Abbiamo perso

Corriere della Sera


Martedì mi sono alzato alle quattro del mattino, e alle sei e mezza
sono tornato a dormire. Risvegliandomi ho sperato fosse un brutto
sogno, uno dei tanti misteri inquietanti di Seattle (come Twin
Peaks, il Green River Killer, la prima chitarra di Jimi Hendrix e la
pettinatura di Bill Gates). Purtroppo non era così. Abbiamo perso –
ci hanno fatto perdere? – e vederlo da lontano è brutto.


Lo ammetto. Ci sono rimasto male. So che è infantile (perfino
sorprendente: sono interista, e di masochismo calcistico me ne
intendo). Ma se psicodramma dev’essere, meglio viverlo a casa, dopo
possiamo lamentarci insieme e darci ragione a vicenda. Questo,
invece, è stato un mondiale onirico e privato. Ho visto
Italia-Ecuador a Washington (solo, in pigiama, caffé lungo in mano).
Ho subito Italia-Croazia a New York, cambiando albergo perché non
avevano né ESPN2 né Univision. Ho patito Italia-Messico a Los
Angeles, cioè a un passo dal Messico: e nessuno tifava con me. Ho
sofferto Italia-Corea a casa di amici italiani qui a Seattle, e il
nostro tricolore sul Lake Washington all’alba faceva malinconia.


E’ inutile nasconderlo: i Mondiali, con una prevedibilità quasi
imbarazzante, risvegliano il sentimento nazionale. E quello degli
italiani è violento e doloroso, perché non è allenato. Per anni ci
dimentichiamo che vorrà pur dire qualcosa, se il destino ci ha messo
a vivere sulla stessa striscia di terra. Lo scopriamo di colpo quando
vediamo schierati su un campo ragazzi che somigliano ai nostri figli
e a nostri amici, e quando s’arrabbiano usano parolacce che
conosciamo. Il bello è che questo sentimento non diventa aggressivo,
come quello di troppi inglesi in queste circostanze; ma dolce, quasi
tenero (bizzarro, per un popolo che tenero non è). Il brutto è che
non dura. Quando “senso della nazione” diventa “senso civico”,
storciamo il naso. Lo sforzo quotidiano, notoriamente, ci pesa.


Ma scoprire che il patriottismo ha un buon sapore è già qualcosa.
Fosse solo una pausa nell’interminabile litigio nazionale sarebbe,
comunque, da festeggiare. Ma io credo ci sia di più. Ho l’impressione
che questo sentimento cresca perchè – confusamente, instintivamente –
sentiamo che non possiamo farne a meno. Non è merito dei discorsi dei
Presidenti, che vedono sempre un’Italia tirata a lucido per il loro
arrivo (non è colpa loro). Il merito è del mondo che cambia, e ci
costringe a decidere chi siamo e cosa ci unisce.


Siamo stati emigranti: ora riceviamo immigrati. Ai quali dobbiamo
presentare un progetto, e chiedere se lo condividono. Gli Stati
Uniti, dove mi trovo, l’hanno fatto e continuano a farlo. Anche se il
termine è fuori moda, il “melting pot” americano è sempre sul fuoco:
la pentola dove si fondono le culture continua a bollire, e a
scogliere lentamente i suoi grumi. E’ ingenuo pensare di fare lo
stesso, in Italia: la nostra minestra ha un ingrediente principale, e
sarebbe sciocco negarlo. Ma si può arricchire e insaporire. Tutto sta
a trovare la ricetta: occorrono, insieme, regole e sentimento.
Qualcosa si muove, ho l’impressione, su tutt’e due i fronti. La
nuova legge sull’immigrazione può non essere perfetta, ma era
opportuna. Il lassismo, in queste materie, non è prova di buon cuore:
è segno di irresponsabilità, e prepara la strada agli estremisti e
agli urlatori. Litigare sulle impronte digitali è grottesco:
prendiamole a tutti, cittadini e nuovi arrivati, e smettiamola di
discutere per niente. Una schedatura? Ovviamente: lo è anche il visto
che ho ottenuto per venire negli USA, e il codice fiscale che porto
in tasca. Dov’è il problema?


Fin qui la legge. Resta il sentimento, che deve sopravvivere ai
Mondiali. Qui, tra due settimane, festeggiano con birra e barbeque il
compleanno dell’America, suonano l’inno nazionale prima delle
partite, pubblicano libri intitolati “101 Great Reasons to Love Our
Country”, 101 ottimi motivi per amare il nostro Paese (Rob Cohen e
David Wollock, HarperCollins). Provate a scriverli voi: quali sono i
motivi per cui amate l’Italia? Non ne occorrono centouno. Ne basta la
metà.

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