e per un piatto di pasta erano disposti ad attraversare Tokio. Il libro che riassume le scoperte di questi anni, raccogliendo le migliori di queste pagine, si chiama “Manuale dell’imperfetto viaggiatore” (2001).  In questi due titoli – e negli anni che li separano – c’è la storia di una mutazione. Non genetica: turistica.


Qualcuno dirà:  se c’è tanto da raccontare, perché smette? Perché continuare sarebbe troppo facile, e la pigrizia è una cattiva consigliera. Mi è capitato di frequentare altri argomenti, in venticinque anni di carriera, attraverso libri, incarichi o rubriche: la provincia e la città, gli inglesi e gli americani, la Russia e la Cina, l’inglese e Internet, la  televisione, lo sport e – pensavate mi dimenticassi? –  l’Inter.  Ogni volta ho capito quand’era ora di voltare pagina. Questo non significa abbandonare un argomento. Vuol dire riporlo in fondo del cuore, dove darà frutti; e lasciare spazio a qualcos’altro. Oltretutto, la mia frequentazione del Touring Club Italiano prosegue. Dopo che Giancarlo Lunati mi ha accolto come “columnist”,  Roberto Ruozi mi ha cooptato come consigliere: e questo continuerò a fare, finché servo.


Non solo. Come alcuni di voi hanno notato, ho assunto la direzione di “Qui Touring” per due numeri (novembre e dicembre 2003), per colmare il vuoto tra il direttore uscente, Luigi Grella, e quello entrante, Marco Berchi. L’ho fatto  – io che sono allergico alle direzioni – per spirito di servizio. Credo infatti che il Touring Club Italiano abbia una funzione importante, in Italia. E “Qui Touring” sia la sua voce, la finestra che guarda fuori. Conosco bene la rivista: la mia casa di campagna è invasa da una collezione che risale ai primi anni del ‘900 (quando si chiamava “Vie d’Italia”).  So quant’è cambiata  e – posso dirlo? – quanto sia migliorata. Il più diffuso mensile di turismo è anche  tra i più belli e interessanti: potrebbe competere in edicola, e non è detto che non lo faccia, prima o poi. Certamente con Luigi Grella ha fatto passi avanti, in termini di appetibilità e credibibilità; sono certo che Marco Berchi vorrà continuare su questa strada. “Qui Touring” deve restare una testata per cui redattori e collaboratori sono orgogliosi di lavorare, il canale di comunicazione verso i soci, un posto libero da condizionamenti politici o pubblicitari (così, quando il TCI dovrà arrabbiarsi – e in Italia è necessario, ogni tanto – potrà farlo).  Come consigliere, come ex-direttore e come ex-columnist  prometto che farò la mia parte.


Un abbraccio a tutti dall’Imperfetto Viaggiatore. Mi mancherete, ma farò finta di niente.

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