LE ELEZIONI PIU’ NOIOSE DELLA STORIA?

Dal “Corriere della Sera”




LIVERPOOL/MANCHESTER – Bob Wareing, candidato laburista a
Liverpool-Weavertree, è minuscolo, tondo e rubizzo. Se Tony Blair
fosse Don Chisciotte, lui sarebbe un perfetto Sancho Panza. E’ stato
eletto nel 1997 con una maggioranza monumentale: 20,000 voti. Neanche
se andasse in giro schiaffeggiando gli elettori, potrebbe perdere.
Un po’ per tradizione e un po’ per dovere, tuttavia, Bob Wareing
abbozza una campagna elettorale. Sale su un’automobile con
l’altoparlante e si dirige verso la zona commerciale di Norris Green
Estate. Recita i soliti slogan, ma nessuno gli dà retta. Poi ha
un’ispirazione, e grida: “Hit the Tories where it hurts! The ballot
box!” (Colpite i conservatori dove fa male: l’urna elettorale!). I
passanti, a quel punto, girano la testa. Lo spunto pugilistico, da
queste parti, funziona sempre.
Lo conferma un’altra parlamentare laburista locale, la mite Louise
Elmman, candidata a Liverpool-Riverside, che comprende il quartiere
turbolento di Toxteth. Il cazzotto del ministro John Prescott a un
contestatore è piaciuto da morire, nel suo collegio. “Una donna era
così soddisfatta che mi ha detto: ‘Bene, Louise, adesso voterò
laburista. E mio marito voterà laburista. E mio figlio grande voterà
laburista. Mio figlio piccolo dice che vorrebbe avere diciott’anni,
così potrebbe votare laburista.”
C’è un problema: quando non menano le mani, i candidati sono
altrettanto efficaci?
L’effetto soporifero della campagna elettorale britannica è dovuto
a tre fattori. Uno: si sa già chi vince. Due: chi vince ha smesso
d’essere nuovo; ora è solo moderno. Tre: il Paese ha di fronte un
grande problema, ma non ne parla.
Il vincitore, certo ma seminuovo, è Tony Blair. Il problema è
l’Europa. Il governo laburista sa che non può restare a lungo fuori
dall’euro; e sarà costretto a rincorrere, com’è ormai tradizione
britannica nelle faccende europee. Un elettore su tre sa che non
esiste alternativa: restare a lungo fuori dalla moneta unica
significa perdere investimenti; diventare meno concorrenziali (un
gioco in cui gli inglesi sono bravi e seri come pochi); e ridursi,
prima o poi, a una periferia.
Due elettori su tre, però, di rinunciare alla sterlina non ne
vogliono sapere. Blair e i laburisti non hanno nemmeno provato a
convincerli, in questa campagna elettorale. Sperano che lo facciano
noi per loro, portando al successo l’euro. A quel punto, il governo
potrà pensare a un referendum.
Non sarà facile comunque. Esistono, infatti, due Gran Bretagne.
Una è grande davvero, e vede lontano. L’altra è quasi commovente:
non vede oltre il proprio naso, e s’inventa un’autosufficienza che
non c’è.
Se volete intravedere la prima, osservate le costruzioni che
sbucano come funghi nelle città. Qui a Manchester c’è il nuovo
edificio di Marks & Spencer (dopo la bomba dell’Ira), il centro
congressi, un antro futuristico chiamato Printworks. A Liverpool, ci
sono gli Albert Docks. A Londra, basta prendere l’Heathrow Express
che porta a Paddington per capire cosa avremmo dovuto fare a
Malpensa. Nessuno, in Europa, sa mettere insieme vetro, cemento e
acciaio come gli inglesi. Sono i poeti dei cavi e dei bulloni: gli
unici in Europa che, in questo campo, hanno saputo inventare qualcosa
di veramente nuovo.
Se volete incontrare l’altra Gran Bretagna – la “Little England”
povera di elasticita’ mentale e ricca di inutile sentimentalismo –
entrate in un albergo. Un tre stelle qualunque. L’offerta britannica
è imbarazzante. La sciatteria non sta in un dettaglio: è una colonna
sonora. Tappeti consunti, legno sbiadito, servizi igienici
preistorici, vecchi ascensori e un personale che magari farebbe
grandi cose nelle retrovie di un esercito: ma dietro il banco di un
albergo, diciamo, non brilla.
Si potrebbero fare altri esempi, ma gli alberghi riassumono bene
la malattia del “paziente inglese”: la resistenza al cambiamento. Le
persone intelligenti sanno che non possono marciare tenendo un piede
nel vecchio e un piede nel nuovo: si inciampa. Tony Blair ha cercato
di uniformare il passo, ma ancora non c’è riuscito. Le resistenze non
vengono da cento corporazioni combattive, come in Italia. Vengono,
invece, dalla consuetudine. Il Regno Unito ha inventato il “welfare
state”: oggi è tanto meticoloso che alcuni lo considerano più
conveniente di un lavoro. Il servizio sanitario nazionale è un’altra
grande tradizione: ma oggi i tempi d’attesa sono diventati drammatici
(25.000 persone muoiono inutilmente di cancro ogni anno). Le scuole
superiori non preparano, costringendo le università a equilibrismi e
furbizie, per dimostrare d’essere ancora luoghi d’eccellenza (un
esempio: alzare i voti, ridurre le selezione).
C’è poi la vita sociale, che ruota intorno a un’unica attività:
bere. E’ una problema che nessun governo ha mai provato ad affrontare
seriamente: sarebbe come se la monarchia nepalese pensasse di muovere
l’Everest. Ma l’effetto è ogni volta sconvolgente, anche per chi
conosce bene questo Paese. Il venerdì sera non è più un appuntamento:
è una religione, i cui sacerdoti sono i ragazzotti pelati e tarchiati
messi sulla porta di bar, ristoranti e discoteche, per vigilare sul
popolo alcolico. Alle sette di sera le ragazze, soprattutto qui al
nord, appaiono vivaci e sexy. A mezzanotte, camminano con le scarpe
in mano sbraitando nella pioggia. E’ questo il prezzo da pagare per
diventare una nazione reattiva e vitale?, scrive Mike Elliott sul
mensile “Prospect”. Risposta: apparentemente, sì.
Sia chiaro: la Gran Bretagna ha ancora molte cose da insegnare al
mondo (in materia di concorrenza, onestà e “accountability”: chi
comanda, deve render conto), e conserva “aree d’eccellenza” (dai
media alla musica, dalle forze armate alla City). Ma è oggi un paese
con problemi seri. Lo ammettono gli stessi inglesi, con un sincerità
che fa loro onore. Cinque anni fa Will Hutton, col libro “The State
We’re In” diventò l’ideologo della rivoluzione blairiana. Oggi
sostiene che la Germania produce, investe, lavora di più e meglio.
“Nel Regno Unito abbiamo poveri che vivono in condizioni da Terzo
Mondo, un quinto della popolazione è ‘illitterate’, i nostri servizi
pubblici sono di terza categoria”, ha scritto giorni fa su “The
Observer”, di cui è stato direttore.
Queste cose, Tony Blair le sa. Ma sa anche d’essere una sorta di
“giovane Kohl”, con meno chili e più capelli: un rappresentante che
sta più avanti dei rappresentati – e li guida, invece di seguirli.
La differenza è che il Regno Unito del 2001 non è la Germania del
1991: una moneta che nasce (altrove) ispira meno di un muro che cade
sulla porta di casa. Il leader laburista è perciò costretto a
progetti minimalisti. Il programma elettorale è in “formato carta di
credito” (il “Contratto con gli italiani” di Berlusconi, in
confronto, è un romanzo). Contiene cinque punti: 1. Mutui più bassi
possibile, bassa inflazione 2.Diecimila nuovi insegnanti nelle
scuole superiori 3.Ventimila nuovi infermieri e diecimila nuovi
dottori nel servizio sanitario nazionale 4.Seimila nuovi poliziotti
5.Sovvenzioni per il riscaldamento dei pensionati, salario minimo
4,2O sterline l’ora.
Qui è arenata la rivoluzione laburista. Vincerà, Tony Blair: poi
deve prendere il largo. Noi lo aspettiamo. Non tocca a noi dire se la
Gran Bretagna abbia bisogno di lui. Ma di sicuro l’Europa ha bisogno
della Gran Bretagna.
Beppe Severgnini

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