Dario Fo ci ha fatto un favore

Dal “Corriere della Sera” – “Italians”
Dario Fo ci ha fatto un favore. L’antiamericanismo che bolliva
lento sotto il coperchio italiano, grazie a lui, è saltato fuori. Ora
si può parlarne. Non necessariamente con distacco. L’America ci ha
salvato (due volte: dalla Germania e dall’Unione Sovietica) e ci ha
influenzato (in molti modi: dal rock’n roll a Internet). E’ una mamma
complicata, e sulle mamme è giusto discutere con passione. Basta non
arrivare al matricidio. Questo sembra invece il desiderio di alcuni.
Se n’è parlato molto, su “Italians”, questa settimana. Sono
arrivate lettere per l’America e contro Dario Fo; lettere contro
l’America e per Dario Fo; una sola lettera era per l’America e per
Dario Fo. L’autore (Roberto Cazzaro, da Seattle) diceva di rispettare
il premio Nobel, pur non condividendone la posizione: “Almeno e’
chiaro ed esprime idee sue. Il diritto alle opinioni personali,
purche’ presentate come tali, e’ inalienabile.” Un atteggiamento
molto americano. Forse Fo dovrebbe tenerne conto, quanto descrive gli
USA come la cuccia del demonio.
Perché questo ha fatto, il nostro premio Nobel, ed è curioso che
ora innesti la marcia indietro. La frase spesso citata, contenuta
nella “newsletter” (sic) del 13 settembre (“I grandi speculatori
sguazzano in un’economia che uccide ogni anno decine di milioni di
persone con la miseria, che volete che siano 20 mila morti a New
York?”), non è presa fuori contesto. Il pezzo (9509 caratteri, 1317
parole, 111 paragrafi) ha questo tono. Su “Italians” è apparso un
indirizzo (www.francarame.it/archivio/pace/pace.html), affinché
chiunque potesse leggere e formarsi un’opinione. La mia, è semplice:
si tratta di un infortunio e di un segnale, e il segnale è più
preoccupante dell’infortunio.
E’ il trionfo dell’ideologia sulla pietà e sulla memoria, e a molti
non è piaciuto. Scrive Claudio Cocchis (claudiocpar@hotmail.com) “A
quanti oggi, con la pancia piena e col sacrosanto diritto di
esprimere le proprie idee, si dichiarano antiamericani, vorrei
ricordare una cosa: se ciò esiste, è anche merito di chi s’è battuto
per queste idee. A costoro, consiglio una visita al cimitero USA in
Normandia.” Dagli Stati Uniti, Sara Montanaro Cox (saracox@usa.net)
scrive: “A Dario Fo vorrei chiedere: se nel WTC quella mattina ci
fosse stato suo figlio, si sentirebbe di dire quello che ha detto?
Perché in quelle torri c’erano e sono morte non entità astratte, ma
persone in carne ed ossa. C’era il padre della mia amica Tracey, che
a casa non è più tornato; ci poteva essere mio marito. Fo avrà
ricevuto il premio Nobel vestito in un elegante smoking di Ferré
(anche a lui, dopotutto, non dispiacciono le mollezze
dell’Occidente). Ma ai miei occhi egli è nudo in tutta l’indecenza
delle sue affermazioni.”
Come dicevo, altri hanno scritto invece per difendere Dario Fo, o
almeno per trovargli attenuanti. C’è chi l’ha avvicinato a Saul
Bellow e Susan Sontag. Qualcuno ha ammonito: guai a deridere gli
intellettuali. Altri hanno ricordato i vecchi errori della politica
estera americana (sostenere il dittatorello di turno, purché dicesse
d’essere contro l’Urss) e quelli più recenti. Non tanto aver
respinto il trattato di Kyoto (lo dico sottovoce: pochi, tra quanti
lo magnificano, sanno cosa contiene), quanto aver rigettato
l’istituzione di un tribunale penale mondiale, la messa al bando
delle mine antiuomo, l’accordo sui test nucleari.
Nonostante avessi pubblicato queste lettere, la mia rubrica online
s’è trovata etichettata così: “Un giardinetto dove cresce solo la
mala pianta del buonismo e dell’americanismo inginocchiato”.
Un’accusa che non mi ha turbato, ma mi ha fatto sorgere un sospetto.
Forse, per una certa sinistra (non quella di Amato e Fassino,
invecchiati più in due mesi che in vent’anni), l’unica idelogia è
“anti”: anti-mercato, anti-commerci, anti-globalizzazione e,
soprattutto, anti-America. Se così fosse, da Fo & Friends aspettiamo
proposte. Quelle che hanno fatto finora erano pericolose,
impraticabili o le due cose insieme.
beppe severgnini

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