UN ITALIANO VERO

Dal “Corriere della Sera”




Da vent’anni sapevo che, un giorno, avrei dovuto scrivere
quest’articolo. Avrei preferito aspettare altri vent’anni: ma sono
qui. Sto scrivendo in fretta, perché non mi è mai passato per la
testa di preparare un “coccodrillo” su Montanelli. Se l’avesse
saputo, la cosa l’avrebbe divertito moltissimo, e io non volevo
dargli questa soddisfazione.
A pensarci bene, non ho mai scritto niente su Montanelli, da
quando lo conosco. Lo faccio adesso, alle otto di sera di una
domenica d’estate, su un tavolo bianco di fronte al mare. Lo faccio
volentieri. I giornalisti sono infatti come i medici e i pompieri:
darsi da fare è un buon modo per rimandare il dolore.
Ricordo il nostro primo incontro, vent’anni fa, nella direzione
del “Giornale”, al terzo piano di via Gaetano Negri. Montanelli aveva
letto alcuni corsivi che pubblicavo da studente, e aveva chiesto di
conoscermi. Mi ha detto subito che se avevo scritto per due anni un
articolo alla settimana su Crema, scrivere del mondo sarebbe stato
uno scherzo: in fondo, c’erano più argomenti.
Ricordo quando gli ho portato il primo articolo: ha tolto cinquanta
parole e l’articolo ha preso il volo. E’ stata la prima di molte
lezioni simili. Montanelli è stato il maestro delle parole da non
usare, dei libri da non scrivere, dei commenti crudeli da non fare,
della gente da non frequentare, delle tentazioni cui resistere. Era
uno stoico pratico. Mi piaceva, ma – di nuovo – non potevo dirglielo.
Volevo dimostrargli che i lombardi sanno essere poco sentimentali,
proprio come i toscani. Non ci sono riuscito, ma non fa niente.
Adesso che ci penso: anche lui era un po’ sentimentale. Come gli
inglesi e i gatti, non voleva darlo a vedere: ma so che amava
teneramente Marisa Rivolta, la sua compagna d’autunno; e aveva pianto
per Egisto Corradi e tutti gli amici che gli morivano intorno, e lo
facevano arrabbiare, perché lo lasciavano solo come un monumento.
L’ho visto appassionarsi in difesa della sua assistente di sempre,
Iside Frigerio, con cui per decenni ha condotto una battaglia
silenziosa: gareggiavano a chi riusciva a mostrare più durezza
scabra. E’ finita in parità. Perché, io lo so, si stimavano e si
volevano bene.
Ecco: se Montanelli sapesse che gli ho dato del sentimentale, si
arrabbierebbe. Quindi, devo continuare.
Non era solo sentimentale, Indro: era buono. Spesso, negli ultimi
anni, scoprivo gente che aveva aiutato, incoraggiato, ricordato
quando non se la ricordava più nessuno. Era sinceramente preoccupato
che dall’avventura – e dallo spettacolare naufragio – della “Voce”
(1994/5) qualcuno dei suoi ragazzi affogasse (professionalmente).
Per questo, ogni volta che andavamo a mangiare insieme – o meglio: io
mangiavo, lui testava piccoli campioni alimentari – gli ricordavo che
quella della “Voce”, per tutti noi, era una medaglia al valore. La
medaglia di una battaglia perduta, quindi ancora più cara. Questo,
devo dire, gli piaceva.
Gli piacevano molte altre cose. Dare ordini, per esempio, sapendo
di non essere obbedito. Il più grande giornalista che io abbia
conosciuto è stato il capo più inefficiente che io abbia mai visto
all’opera. Aveva troppa stima dell’indipendenza di giudizio e
dell’iniziativa individuale, per essere un buon caposquadra. Se fosse
stato un ammiraglio, non ho dubbi, si sarebbe congratulato con gli
ammutinati. Lui sì era un po’ anarchico, geniale romantico e
inoffensivo – non gli spaventapasseri di Genova, convinti che il
rumore sia un’idea.
Questo non vuol dire che non sapesse condurre (un giornale, un
gruppo, un’iniziativa): non sapeva comandare, che è un’altra cosa.
L’unica volta in cui l’ho visto darmi un ordine con decisione è stato
quando ha messo il sale sulla ricotta. Ha emesso un grido strozzato e
mi ha intimato di non farlo mai più. Ho obbedito, stupito da tanta
determinazione (poi ho capito: in materia di lingua e di cucina,
Montanelli pensava che i lombardi non avessero titoli. Sono felice,
perciò, d’essere stato redarguito per un formaggio e non per un
congiuntivo).
Uno dei motivi per cui Indro dava ordini malvolentieri era
questo: sapeva che, in molti casi, era tempo sprecato. La sua
opinione professionale era pressoché infallibile. Gli ho visto
buttare un articolo dopo dieci righe, e pronunciare un giudizio
sull’autore che al momento mi era sembrato impietoso. Anni dopo, ho
scoperto che era stato perfino gentile.
Anche sugli uomini sbagliava di rado. Aveva un’intuizione quasi
paranormale – femminile, dunque – per leggere nel cuore della gente.
Poi, però, non si comportava di conseguenza. Non soltanto era
rispettoso di ruoli e istituzioni – era quasi ottocentesco, in
questo – ma aveva una debolezza. Come molti uomini di qualità, era
vulnerabile all’adulazione. Li riconosceva da lontano, gli adulatori,
ma li lasciava avvicinare. Trovava riposanti le loro mollezze, e
divertente la loro commedia. Qualcuno – purtroppo – è riuscito a
strappargli più di un po’ di tempo.
Indro – che non ho mai chiamato Indro fino all’avventura della
“Voce”: su una scialuppa, gli avevo detto, è ridicolo darsi da lei –
era piacevolmente vanitoso: rileggeva i suoi pezzi, e quelli che
scrivevano su di lui. Non gli dispiacevano i riconoscimenti, né
rifiutava i premi. Non li cercava, però. Li accettava, e li buttava
nella sua misteriosa caldaia interna, dove avrebbero prodotto
l’energia necessaria per andare avanti, e continuare a fare il lavoro
che adorava: scrivere. La televisione – che usava con gigioneria,
insultandola ma frequentandola, come fosse un’amante volgare –
serviva solo per convincere qualcuno che valeva la pena leggerlo.
Questo aspetto del suo carattere era molto umano. Un uomo
intelligente che mangia poco, beve meno e fuma una sigaretta al
giorno sarebbe stato perfetto e irritante come un teologo luterano.
Invece Montanelli aveva questi lampi di normalità: la piccola
dimenticanza voluta, l’occasionale finzione. Tra tutti i suoi vezzi,
il mio preferito ero l’occhio sgranato. Quando Montanelli sgranava
gli occhi, era il segnale che era stato colto in contropiede. Mi
piacevano, quei momenti; al punto che ero tentato di dirgli qualcosa
di sorprendente per vederlo spalancare gli occhi. Celesti grandissimi
e abbaglianti: occhi che avrebbero dovuto essere regolamentati dal
codice della strada.
Credo che ora quegli occhi, da qualche punto del cielo, stiano
guardando in basso, preoccupati. Montanelli era uno dei pochi ad
avere capito perché il mondo è diventato così: temeva la mollezza che
viene con la pace. Per le strade di Genova avrebbe visto, nei
giovani, stupida voglia di guerra; e negli adulti, indulgenze
pericolose. Vorrei rassicurarlo, perché sono sicuro che dovunque
sia mi legge (per controllare che io non sia stato sentimentale).
L’Italia è una bambina che ha bisogno di spaventarsi: e poi capisce
che non bisogna farlo più. Una bambina che, come tutte le bambine,
ha bisogno di esempi: magari di gente come lui.
Spero di averlo dimostrato, in centoventi righe scritte di sera
davanti al mare: Indro Montanelli era sentimentale, buono,
individualista, intuitivo, intelligentissimo, un po’ vanitoso. Un
italiano vero. Solo la coerenza, il coraggio, la sintesi e la statura
non era proprio italiane. Ma cosa ci volete fare: nessuno è perfetto.
Dillo, Indro, quando scriverai tra le nuvole. Perché ti
chiederanno di farlo, stai sicuro. Dio ama chi l’ha cercato, e poi è
un talent-scout straordinario. E tu sei troppo bravo perché possa
lasciarti tranquillo.
Beppe Severgnini

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