TRA INGLESI SCETTICI E ITALIANI PERMALOSI

Sette anni all’ “Economist”

Inizio dalla fine: come giornalista mi sono sentito talvolta orgoglioso; come italiano, spesso imbarazzato. Sono stato per sette anni il corrispondente in Italia per The Economist , e mi sono convinto che le nostre reazioni a quanto scrive la stampa straniera sono eccessive e ossessive. Ma prendiamocela con la nostra insicurezza: non con la stampa straniera. Ho esordito nel marzo 1996, con un articolo sulla campagna elettorale di Silvio Berlusconi; ho chiuso nel giugno 2003, con un pezzo sull’immunità per Silvio Berlusconi.


In mezzo sono passati cinque governi, e tutti si sono lamentati per quanto è apparso su The Economist : quello in carica, è noto, più degli altri. Non di tutte le corrispondenze italiane ero l’autore, ma scrivendo per un settimanale che non firma gli articoli da 160 anni, ho pensato fosse inopportuno – scusate: grottesco – confermare o smentire la paternità di un pezzo. Questo ha portato malizie e cattiverie: le avevo messe in conto.


Quando, dopo un periodo in redazione a Londra, mi è stato chiesto di diventare il corrispondente dall’Italia, sapevo che non sarebbe stato facile. Avrei dovuto spiegare un Paese la cui politica è spesso incomprensibile per chi ci abita: figuratevi per gli stranieri. Ricordo quando Francesco Cossiga rifiutò d’iscriversi al partito che aveva appena fondato: a Londra credevano che li prendessi in giro. Rivedo Massimo D’Alema che illustra nei dettagli l’Italia radiosa che sarebbe nata dalla Bicamerale. Uscendo dall’incontro, il foreign editor sceso da Londra mi chiese: «E se Berlusconi non fa quello che lui s’immagina che faccia?». «Noi italiani siamo nei pasticci», risposi. Così è stato.


A proposito di Silvio Berlusconi. Lui è convinto che esista una lobby internazionale che gli si oppone, manovrata dalla sinistra italiana: l’ha detto anche al Corriere della Sera . Non è così, naturalmente. Se anche la sinistra italiana avesse queste intenzioni, non ha questo potere. La corrispondente che mi ha preceduto, Tana De Zulueta, non avrebbe dovuto candidarsi al Senato nelle liste dell’Ulivo: ma questo non fa di The Economist un giornale di sinistra. L’Italia è l’unico Paese al mondo dove qualcuno sostiene questa bizzarra teoria.


Il settimanale con la testatina biancorossa è la bibbia a puntate di chi crede all’economia di mercato, la cui legittimazione sta nel rispetto delle regole del gioco. Come può non essere perplesso, l’Economist , davanti alle continue risse con l’arbitro (la magistratura)? O a un conflitto d’interessi che permette a un giocatore di assumere mezza dozzina d’altri ruoli (proprietario, allenatore, procuratore, massaggiatore, tifoso e commentatore di se stesso attraverso le sue Tv e i suoi giornali)? Ma guai a nascondersi dietro alle difficoltà di un uomo, anche se è il più visibile, il più ricco e il più potente, neo-presidente dell’Unione Europea. Lo ripeto: le reazioni a quello che dicono all’estero su di noi non sono mai serene. La classe politica usa la tecnica della citazione selettiva. La stessa fonte straniera diventa oro colato o carta straccia: dipende dalla convenienza.


E non c’è solo la politica. L’Italia in genere tende a dare troppa importanza ai giudizi degli altri: dimostrando così la propria insicurezza. Conosciamo bene, infatti, i nostri errori: dall’accettazione dell’illegalità di massa (pensate alla velocità in autostrada) al vizio di procedere per conoscenze e camarille. Questa consapevolezza ci imbarazza, e l’imbarazzo ci rende permalosi. Così, quando gli stranieri ci criticano, ci irritiamo.


Esiste, è vero, un certo pregiudizio anglosassone nei confronti dell’Italia civica e politica (che fa il paio con l’adorazione infantile per il nostro stile di vita). Ogni tanto – è vero – fa capolino anche tra le pagine di The Economist . E’ l’eredità di una reputazione: passiamo per intelligenti, ma inaffidabili. Arrabbiarsi per queste osservazioni però è inutile. Meglio essere autocritici, anche quando è doloroso; e orgogliosi ogni volta che ne abbiamo motivo.


Così ho cercato di comportarmi anch’io, per sette anni, scrivendo per The Economist . Non è stato sempre facile: ma rifarei tutto.

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