Cari ventenni del 2002, non regalategli un “ma”

Dal “Corriere della Sera”




C’è uno spavento speciale, davanti all’assassinio di Marco Biagi,
nella mia generazione. Per chi è nato nella seconda metà degli anni
Cinquanta l’annuncio al telegiornale e il sangue sul marciapiede
hanno coinciso con la scoperta della politica. Per questo, forse, ne
abbiamo diffidenza.
Chi è oggi intorno ai 45 anni è diventato grande tra le brutte
notizie. Avevamo 19 anni quando hanno sparato a Carlo Casalegno, 21
anni quando hanno ucciso Aldo Moro, 23 anni quando hanno assassinato
Vittorio Bachelet e Walter Tobagi. Non era facile – anzi era
impossibile – capire che qualcuno potesse morire per un’opinione su
un giornale. Però accadeva. E’ accaduto di nuovo.
La nostra generazione ha orrore del terrorismo come quella dei
nostri genitori ha paura della guerra: perchè sa che è orrenda e
cambia la vita. Perchè ha visto le città che si vuotano la sera, il
dolore vero degli amici, le commemorazioni oneste ma inutili. Non
posso credere che l’Italia cada nella stessa trappola. Non mi sembra
di sentire frasi come “né con lo Stato, né con le Brigate Rosse.”
Ricordo i nomi e le facce di coloro che le hanno pronunciate. Sono
ancora tra noi, certamente pentiti, spero un po’ imbarazzati.
L’hanno scritto in molti, ieri, a “Italians”. E’ un rumore, il
terrorismo, che i quarantenni detestano. E’ un riflesso istintivo,
un paura irrazionale. Chi ha settant’anni sente ancora le sirene
degli allarmi aerei. Noi risentiamo il crepitio inutile della
dichiarazioni, i silenzi dei funerali, la prosa – pessima – dei
comunicati di rivendicazione.
Per questo vorremmo dire ai ventenni: siate calmi e lucidi. In
politica, pensatela come volete. Ma dite chiaro e forte che chi spara
ha sempre – ripeto: sempre – torto. Non c’è “ma”, non c’è “se”, non
c’è “però” che tenga. E’ attraverso i ma, i se e i però che passa il
tossico in grado di avvelenarci tutti. A chi oggi vi racconta (con un
film, un libro o una canzone) com’erano formidabili quegli anni,
dite: no, erano uno schifo. La politica, nella seconda metà degli
anni Settanta, era intimidazione e intolleranza. Cosa c’è di
formidabile in tutto questo?
Detesto apparire paternalista. Fate conto che io sia un anziano
fratello pedante, o un giovane zio rompiscatole. Ma credetemi. Nella
vita si può discutere, litigare, cambiare idea, gruppo o partito (c’è
chi non fa altro, come sapete). Ma occorre piantare dei paletti. Il
primo: la violenza è sbagliata. Non c’è indignazione o rivendicazione
che giustifichi l’esecuzione di un uomo che torna dai suoi figli in
bicicletta, la sera. E’ un’azione immonda. Punto.
Eppure vedrete: arriveranno. Arriveranno quello del ma, del se, del
però. Arriveranno meditabondi, parleranno con un’occhiata,
esordiranno con “Certo è una tragedia. Ma d’altronde…”. Eccolo,
l’orribile “ma”. E’ lo stesso che abbiamo ascoltato dopo l’11
settembre, pronunciato per motivi diversi da persone diverse.
Sembrava impossibile che, davanti a tanto orrore, qualcuno dicesse
“ma”. Eppure, è accaduto. Eppure qualcuno ha detto: “E’ una
tragedia. Ma d’altronde…”.
Vorrei sapere cosa direbbe Montanelli, oggi. Anzi, lo so: non
direbbe niente. Spalancherebbe gli occhi celesti come faceva sempre
davanti alla stupidità umana, e penserebbe che l’Italia, come certi
bambini, ha la capacità di non imparare. Avevo 19 anni e non l’avevo
ancora incontrato, quando gli hanno sparato. Ricordo la foto: un uomo
lunghissimo steso vicino a una cancellata di Milano. Ricordo quella
goffagine tragica: ne abbiamo parlato. Lui tendeva a minimizzare, a
dire che era stato solo un episodio buio in anni oscuri. Ma gli occhi
celesti dicevano che non era così semplice. Indro aveva perdonato gli
uomini che gli avevano sparato. Ma temeva il virus che portavano
dentro: l’intolleranza feroce.
Quel virus è ancora in giro, cari ventenni del 2002. Credo – spero
– che sia raro, ma non è isolato. C’è ancora qualcuno convinto che i
problemi di un Paese si possano risolvere sparando a un papà in
bicicletta che rincasa. E quel qualcuno è tra noi, e legge i
giornali, e parla del campionato mentre beve il caffè al bar.
Non regalategli un “ma”, un “però”, un “d’altronde”: non lo merita.
E non spaventatevi. E’ quello che vuole.

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