L’ETA’ DEL CESTINO

Dal “Corriere della Sera”




Ogni decennio si porta addosso un marchio. Per gli anni Sessanta fu un fiore, per gli anni Settanta un barile di petrolio, per gli anni Ottanta un dollaro, per gli anni Novanta un telefono cellulare. Per il decennio che comincia, e al quale dovremo trovare un nome (anni Zero?), un simbolo non c’è ancora. Propongo il cestino dei rifiuti Avete in mente quello che sta in basso a destra sullo schermo del computer? Ecco: qualcosa del genere.
Siamo diventati, infatti, una società usa-e-getta. Avevamo cominciato con i fazzoletti, i rasoi e le macchine fotografiche; siamo arrivati alla storia, alla politica e ai sentimenti. Non è una lamentela: è una constatazione. Pensate alla differenza tra la posta tradizionale e la posta elettronica (che resta una grande invenzione, sia chiaro). Un tempo, per eliminare anni di corrispondenza (la fine di un amore, la rottura di un’amicizia o di un rapporto di lavoro) occorreva un fuoco: c’era un aspetto lento e sacrale, nell’operazione. Ora, sui computer o nei telefonini, basta premere un tasto. “Cancella messaggio?” è la domanda moderna per eccellenza, quella che ognuno di noi si vede rivolgere più spesso. La risposta, di solito, è: OK.
“Indimenticabile” è l’aggettivo che meno si confà a questi tempi veloci. Questa è l’epoca della memoria breve e della rottamazione inevitabile. Possediamo tutto doppio o triplo: siamo malati di “troppismo”. Abbiamo più libri di quanti ne leggeremo mai, più videocassette che serate libere, più abiti sorprendenti che amici da sorprendere. Possediamo così tanti orologi che non abbiamo tempo di portarli tutti (ironico, no?). Anche i cassetti e gli armadi sono cambiati. Non sono più i luoghi dove si ripone qualcosa in attesa di usarlo. Sono invece l’anticamera del cestino, il braccio della morte delle cose. Forse non è un caso se il più grande romanzo americano degli ultimi dieci anni, “Underworld” di Don DeLillo, sia un’epopea della spazzatura.
Non vale solo per i consumi. Anche la politica è arrivata all’usa-e-getta. Siamo bombardati di annunci spacciati per realizzazioni, di crisi del secolo per la settimana in corso. La gente si mobilita su un’idea, non per un partito. I partiti tradizionali richiedevano fedeltà, consuetudine, frequentazione: anche per questo, sono stati spazzati via. I partiti moderni di successo (dovunque, non solo in Italia) sono semplici collettori di umori. Le elezioni, sostiene Ralph Dahrendorf, sono diventate sondaggi periodici con effetto vincolante.
Anche movimenti come quello di Seattle sono nati intorno a un evento, non a un movimento. Per questo sono così difficili da ripetere. Dopo poche settimane sono già repertorio. Li riconosciamo, ma non li riproduciamo. Accettiamo che persone sconosciute contestino, anche violentemente, i nostri rappresentanti regolarmente eletti. Arriviamo addirittura a sentirci dalla loro parte. Questo, perché? Perché sono i cavalieri del provvisorio: a loro affidiamo le nostre rivendicazioni, in attesa di cambiarle.
Rapido e sostituibile. Ecco le qualità che il mondo chiede alle idee e agli oggetti che consuma. Gli editori pubblicano troppi libri, ben sapendo che molti non dureranno tre mesi. Nei giornali inseguiamo la notizia di oggi, e spesso ci dimentichiamo di raccontarvi com’è finita la vicenda di ieri. Nello sport si passa, in un attimo, dagli osanna agli insulti (non conta quello che un atleta o una squadra ha fatto in dieci anni; conta quello che ha fatto nelle ultime dieci ore). La televisione brucia allegramente le sue novità e le sue celebrità: basta che ci sia abbastanza pubblicità tra una fiammata e l’altra. Ma se abbiamo dimenticato Diana, che sembrava la regina del mondo, quanto passerà prima di scordare i divi rustici del Grande Fratello? Poco. Anche loro sono destinati al cestino dei rifiuti, sempre che non ci siano già.
Sui computer, a questo punto, apparirebbe una scritta: “Il cestino contiene dieci elementi. Sei sicuro di volerli eliminare definitivamente?”. Ma nella vita di queste domande non c’è bisogno: certo che siamo sicuri. Dobbiamo far posto al nuovo, per ricominciare il gioco.
Beppe Severgnini

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