L’Italia non è incorreggibile

Dal “Corriere della Sera”






Era una delle volte (poche) in cui non ero d’accordo con Montanelli.
Lui sosteneva che gli italiani non sarebbero cambiati mai. Io
ribattevo che siamo come le lancette dell’orologio. Se le fissi,
rimangono ferme. Se le guardi ogni tanto, si sono spostate.
Continuo a essere di questo parere, e ritengo che la teoria
dell’incorreggibilità italiana sia pericolosa. Se in Montanelli
parlava l’antico scetticismo toscano, altri personaggi non sono
altrettanto sinceri, né altrettanto onesti. Sostenere che l’Italia
non possa cambiare è la scusa perfetta per quanti non vogliono
cambiare. E sono in tanti, purtroppo.
Ognuna delle infinite corporazioni sparse per l’Italia è, a modo
suo, un agente di conservazione. Sindacati e partiti, ordini e
rappresentanze, gruppi e lobby, categorie e comitati. E,
naturalmente, noi cittadini. Cosa ci spinge a non cambiare? Il timore
del nuovo. La nostra è una nazione di conservatori futuristi.
Vorremmo restare sulla strada vecchia imboccando la strada nuova. E’
una manovra impossibile, naturalmente. Ma di quell’impossibilità non
siamo ancora convinti.
Di questi argomenti discuto, da anni, con gente che ha navigato a
lungo nei mari della Repubblica (che non è né prima, né seconda: è
sempre quella, con un po’ di fondotinta). E mi sento di dire questo.
Non badate a ciò che dicono i potenti quando parlano in un microfono.
La verità è che il ministro, il presidente, l’ambasciatore, il
direttore generale e il capitano d’industria giudicano l’Italia
affascinante, ma incorreggibile. Credono che un livello minimo
d’indecenza nazionale sia inevitabile. In questo stagno è
affogata Tangentopoli (lì aveva previsto tutto Montanelli; io
m’illudevo). E’ affogata nella rassegnazione, nella convinzione
diffusa che, tanto, l’Italia non cambierà mai.
E’ un errore, secondo me. Un errore che rende inutili – anzi:
incredibili – e continue esortazioni pubbliche che ci piovono sulla
testa. Chi ci comanda, con poche eccezioni, giustifica certi
comportamenti perchè confonde la fisiologia con la patologia. Se
l’Italia è malata, invece, dobbiamo dirlo. Guarirà tra molte
generazioni, magari. Ma se non cominciamo, non guarirà mai.
Non solo. Se cominciassimo, i miglioramenti si vedrebbero da
subito. Volete le prove? Ne scelgo una, locale e quasi banale. Sono
a Roma, e vedo che tutti i motociclisti portano il casco. E’ un
fenomeno che osservo da tempo. Chiunque viene nella capitale l’avrà
notato. Ora: i romani portano il casco perchè è giusto, perchè è
sicuro, perchè lo dice la legge? Ma neanche per sogno. Lo portano
perché, altrimenti, li fermano e li multano. All’inizio pare fossero
sbalorditi. Poi, si sa, subentra l’abitudine.
Tutto questo era prevedibile, dirà qualcuno. Io rispondo: per
niente. L’anarchia del motociclista capitolino era un postulato
italiano. La prova di un destino nazionale, quasi di una necessità
genetica. Nessuno pensava si potessero imporre buon senso e
disciplina. Pochi colleghi stranieri, negli anni, si sono lasciati
sfuggire l’occasione per il pezzetto di colore (le ragazze romane
come amazzoni motorizzate, capelli al vento e quant’altro). Non so
invece quanti abbiano scritto che le cose sono cambiate, e perchè.
Eppure sono cambiate.
Sono cambiate anche in altri campi, se ci pensate. In Italia,
abbiamo capito e usato bene la legge per l’elezione dei sindaci.
Sappiamo adeguarci alla raccolta differenziata dei rifiuti. Usiamo
l’euro come tutti in Europa. Abbiamo perfino saputo rinunciare alle
automobili, quando ce n’è stato bisogno.
Dicono che non siamo governabili. Spesso mi chiedo, invece, se non
siamo governati. Non so perché, ma mi viene in mente la frase di una
au-pair francese, spazientita col padrone di casa inglese incapace di
darle ordini: “Monsieur, vous avez peur de me commander!”. Ecco.
Forse la nazione italiana – ragazza sveglia, in fondo – dovrebbe
gridarlo in faccia a chi comanda, invece di ascoltare lusinghe che
sanno d’imbroglio. Signore, voi avete paura di comandarmi!


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