POVERI ALITALIANS

Corriere della Sera



In Alitalia molte cose cambiano (il presidente, i menù di bordo). Altre, diminuiscono (gli scali, gli stipendi, la qualità dei menù di bordo). Di questo, si parla spesso. Si parla poco, invece, della passione con cui gli italiani seguono le vicende della compagnia di bandiera. Leggendo, chiedendo, bombardando di lettere una rubrica come “Italians”.  Anche le proteste, infatti, sono un modo di dire: ehi, guardate che ci teniamo a voi.


Non sto esagerando. Ho viaggiato abbastanza da sapere che molti  italiani preferiscono volare Alitalia. Alcuni perché non osano affrontare lo sguardo di un’assistente di volo della Lufthansa; altri perchè non capiscono cosa dice lo steward dell’American Airlines. Ma la maggioranza dei connazionali ama volare Alitalia per quel curioso “nazionalismo formato esportazione” che ci distingue da altri popoli. In patria, sull’Italia ne diciamo di tutti i colori. Appena fuori – nell’atrio di un albergo di New York o nella sala-partenze di un aeroporto di Londra – scopriamo di voler bene a questo nostro strambo Paese, capace di mandarci in bestia e in estasi nello spazio di cento metri e di cinque minuti.


Ecco: non sono sicuro che in Alitalia l’abbiano capito. Annullare le rotte dalla California, per i connazionali che vivono e lavorano laggiù, non è stato solo un inconveniente. E’ stata una piccola umiliazione. Penso di conoscere il motivo di quella decisione:  i voli da Los Angeles e San Francisco erano pieni, ma pochi passeggeri viaggiavano “business class”, e la compagnia operava in perdita. Ma è possibile – mi chiedo – che l’ufficio marketing non abbia saputo inventar qualcosa? Che so, tariffe per le coppie, del tipo “pagate uno, volate in due”? C’era bisogno di cancellare la rotta? E non solo dalla California: dall’Australia, da Bangkok, dalla Cina ben prima della Sars.


Non sono certo che in Alitalia capiscano altre cose. La sofferenza di un italiano davanti agli agghiaccianti – e ghiacciati – vassoi semifreddi di cibo: il  nulla servito a bordo delle compagnie “low cost”, a questo punto, è un passo avanti (come può ridursi così, il Paese che fa della cucina la sua bandiera)? L’imbarazzo entrando agli uffici Alitalia in molte città del mondo: perché quell’aspetto esteuropeo, anche se stanno in Nordamerica? Solo alcuni uffici Enit – sempre roba nostra – possono competere, in quanto a malinconia. 


Non credo che in Alitalia capiscano lo choc della nuova leva di professionisti davanti ad alcune disattenzioni (chiamiamole così). Scrive l’architetto Carlo Ratti  da Boston (ratti@mit.edu): “La nostra è la prima linea aerea deinternettizata. Negli ultimi anni qualche computer con annesso collegamento telefonico aveva timidamente fatto capolino nelle salette Ulisse e Freccia Alata. Oggi possiamo confermare che anche queste ultime enclavi sono state disinfestate – con buona pace di quegli zoticoni americani che, dopo aver cercato invano la presa ADSL e il trasmettitiore Wi-Fi (la nuova tecnologia senza fili che Lufthansa sta  installando persino sugli aerei), strillano perché gli spinotti dell’analogica a 56K non funzionano (nella sala Botticelli a Malpensa sono tutti fuori servizio)”.


Eppure noi italiani (compreso l’architetto Ratti) appena possibile chiediamo di volare Alitalia, e accumuliamo pateticamente “miglia” (airmiles). Perché? Per abitudine. Perché vogliamo dare una mano a un’azienda nazionale, e a chi ci lavora, in un momento difficile. Perché è una compagnia sicura. Perché ha piloti bravi che non atterrano come “top guns” su una portaerei. Perché il personale di bordo è più educato di un tempo, ha stile e usa il buon senso (anche se alcune graziose assistenti di volo, come ho già scritto, prendono troppo alla lettera la loro qualifica professionale: l’aereo vola, loro assistono). Perchè Alitalia  è casa lontano da casa. E se lo capisse, e tenesse a noi quanto noi teniamo a lei,  farebbe un mucchio di soldi. 


Invece, guarda caso, non li fa.  

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