Maria Grazia

“Corriere della Sera”


Maria Grazia se n’è andata e i suoi amici l’hanno ricordata, sui giornali e in televisione. A chi, come me, la leggeva spesso ma la conosceva appena, non rimane che ringraziarla: perché raccontava risparmiando gli aggettivi – è un dono di pochi – e per il regalo che ci ha lasciato. Molti infatti sembrano aver capito, davanti a quella morte, che il nostro è un mestiere. Vedi, Maria Grazia? Ho  evitato anch’io gli aggettivi. Avrei potuto dire: un mestiere esigente, incerto, complicato, appassionante, talvolta pericoloso. Invece ho scritto: un mestiere.
  I lettori che ora esprimono il loro dispiacere al “Corriere della Sera”, questo lo sapevano già.  Altri italiani magari lo sapevano, ma qualcuno, ho l’impressione, se lo stava dimenticando. Ora però tutti ci penseranno bene, prima di liquidare una professione – la nostra – come un vizio, un vezzo o un passatempo.
   Perché stava accadendo, da qualche tempo. L’irrisione del giornalista era diventata un atteggiamento di moda. Guardate i sondaggi d’opinione: siamo regolarmente piazzati tra quelli di cui non ci può fidare.  Ascoltate certe conversazioni: siamo quelli che tacciono, travisano, tergiversano.
  La cosa mi ha sempre fatto infuriare – ci sarebbero verbi più efficaci, ma non stanno bene in queste due colonne – perché si tratta di un atteggiamento  frettoloso e convenzionale. Peggio: sciatto. Mi arrabbio allo stesso modo quando sento liquidare con una battuta  intere categorie, come i medici e gli insegnanti. Ne conosco che fanno benissimo il proprio lavoro, con una serietà e una  passione che commuove. Dovremmo pagarli tre volte tanto (a spese, magari, di qualche collega lavativo). Non deriderli o condannarli in blocco.
  Non si fanno pubbliche relazioni con la morte, è chiaro. Ma si possono lasciare  eredità importanti.  A Maria Grazia, giovane donna di Catania, è toccato in sorte di aiutare un’Italia distratta a capire quanta passione, quanta fatica e quanto orgoglio c’è, ancora oggi, dietro il mestiere di giornalista. Che non è solo quello di inviato speciale, incarico sempre più difficile. Quand’era il mio lavoro, dieci anni fa,  dicevo a Montanelli:  rispetto a tuoi tempi, arriviamo in fretta ma arriviamo in tanti, quando molto è già stato mostrato o raccontato. Lui rispondeva: “Bene. Vorrà dire che ci metterete più originalità, più cultura e più scrittura. E sarete più accurati di noi, che spesso non potevamo essere contraddetti, perché in molti luoghi eravamo soli con la nostra coscienza professionale.”
   Il giornalista non è solo l’inviato speciale, dicevo. Passione, fatica e orgoglio servono anche per scegliere le notizie, e valutarle. Servono per restare davanti a un computer dodici ore al giorno, se è quello che occorre. Servono per riferire con precisione e commentare con onestà, sapendo che essere obiettivi è impossibile.  Servono per cogliere la semplicità nella complessità. Servono per non farsi comprare; e, prima ancora, per non mettersi in vendita. Servono per resistere all’autocensura, che è più insidiosa della censura. Servono per resistere alle pressioni e alle lusinghe di chi comanda. Qualcuno, giorni fa, ha scritto che “i giornalisti sono diventati il capro espiatorio di tutti i poteri”. Per capire quanto sia vero, basta guardarsi intorno, non solo in Italia.
  E’ evidente che molti guai ce li siamo andati a cercare: la reputazione è un congegno delicato, e in qualche caso è stato manomesso. Alcuni di noi sbagliano, cedono, ammiccano, accettano; e di solito sono bravi a coprire le proprie debolezze con frasi a effetto (o con la militanza politica, e non è meno grave).  Altri spiegano la propria ignavia con la condizione italiana: sono così numerosi gli ambienti che meriterebbero un’indagine, che si sceglie di non farne nessuna. Ma sono certo che anche costoro, da lunedì, pensano di più, e sbaglieranno meno. Sappiamo infatti di essere circondati da un po’ più di stima, cercheremo di meritarla. E questo è merito di una giovane donna siciliana.
  Ripeto: non si fanno pubbliche relazioni con la morte. Ma si possono lasciare

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