Maturità, un modo per diventare italiani

Corriere della Sera



Ai 481mila ragazzi e ragazze che aspettano d’essere dichiarati maturi, vorrei dire: vi va di lusso. C’era un’Italia in cui i giudizi erano più crudeli. Ho in mano la copia d’una pagella del 1871, proveniente dall’archivio del Regio Ginnasio “Racchetti” di Crema (poi ereditato dalla Scuola Media “Vailati”). Pensate a Stefano I., uscito con questa valutazione: “Ingegno: ottuso. Diligenza: pochissima. Profitto: nullo. Indole: dolce. Costumi: buoni.” O a Giuseppe S.: “Ingegno: mediocre. Diligenza: nulla. Profitto: scarso. Indole: facile. Costumi: non incorrotti”. O al povero G. Boccaccio (nomen omen): “Ingegno: felice. Diligenza: nulla. Profitto: nullo. Indole: vivace. Costumi: guasti.” Ho trovato perfino un Severgnini, che spero non rientri tra gli ascendenti: “Ingegno: lento. Diligenza: scarsissima. Profitto: nullo”. Indole e costumi, almeno quelli, erano buoni.


Ne ha fatta di strada, da allora, la scuola italiana. Ha disarcionato ministri, altri ne ha sopportati o assecondati nelle loro smanie: eppure resiste. Ha promesso molte  riforme, qualcuna ne ha tentata: ma è servita a tenere insieme la nazione,  fornendole riti comuni. Sì, ragazzi: l’esame di maturità è uno di questi, e la nostaglia che ne avrete in futuro è proporzionale agli accidenti che tirate in queste ore. A me è toccata l’estate torrida e croccante del ’75: ricordo lo stupore di ritrovarla in Carducci, che fino ad allora avevo snobbato; o di vederla dentro “Feria d’agosto” di Pavese, che improvvisamente mi è sembrato di capire. 


Questi sono ricordi condivisibili:  tra un padre e un  figlio,  tra un vecchio di Sassari e un ragazzo di Savona. Per questo sono preziosi.  Le nazioni  sono come gli animali; ognuna si riproduce a modo suo. Noi non siamo inglesi: abbiamo una storia imbarazzata e  interrotta, con cui non abbiamo ancora fatto pace. Non somigliamo agli americani: solo adesso cominciamo a capire che un 2 giugno può valere un 4 luglio.  Non siamo neppure francesi: siamo troppo disincantati  per parlare di “grandezza” senza sorridere.  Il nostro è una nazionalismo bonsai che nasce nei corridoi delle scuole, scivola sui banchi color acquamarina, si muove timido tra la retorica dei sussidari, passa tra i registri tutti uguali e sfocia in una festa travestita da tortura: la maturità. Da lì in poi, si vive di rendita e di ricordi.


Conosco genitori che mandavano i figli alle scuole tedesche o britanniche in Italia, spesso ottime. Ma a quattordici anni li hanno spostati in un ginnasio o in un liceo. Hanno intuito che lì, e solo lì, s’impara a diventare italiani; e si maneggia la strana colla che, nonostante tutto, ci tiene insieme.  Non ho nulla contro gli istituti privati, ma credo che se questo governo indebolisce l’istruzione pubblica perde qualcosa di più di un modello scolastico. Perde l’ultima palestra di formazione nazionale, ed è  grave. 


Giorni fa ho rivisto, dopo anni, un amico inglese, di passaggio in Italia per lavoro. Era affranto: una prestigiosa scuola (Westminster) aveva rifiutato d’ammettere il figlio tredicenne, dopo averlo corteggiato,  lusingato, prenotato, messo in lista. Conosco americani che, pur d’iscrivere i figli a  certe scuole (che di solito non valgono le elementari nella provincia italiana), cambiano città o quartiere; oppure pagano migliaia di dollari l’anno, dopo aver sottoposto i bambini a test d’ammissione che li lasciano coi nervi a pezzi (i genitori, non i bimbi). In Italia la selezione avviene più tardi, le buone scuole sono gratuite e insegnano ai ragazzi a stare insieme: il figlio dell’imprenditore con la figlia dell’impiegato, i figli del medico con quelli dell’infermiere.  E credete a uno che non può essere sospettato di socialismo:  tutti imparano qualcosa, in quel modo.


Voi dite che, nonostante questo, la nostra società va male? Può essere.  Ma senza questi riti collettivi andrebbe peggio. Forse è il caso di ricordarlo, mentre 481 mila ragazze e ragazzi sudano in una scuola, sperando d’essere dichiarati maturi.  Anzi:  italiani.

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