NOI SENZA TETTO

Corriere della Sera


Tener aperto uno spazio di discussione sulla rete  – di cui questa rubrica settimanale è l’emersione cartacea –  vuol dire rispondere alle domande dei lettori, e considerarne le opinioni. In quasi cinque anni sono arrivate centocinquantamila lettere da tutto il mondo; ventimila le abbiamo pubblicate, al ritmo di dodici al giorno. Scrive un lettore: “Non riesco a trovare  qualcosa di simile  a ‘Italians’ nel web, né riesco a dare una definizione. Forse, da interista, le verrà in mente il tentativo di Cuper per definire Recoba (Centravanti? No. Esterno? Neppure. Mezzapunta? Nemmeno). E in effetti ‘Italians’  non è un forum, non è un blog, non è una rubrica generalista, non è certo la posta del cuore. Ma allora cos’è? Cosa accomuna chi ci scrive sopra? Io non so dare una risposta.”


 Provo io, allora: “Italians” è un posto dove tutti cerchiamo d’imparare qualcosa. Un posto dove chi scrive si firma con nome e cognome, e chi legge non cerca la rassicurazione tipica dei luoghi – sempre più numerosi – dove ci si dà ragione a vicenda. I lettori/scrittori accettano d’essere contraddetti, e imparano a difendere le proprie opinioni (a dubitarne, a cambiarle se è il caso). Nove su dieci sembrano gradire (e infatti tornano, e portano nuovi frequentatori). Ma c’è sempre qualcuno che non vuol capire, e pretende una dichiarazione d’appartenenza ideologica. E chiede “Ma voi da che parte state?”, ansioso di congratularsi con gli amici o d’attaccare i nemici.


  Non smette di stupirmi, questa difficoltà italiana a capire che il ruolo d’un giornalista non è fare politica, ma aiutare a capire – tra le altre cose –  la politica. Per farlo deve giudicare ogni volta gli atti e i fatti,  non schierarsi a priori con un attore (un partito, un governo, un’opposizione). Se lo fa, diventa un  politico, magari bravo: ma smette d’essere un giornalista.  Così almeno la pensano nelle società aperte. Se in Italia abbiamo idee migliori, sono certo che i nostri amici nel mondo sarebbero felici di saperne di più.


   Mi sembra un ragionamento semplice. Eppure faticano a capirlo anche persone intelligenti.  Con chi stai, per chi sei?, mi sento ripetere ogni giorno. Mi scrive, per esempio, Gianluca Fera (ferag@libero.it), usando fin troppe cortesie: “Ogni volta che si toccano argomenti politici, Lei veste la divisa da difesa e si lancia in una serie di  distinguo e puntualizzazioni su tutto ciò che non ritiene Le sia riferibile. La capisco, tuttavia mi piacerebbe leggere qualche intervento nel Suo stile “Ockhamiano” (riferito alla capacità di descrivere gli uomini attraverso categorie di fulminante intuizione) anche quando si parla di politica, e la si riferisce ai convincimenti del padrone di casa di questa stupenda piazza virtuale. In parole povere: chiarito chi non è, ci dirà mai chi è?”.


  Rispondo: se in cinque anni lei non ha capito chi sono, come posso spiegarglielo in una frase? Ma tento comunque. Se proprio devo scegliermi una categoria, opto per quella dei Senzatetto. Di sicuro infatti non sono un berlusconiano, e  altrettanto sicuramente non sono di sinistra (vengo da una famiglia liberale, ho avuto un’educazione liberale e un maestro liberale, Montanelli). Credo  di somigliare a molti italiani, certamente alla maggioranza degli italiani che conosco e frequento. Una folla perplessa che il giorno delle elezioni si divide: un po’ di qui  e un po’ di là, scegliendo il male minore.


 Mi rendo conto che questa posizione è difficile da spiegare: Feltri o Curzi o Ferrara hanno vita più facile. Capisco che, pensandola così, si rischia di prender bastonate da tutte le parti (come  gli antichi abitanti dell’isola di Melo,  di cui raccontava giorni fa Paolo Mieli:  attaccati dagli spartani di cui erano avversari e dagli ateniesi con cui non volevano combattere).  So bene che in un Paese di lotta per bande, conviene averne una. Ma proprio non ce la faccio: mio figlio e la mia coscienza, prima o poi, chiederebbero spiegazioni. 

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