I NOMADI HANNO PATRIA

Dal “Corriere della Sera”




New York – Forse i nomadi hanno patria. Non si capisce, altrimenti,
perché siano corsi qui da tutta America. Arrivano da Philadelphia e
da Boston, dal Texas e dall’Indiana. Mario e Francesco vengono da
Chicago. C’è Serena che studia a Stanford, e chiacchiera col vicino
di banco. Ci sono Silvia e Nicoletta arrivate da Los Angeles col
“red-eye”, il volo della notte che ti regala qualche ora, e gli occhi
rossi. C’è il gruppo della Columbia University, che è il padrone di
casa e organizza il “panel con i guest speakers” e il “buffet per il
networking”. Che vuol dire: questi ragazzi vogliono conoscersi e
hanno tante qualità, ma il difetto di infilare l’inglese dappertutto.
Sono gli studenti italiani Mba negli Stati Uniti, e per la prima
volta hanno deciso di trovarsi insieme. Hanno dai ventiquattro ai
trentaquattro anni (alcuni vengono dall’università, altri già
lavoravano), e otto mesi fa – spronati da uno di loro, Massimo
Acquaviva – hanno formato l’associazione Nova (www.nova-mba.org.).
“Mba”vuol dire Master of Business Administration, un corso
post-laurea che conduce ai vertici delle aziende. Due anni di studio
intenso e costoso, che porta nelle università americane giovani di
tutto il mondo.
Il guaio, qual è? Che molti non tornano. Terminati gli studi
americani, restano, o vanno altrove (a Londra, spesso). E l’Italia,
come e più di altri paesi, rischia di perdere una fetta della classe
dirigente di domani. Qualcuno sostiene: è inevitabile. Questi nuovi
nomadi si spostano dove li pagano meglio, e li stimolano di più.
Vanno dove li portano le stock-options, non il cuore.
Può essere. Ma a vederli qui, intenti ad ascoltare le aziende
italiane che giurano di volerli indietro, non sembrano solo apolidi
talentuosi. Seguono, discutono, contestano, giudicano i dirigenti
(Telecom, Bain Cuneo, Bulgari, Marzotto, MyQube, Italtel, ATKearney)
che, in teoria, dovrebbero giudicare loro. Ringraziano il console
Radicati, stupiscono il nuovo direttore dell’Istituto Italiano di
Cultura, l’architetto Riani, che fa tardi con loro. Annuiscono quando
il premio Nobel Modigliani, in videoconferenza da Boston, picchia
duro sull’Italia, “dove molti manager, in un giovane collaboratore
bravo, vedono solo un concorrente pericoloso”. Non dicono di voler
tornare subito, né a qualunque condizione. Ma è chiaro che ci
pensano. Non sarebbero qui, altrimenti, a parlare di Milano
guardando i tetti di Harlem.
L’Italia deve inseguirli e riprenderli? Assolutamente sì. Il
mercato sarà globale, ma il mondo resta fatto di nazioni. La “guerra
del talento” esiste; e, in Europa, non ci siamo neppure accorti che è
stata dichiarata. Gli Stati Uniti esercitano una enorme forza di
attrazione, e stanno gentilmente spogliandoci della classe
dirigente: un terzo degli ingegneri della Silicon Valley è straniero
e, a chi porta competenza, i visti di lavoro vengono concessi con
generosità. Qui a New York (partito da Milano, passato da Amsterdam,
diretto a Seattle) è arrivato, per esempio, Diego Piacentini, numero
tre di Amazon.com. E’ bene che l’America se lo sia preso, gli abbia
insegnato a parlare coi numeri e a presentarsi col maglione color
salmone. Ma poi ce lo restituisca, per favore.
In Italia, il grado di comprensione politica di questa reltà è
imbarazzante, sostiene il ventottotenne Giuliano da Empoli in un bel
libro (“La guerra del talento”, Marsilio). I “nuovi nomadi” vengono
visti come una casta aliena, quando sono solo ragazzi che l’America
sta formando, e l’Italia potrebbe utilizzare. Un esempio?
L’associazione Nova aveva proposto di inserire nella legge
finanziaria un credito d’imposta per spese di studio (30 milioni).
Costo per l’erario dieci miliardi, facilmente recuperabili: i
beneficiari sarebbero tornati, e avrebbero pagato le imposte in
Italia. Tutti d’accordo, a parole; poi, proposta bocciata al Senato.
Resta il Fondo Studenti Italiani, creato dall’ambasciatore Richard
Gardner a Roma nel 1979. Ma hanno dovuto mettere la sede legale nel
Delaware, per semplificare le procedure di finanziamento. E il Fondo
serve per mandare studenti italiani in America. Non necessariamente
per farli tornare.
E invece loro, i ragazzi, vogliono rientrare. Non tutti, non
subito: ma ci pensano. Se la fedeltà aziendale è in declino (“Se
cerchi lealtà, comprati un cocker”, dicono i nuovi nomadi), quella
nazionale resiste. Gli italiani, in particolare, sono sorprendenti.
Sono critici, ma affettuosi. Sono orgogliosi di poter discutere in
inglese, ma felici di farlo in italiano. Sono gli “Italians” che
scrivono ogni giorno alla mia rubrica su Internet
(www.corriere.it/severgnini), dove l’idea dell’ incontro di New York
ha preso corpo. Sono giovani uomini e giovani donne che si sentono a
casa il mondo, ma sanno di essere italiani: formati dalle estati in
vespa, dai telegiornali e dai banchi acquamarina, che è il colore
dei nostri ricordi.
Chiudendo l’incontro, ho suggerito che il nome dell’associazione
Nova, d’ora in poi, voglia dire: Non Occorre Vivere in America.
Hanno applaudito. Buon segno.
Beppe Severgnini

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