Il Deserto dei Tartarinteristi

Sportweek


Interista ufficiale, Giovanni D. partì una mattina di settembre per raggiungere la Fortezza Meazza, sua destinazione.
  Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì di nuovo la divisa da tifoso. Come ebbe finito si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina: sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
 Era quello il giorno atteso da tempo, l’inizio delle partite vere. Pensava alle giornate squallide di maggio, si ricordò delle amare sere quando sentiva fuori nelle vie passare gli juventini liberi, e presumibilmente felici; dei risvegli notturni nella camera calda, doce ristagnava l’incubo di Gresko, e delle punizioni che gli avrebbe inflitto. Ricordò la pena di contare i giorni uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente iniziato il campionato, non aveva più da consumarsi sui giornali né da tremare alla voce da sergente del collega rossonero: tutto questo era passato. Tutti quei giorni che gli erano sembrati odiosi, si erano consumati per sempre, e non si sarebbero ripetuti mai.


  Mi perdonerà, Dino Buzzati, se ho leggermente adattato l’attacco del suo capolavoro, “Il deserto dei Tartari”. Anche noi interisti infatti, come il tenente Giovanni Drogo, conosciamo il piacere estenuante dell’attesa, la consolazione delle regole, il sostengo dei compagni di fede. Dovessi dare un titolo a questo scampolo di prosa neroazzurra, potrebbe essere: “Il deserto dei Tartarinteristi”.  Il nostro è lungo tredici anni, ormai (scudetto 1988/89). Ma prima o poi scenderanno i tartari delle colline – le stesse dietro le quali è scomparso Ronaldo, Coniglio Mannaro – e daranno un senso alla nostra vigilia.
  Ora che ci penso: anche altre squadre offrono spunti letterari. Per la Juventus, sceglierei Gabriel Garcia Marquez e “Cent’anni di solitudine” (la Vecchia Signora piace infatti ai suoi tifosi, ma è da sempre antipatica a tutti gli altri). L’attacco, appena ritoccato, potrebbe suonare così:


   Molti anni dopo,  di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Lippi si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui lo avevano condotto a conoscere il ghiaccio: Bettega.   Torino era allora un villaggio costruito sulla riva di un fiume dalla acque diafane….


All’ambiente vivave della Roma, invece, s’adatta il “Libro della Jungla” di Kipling.  Ditemi se l’inizio non è perfetto:


 Eran le sette di sera, d’una serata caldissima tra i campi di Trigoria, quando Babbo Lupo (Sensi) si svegliò dal suo riposo diurno. Si grattò, sbadigliò e stirò le zampe una dopo l’altra per scuotere dall’estremità il torpore del sonno. Mamma Lupa (la squadra) se ne stava accovacciata, col grosso muso a terra, in mezzo ai suoi quattro cuccioli (Totti, Montella, Cassano e Batigol) che si rotolavano guaiolando, e la luna splendeva entro la bocca della tana che era la loro casa.
  – Aughr! – gridò Babbo Lupo – è ora di rimettersi in caccia.




  Resta il Milan, quarta pretendente allo scudetto. Quale celebre attacco potrebbe adattarsi ai cugini (“attacco” letterario, caro Galliani: so che con Inzaghi-Sheva-Rivaldo-Thomasson siete a posto)? Il “Rosso e il Nero” di Stendhal? Prevedibile. “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe? Crudele.  “L’ultima spiaggia” di Alex Garland?  Eccessivo. Ecco, ci sono: “I Demoni” di Dostoevskij. Sempre diavoli sono.


Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti tanto strani svoltisi non è molto nella nostra città, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano; e precisamente da alcuni particolari biografici intorno a Silvan Berlusconovic, uomo di molto ingegno. Questi particolari non serviranno che d’introduzione, mentre la storia che mi propongo di scrivere seguirà poi.




Bene: Inter, Juve, Roma e Milan sono a posto. Forza, adesso: mancano  quattordici squadre di serie A. Sportivi, fate uscire il letterato che è in voi. E voi, letterati, siate sportivi, almeno una volta.

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