L’educazione del piccolo interista

Corriere della Sera – 6 maggio 2002


Quanti disturbi psicosomatici per niente. Ansiosi per nove mesi,
affranti in un pomeriggio. L’Inter dovrebbe brevettare questi modi di
farsi del male, sempre diversi e fantasiosi. Perché, ad esempio, non
mettere in commercio una caffettiera “modello Gresko”? Manico
d’acciaio, in modo da ustionarsi ogni mattina.
Massimo Moratti non sia troppo triste. Sappiamo da tempo che tifare
Inter è come iscriversi a un corso di malinconia. Amiamo una squadra
di sadici interessanti, che possono aiutarci nella formazione del
carattere. Non del nostro. Gli adulti sono, in genere,
irrecuperabili. Penso al carattere dei nostri figli. Ai quali non
possiamo mostrare una disperazione diseducativa, ma dobbiamo dire
una cosa: il tifo calcistico pùò servire. E’ la prova generale della
vita.
E nella vita bisogna saper perdere, come dicevano Gatto Silvestro
e Caterina Caselli (spiegate ai bambini chi è la Caselli; Silvestro
lo conoscono). Bisogna saper perdere quando non ce l’aspettiamo,
perché un giorno vinceremo quando non ci speriamo più (forse).
Occorre ricordare che a un bel primo tempo può seguire un brutto
secondo tempo (ieri, agghiacciante). Ma ci sarà comunque un secondo
tempo, e poi un’altra partita, e dopo l’ultima partita un nuovo
campionato. Non possiamo perderli tutti. Oppure sì, se ci mettiamo
d’impegno.
Questo direi ai piccoli interesti con gli occhi lucidi. Evitiamo,
invece, i luoghi comuni. Non diciamo che Cuper è “un eterno secondo”
(siamo arrivati terzi). Non descriviamo il pomeriggio di ieri come
“un’altalena di emozioni” (ribatteranno che da quell’altalena siamo
caduti, e abbiamo sbattuto la faccia). Soprattutto, non diciamo
“l’importante è partecipare”. Noi dell’Inter infatti abbiamo
partecipato abbastanza, e non ci dispiacerebbe vincere. Così, tanto
per cambiare.
Dite ai piccoli nerazzurri di osservare gli amici juventini: anche
trionfare con stile è difficile, e chi sa farlo va aprrezzato.
Spiegate che, tifando Inter, si sono scelti una professione
complicata. L’interista è esigente, disincantato, scettico per
vocazione. E’ un pessimista ironico. E’ convinto che ogni colpo di
fortuna verrà pagato, e per ogni Vieri c’è un Gresko (povero ragazzo:
qualcuno si sta occupando di lui e del suo biglietto per la
Slovacchia?).
Dite ai giovani interisti che perdere con classe è difficile, ma è
meglio che perdere senza classe. Accadrà d’essere sconfitti
(meritamente, immeritatamente) in cose più importanti del calcio.
Quindi, tanto vale prepararsi. “La sconfitta è il blasone dell’animo
ben nato”, sosteneva un poeta argentino (parente di Cuper)? Potremmo
rispondere che di blasoni così ne abbiamo una collezione (Lugano,
Helsingborg, quel derby col Milan, Alaves). Dell’Olimpico facevamo
volentieri a meno.
Anch’io ho detto queste cose al piccolo interista di casa (classe
’92), mentre piegavamo la bandiera a scacchi neroazzurri e la
riponevamo in una cassapanca, dalla quale verrà estratta solo il
giorno dello scudetto. Mia moglie ha chiesto se poteva farci una
gonna, ma è stata ignorata. Mio figlio invece ha commentato, al
termine della cerimonia: “Devo ricordarmi dove l’abbiamo messa. I
miei bambini magari vorranno saperlo”. Bravo ragazzo: lo spirito è
giusto. In fondo, se avessimo vinto quest’anno, cosa ci restava da
sognare l’anno venturo?

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