LE PERSONALITA’ ROTONDE

Da “SportWeek”/”Gazzetta dello Sport”


Alla fine dell’anno scorso, a Bologna, ho condotto la serata del
Premio Bacchelli, assegnato a Don DeLillo per il romanzo
“Underworld”, pubblicato in Italia da Einaudi. DeLillo è uno
scrittore americano, molto bravo e molto timido. Come Thomas Pynchon,
non è di quelli che vanno in TV. Ma il Comune di Bologna gli
assegnava un premio ricco e importante, e rifiutare le riprese della
Rai sembrava una sgarbo. Così DonDeLillo, con l’aria sconsolata, ha
accettato. Prima di salire sul palco mi ha detto: “I trust you, mi
fido di lei”.
Vi starete chiedendo come ci si può fidare di un giornalista; e
perché racconto tutto questo su una rivista sportiva. Ci arrivo.
Don DeLillo ha preso posto, con le luci in faccia, ed era nervoso.
Neppure la presenza di Umberto Eco – seduto intorno a lui con Nanda
Pivano, Armando Torno, Emilio Tadini, Angelo Guglielmi e altri –
sembrava tranquillizzarlo. Ho pensato, allora, di ricorrere all’arma
segreta.
Dovete sapere che “Underworld” è la storia di cinquant’anni
d’America attraverso i passaggi di mano d’una palla da baseball,
quella del leggendario fuoricampo che consentì ai Giants di battere i
Dodgers il 3 ottobre 1951, ai Polo Grounds di New York. Perciò avevo
chiesto a un amico avvocato, seduto tra il pubblico, di tenere la
palla che avevo riportato dal mio primo viaggio negli USA. Se le
cose si fossero messe male, avrei alzato un braccio e lui, dal buio,
avrebbe dovuto lanciarmela.
Converrete che è un’idea rischiosa. Se avessi mancato la presa e
Umberto Eco fosse stato abbattuto da un lancio di un avvocato di
Finale Emilia, sarei entrato nella storia della televisione
(l’avvocato, in carcere; il professore, in ospedale). Ma tutto è
andato bene. Ho acchiappato la palla, e l’ho consegnata a Don
DeLillo. “Ce la spieghi”, ho chiesto. “Ci dica perché questo oggetto
è tanto affascinante”.
E’ stato come mettere gli spinaci in bocca a Braccio di Ferro, come
allontanare Superman dalla kriptonite, come accompagnare il Principe
da Biancaneve. DeLillo, che seguiva la premiazione con una cortesia
catatonica, si è svegliato di colpo. Ha cominciato a spiegare che “a
baseball” è bella da toccare, da soppesare e da girare tra le mani.
Ha preso a discettare sul fascino delle cuciture, sulle tracce
d’erba, sull’anima del caucciù. “Ogni palla è diversa. Per questo ha
tanto fascino.” ha detto, trasognato. “Quando una palla da baseball
vola nella folla, tutti si gettano a raccoglierla. Quando una palla
da golf fila verso il pubblico, tutti si scansano. Vorrà pure dire
qualcosa.”. Il suo entusiasmo era tale che non ho avuto il coraggio
di obiettare che la palla da golf fa più male.
La serata, comunque, mi ha insegnato qualcosa. Le palle dello
sport hanno una personalità. Di quelle da baseball, s’è detto: la
“Washington Post” le ha definite “a soothing balm”, un balsamo
lenitivo, dopo i giorni del dolore e del terrore. Le palle del golf,
confesso, mi lasciano perplesso: se volevano essere piccole arance,
hanno sbagliato colore. La palla da pallavolo mi è simpatica: è
spesso colorata, mai minacciosa, e ha un peso ragionevole. La palla
da basket è interessante: è proporzionale ai giganti di quello sport,
anche se costringe i bambini al sollevamento pesi. La palla da rugby
è bella da guardare: infatti non mi sono mai sognato di giocarci. Tra
la pallina da ping-pong e la palla da tennis, preferisco la prima.
Ambedue, però, sono inquietanti. Una leggera e subdola (per capire se
è rotta, occorre schiacciarla). L’altra pelosa e indolente (quando è
esausta, non lo dice).
Resta la palla da calcio. Quella mi piace da morire. Peccato sia
quasi sempre bianconera.

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