Buenos Aires


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Qual è l’effetto che le grandi città del mondo producono su noi italiani? Non parliamo di reazioni individuali, ma del sentimento prevalente. New York, per esempio, induce vertigini artistiche. Berlino, un frullato di memorie storiche. Mosca, altruismo spericolato. Dublino, eccitazione cultural-alcolica. Amsterdam, insidiosi giovanilismi. Bruxelles, euforie europee (o antieuropeismo acuto: dipende). Buenos Aires, invece, produce familiarità,  stupore e un vago rimorso. Ovvero: fratelli,  come avete fatto a conciarvi così?
  Sono appena stato in Argentina, e non ho dubbi.  Noi italiani ci aggiriamo per la capitale con una naturalezza che si trasforma in leggero disagio. La città dei porteños è un incrocio tra Napoli e Milano, ma è  incamminata sulla strada di Bucarest. Sarebbe un disastro, e un peccato. Perché gli argentini sono dignitosi, spiritosi, geniali (hanno prodotto Gardel e Borges, non può essere un caso). Peccato siano talvolta pressapochisti, sempre fatalisti, spesso retorici (rischiano di rieleggere Menem, non può essere una coincidenza). Soprattutto, sono convinti – non tutti, ma troppi – che i guai siano sempre colpa di qualcun altro. Dell’America, della globalizzazione, della finanza, del governo, dei vicini, della sfortuna: mai loro. In questo, bisogna dire, sono italiani alla seconda potenza.
   Non è un caso, forse, che venti milioni di argentini – più di metà della popolazione – abbiano ascendenti in Italia. Abitano un paese che possiede tutto (terra fertile, materie prime, porti, clima temperato, popolazione omogenea, orgoglio nazionale). Eppure, dodici milioni di persone vivono in povertà, e la classe media rischia di scendere per quella china. Gli italiani arrivano, vedono, e cominciano a rimuginare.  Danno consigli non richiesti, sparano analisi economiche, dicono cose strane (“La milonga si mangia?”).
Li ho incontrati, i connazionali, allegri e frastornati, nelle piazze di Palermo (un quartiere, non una città), lungo Florida (una strada, non uno Stato), nei ristoranti di Costanera (non una costa ma la riva di un fiume color metallo). Li ho visti leggere il “Corriere della Sera” (in vendita con “La Naciòn”) dentro la pizzeria “Piola” di Libertad, dove l’Italia s’è fermata al 1992: elegante, incerta, minimalista. Li ho visti, gli italiani, discutere coi taxisti e dei taxisti. “Prendere solo radiotaxi. Con gli altri, non si sa mai!”, dicono. E poi s’infilano dove capita.
Appesantiti dalla carne ubiqua – dite “Parilla!” a un milanese dopo due settimane d’Argentina: implorerà una pastasciutta – i connazionali s’aggirano tra memorie italiane, nomi italiani, costruzioni italiane, esempi italiani. Dante Alighieri è uno degli uomini più citati di  Buenos Aires (ben prima che Benigni ne parlasse in TV). La Boca, assicurano le guide turistiche, è “una pequeña Italia en el corazòn del los porteños y su ciudad”. Prende il nome dallo sbocco del Riachuelo – un corso d’acqua che potrebbe piazzarsi bene nel concorso per il Fiume Più Sporco del Mondo – ed è storicamente terra d’italiani. Da queste parti i nostri antenati crearono il tango,inventarono il cocoliche e portarono il calcio. Col tango – grande musica urbana: non tollera gli spazi aperti –  ballavano. Col cocoliche – un'”italospagnolo” che prende il nome da un napoletano – comunicavano. Col calcio, sognavano. Gli italiani fondarono il River Plate nel 1901,  e il Boca Juniors tre anni dopo. Ancora oggi i gialloblu del Boca entrano nella Bombonera con la scritta “xeneizes” (genovesi) sulla maglietta. I visitatori italiani, al termine del pellegrinaggio obbligatorio tra le case colorate del Caminito, arrivano sotto gli spalti vertiginosi: lì dentro giocava Maradona!, dicono i napoletani.  Aggiungono gli interisti beninformati: e lo sbarbato Javi Zanetti disputò la partita che lo consacrò (mezzo Boca fatto in fuori in dribbling, e passaggio-gol). 
 Qualche italiano visita anche il cimitero di Recoleta – violentemente urbano, come il tango. Posto  stretto, memorabile, barocco. I visitatori puntano tutti verso la tomba della donna per cui gli argentini nutrono una devozione quasi religiosa, Evita Peron. Non la trovano subito, perchè sta nella cappella della famiglia Duarte. Così, strada facendo, si guardano intorno. E non vedono solo le statue, le guglie, gli angeli di pietra, i nomi altisonanti. Vedono l’incuria spettacolare, i fregi rotti, i vetri sporchi, il pavimento sottosopra. Buenos Aires è anche questa, purtroppo. E a noi italiani dispiace, in fondo. Perché l’Argentina è il nostro rimorso, e il nostro rischio.




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