MEET THE BOSS (Incontro con Bruce Springsteen)

Corriere della Sera




BUFFALO (New York) –  Sono venticinque anni che torno negli Stati Uniti, e pensavo che nessuna risposta potesse turbare gli agenti dell’immigrazione, quando biascicano: “Quanto tempo? Motivo della visita?”. Questo fino a domenica, quando ho detto: “Solo un paio di giorni. Ho un appuntamento con Bruce Springsteen.” L’agente ha mosso un sopracciglio, poi l’altro. “Wow! Vada.”
E io sono andato, assaporando il primo di una serie di piaceri infantili. Anzi: piaceri da teenager, perché quello ero, nel 1975, quando ho ascoltato  “Born to run”, e ho capito che quel ragazzotto del New Jersey indicava la via d’uscita da un mondo popolato di Yes e Jethro Tull. Cantava con rabbia dolce, Springsteen, e la sua voce riempiva le nostri notti lombarde. “Thunder Road” nell’autoradio riusciva a trasformare una tangenziale in una highway. Per questo gli siamo  riconoscenti.
Ma non è facile – pensavo – intervistare il proprio idolo di gioventù, soprattutto quando la gioventù è finita per tutt’e due. Sbagliavo: Springsteen non è il tipo che vive di ricordi, e non ti permette di farlo.  “The Rising”, scritto di getto dopo la tragedia delle Torri Gemelle, è il capolavoro di un artista che ha saputo tenere alte le antenne tra i capelli grigi. Ma è, soprattutto, la reazione di un uomo decente. Nessuno, infatti, l’ha accusato di voler approfittare dell’accaduto. Tutti hanno capito che quel disco era il modo con cui un americano del New Jersey cercava di riempire l'”empty sky”, il cielo vuoto che si trovava davanti quando usciva dal tunnel sotto l’Hudson.
Bruce Springsteen e la E Street Band suonano a Buffalo, ultimo di venti concerti americani. Seguiranno sette concerti europei (tra cui Bologna, 18 ottobre), e altre venti date negli USA, fino a metà dicembre. Chiedo se è stanco. Risponde: “Stanco? Troppo presto!”, e scoppia a ridere. Poi borbotta: “Non mi sono lavato i capelli, li copro perché sono orrendi. Di solito non tengo il cappello nelle interviste, ma oggi sono un vero casino”. Nessun problema. Ma sappia che gli tocca il “tu”, perché non riuscirò mai a chiamare “Signor Springsteen” uno con un cappellino così.
Dico: ero a Monaco di Baviera, nel 1982, e saltavi sul palco come un canguro. Lo fai ancora, a cinquantatre anni? “Adesso sono un vecchio canguro” risponde, ridendo di nuovo. E’ una lunga chiassosa risata popolare,  condita di  “Yeah!” e “Doing great!”, che gli consente di fare una cosa che pochi intervistati fanno: pensare alle risposte. Mentre ride, pensa. Mentre stringe le braccia sul petto e butta fuori i bicipiti, pensa. E quando apre bocca, si vede che ha pensato.
Quando gli chiedo come se la passa il  suo “runaway American dream”, lo sfuggente sogno americano che apriva “Born to run”, mi guarda male. “Wow! That’s a big question!  Accidenti, è una grossa domanda! Non so se sono in grado di rispondere.” Ma poi risponde, naturalmente. “Il sogno americano? Ancora irrealizzato, direi. E sarà sempre così, in qualche modo, perchè  promessa e sogno sono idee americane, come  giustizia e fraternità sono idee francesi. Trenta milioni di persone, negli USA, nella nazione più efficiente sulla terra,  vivono in povertà. Questo andrebbe affrontato.  E non mi sembra che lo sia. Non in modo sistematico, almeno. Manca  un leader con una visione, manca idealismo tra la gente. Mi chiedo se esista la volontà di affrontare certi problemi. O se invece non abbiamo deciso di segregare quelle persone, di non vederle e non sentire la pena delle loro vite.”
Siamo dentro la HSBC Arena di Buffalo, ventimila posti che tra un’ora saranno tutti pieni. Prima dell’intervista Springsteen ha proposto di seguirlo al “sound check”, la prova del suono. Ascoltarlo da solo al piano davanti a ventimila seggiole vuote, mentre canta la vecchia “Lost in the Flood”, mette i brividi. Sentire la E Street Band che attacca “The Rising” lascia sbalorditi. Sono cinquantenni invecchiati insieme, che suonano a memoria e sembrano divertirsi ancora. Chiederò a Clarence Clemons, il monumentale sassofonista, se immaginava che Springsteen avesse tanta benzina, quando l’ha incontrato, trent’anni fa. “Mai avuto dubbi – dice – Ho conosciuto il Boss e ho abbandonato tutti gli altri progetti. Perché ho capito che uno così non l’avrei trovato più.”
The Boss, lo chiamano.  Springsteeen mi dice  – malvolentieri, la domanda lo annoia – che il nome gliel’ha dato il gruppo. E’ un segno di affettuoso rispetto per un artista che ha sempre tirato dritto, e si è preso le sue responsabilità. Mentre Michael Jackson trasformava il proprio profilo in un disastro ecologico, e Mick Jagger cominciava a imbalsamarsi da vivo, Bruce Sprinsgteen ha continuato a descrivere Asbury Park, che non  è solo la sua città nel New Jersey, ma un luogo metaforico: la periferia del mondo, in tutto il mondo. Springsteen ha scritto, anni fa: “Ho visto amici e conoscenti che cercavano di condurre vite decenti e produttive, e ho sentito in tutto questo una sorta di eroismo quotidiano. Lo sento ancora.”
Questa sensibilità gli ha consentito di riuscire dove quasi tutti gli scrittori americani hanno fallito, dopo Steinbeck (che lui conosce e ama).  Springsteen ha raccontato il dramma e la poesia di un’America che accumula sconfitte, ma non è sconfitta. Sui suoi taccuini a righe, in trent’anni, il Boss ha scritto testi fenomenali. Prendete l’ultimo album,  provate a tradurre  “You’re missing” e a restare indifferenti, se ci riuscite.  Ascoltate il primo disco, “Greetings from Asbury Park” e pensate che aveva solo ventitre anni, quando ha scritto  quelle canzoni.  
Ma queste cose non si possono dire, a un intervistato. Meglio fargli raccontare di quando, nel 1975, dopo il successo di “Born to run”, ha deciso che doveva conoscere Elvis Presley (è arrivato di notte a Graceland e l’hanno buttato fuori. Lui gridava “Ma io sono sulla copertina di ‘Time’ e ‘Newsweek’!”, e le guardie dicevano: “Come no”). Oppure si può provare a chiedergli di mamma Adele, la cui famiglia veniva da Sorrento. O della moglie-cantante, la rossa Patty Scialfa, che ha un papà di Catania. The Boss conferma, spiega, racconta l’educazione cattolica. “We’re a big Italian family, siamo una grande famiglia italiana”, conclude sorridendo.
Chiedo: “Sei cattolico, oggi?”. Questa non se l’aspettava. “Once a Catholic, always a Catholic, one could say. Una volta cattolico, per sempre cattolico, si potrebbe dire.” Gli cito un articolo di “Civiltà Cattolica”, dove si parla della “qualità redentiva dell’opera di Springsteen” e di “una ispirazione ricca di valori, termini e simboli di valore religioso”. Mi guarda:  “Cattolico? E’ una di quelle cose che sei e magari non sai di essere. Però avevo paura quando ho visto l’ Esorcista.” Ride, poi diventa serio. “Io credo che nei primi dodici anni  accumuliamo le immagini che ci accompagneranno per tutta la vita. Io frequentavo una scuola cattolica. L’anima non è un’astrazione per un bambino. E’ molto molto reale. La prendi alla lettera. E l’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto. E non sono l’unico. L’America  è nazione religiosa, anche se all’estero talvolta non lo capiscono.” Gli dico di fermarsi, o lo faranno santo prima d’arrivare a Bologna.  Dice: “I santi? Tutti colpevoli finchè non dimostrano la propria innocenza.”
Ha tre bambini, Springsteen, tra gli otto e i dodici anni. Dice che gli hanno cambiato il modo di vedere le cose. “Con loro la vita è vissuta più intensamente.  In modo solido. Gli ultimi dieci anni –  i bambini, il matrimonio con Patty – sono gli anni più tangibili della mia vita. Una volta segnavo il tempo solo col lavoro. Ora guardo i figli crescere.” Domando se i figli ascoltano la sua musica. Dice di sì, ma non resistono un intero concerto. “I figli vedono il pubblico come un rivale. I bambini vogliono possedere interamente papà e mamma.  Non dividerli con altri.”
L’11 settembre 2001 eri a casa? “Sì ero a casa.” Mai temuto,  lavorando a “The Rising”, che qualcuno ti accusasse di voler sfruttare la tragedia? “No. Perchè la comunicazione  è tra me e chi ascolta. Questo disco l’hanno capito tutti subito; con altri – come “Darkness on the edge of town” o “Born in the USA” –  c’era voluto più tempo. E poi, vedi, io scrivo da trent’anni su questi argomenti: idealismo, coraggio,  eroismo quotidiano. Certo, bisogna esser cauti e sensibili, e pensare a cosa si sta facendo. E aver fede nel proprio pubblico.”
“Un po’ di vendetta e anche questo passerà”, dice la canzone d’apertura, “Lonesome day”. Chiedo se la vendetta è esaurita, oppure altro deve venire. Capisce subito a cosa alludo. “Sono confuso anch’io. Posso dire però che la gente, in America, non è convinta di buttarsi in una nuova guerra. Con l’Afghanistan, non avevamo scelta. Eravamo stati attaccati. Tutti erano d’accordo. Con l’Iraq   è  diverso. Non penso che la gente voglia mandare figli e figlie in prima linea in base alle informazioni di cui dispone.” Dico: in Europa abbiamo la sensazione che l’America non sia più interessata a quello che diciamo. Risponde: “Dipende da amministrazione a amministrazione. Certo non vedo l’impegno che vorrei. Eppure abbiamo bisogno di creare un fronte comune.  Come cittadino, vorrei vedere gli USA che agiscono in accordo col mondo.  In fondo, è così piccolo.”
Lo lascio andare alla folla che aspetta.  La sua manager, più tardi, riferirà: “Bruce s’è divertito, nell’intervista.  Ha detto che alla fine si sentiva Henry Kissinger.” Gli ho mandato a dire: è vero, avete tutt’e due una bella voce. Ma l’America l’hai capita meglio tu, Boss.




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