LOS ANGELES

Dal “Corriere della Sera”



L’altra sera sono entrato in un ristorante di Santa Monica con un presidente (Clinton), ho ordinato la pizza con altro presidente (Gore), ho pagato il conto con un terzo presidente (Bush) e sono uscito su Ocean Boulevard senza presidente (Bill adesso è il marito della senatrice di New York). Oggi osservo lo spettacolo dell’ipertecnologica America che, seduta sulle rovine del proprio sistema elettorale, attende i voti che arrivano per posta. Solo allora saprà chi siederà nello Studio Ovale. Non sono le coincidenze, che colpiscono.
E’ la collezione di passi falsi, false sicurezze e meccanismi arrugginiti. Diciamolo: l’America ha inventato l’umorismo elettorale, e funziona. Martedì sera ero con un gruppo di lettori italiani del “Corriere”, che seguono la rubrica “Italians” su Internet. C’erano dottorandi e professori di quattro università di Los Angeles, ricercatori della Rand, architetti, biologi, due ingegneri (bionde), gente di computer e di cinema, quattro scienziati della Nasa (uno si è presentato con la “3NT – Three Neurons Theory”, spiegazione neuronale delle abitudini sentimentali delle ragazze californiane).
Tutti eravamo affascinati da quello che vedevamo in televisione. Anche quando si tratta di combinare pasticci, bisogna riconoscerlo, l’America è una grande potenza. Gli italiani presenti hanno gioiosamente preso nota di altre bizzarrie.
Gli exit-polls (sbagliati) dell’est sono stati diffusi dai “networks” quando qui all’ovest i seggi erano ancora aperti. Certo, il piacere di colorare in blu e in rosso le carte geografiche è molto umano (in tanti, al Montessori, ci siamo divertiti così). Ma non sarebbe stato meglio aspettare? Le esigenze della prima serata devono rispettare quelle della democrazia. Non viceversa. I dati degli “exit-polls” sono stati utilizzati, commentati e rilanciati con una sicurezza impressionante. Peccato fosse immotivata. E’ vero che gli americani amano i numeri (temperature, metri di corsa, percentuali di tiro, probabilità di sopravvivenza). Ma un po’ di cautela sarebbe stata opportuna, quand’era chiaro che in alcuni stati (come la Florida) la battaglia era tanto serrata.
Di fronte a questa approssimazione Dan Rather, leggenda della CBS, è sbottato: “Non ci fidiamo delle nostre informazioni.” Voci italiane dalla pizzeria: neanche noi, Dan. Per sapere chi abiterà alla Casa Bianca (dove la senatrice Hillary conta di lasciare un po’ di vestiti negli armadi: non si sa mai) bisogna quindi aspettare ancora. E se il 43esimo presidente sarà George W Bush, l’avrà scelto la minoranza degli elettori americani. Il sistema un po’ barocco dei grandi elettori si è rilevato infatti un allegro disastro. Contare i voti, ed eleggere chi ne ha presi di più, sarebbe stato più semplice.
Lo fanno in Francia e nelle tribù dell’Africa nera. Funziona. Non è tutto. Il nuovo conteggio dei voti avviene in Florida, dove è governatore Jeb Bush, fratello di uno dei contendenti: alla faccia del conflitto d’interessi. Il presidente in carica, Bill Clinton, non ha nemmeno telefonato al suo vice nella bufera (forse Hillary lo voleva sul palco ad applaudire la sua vittoria a New York). I due contendenti, invece, si sono telefonati due volte. La seconda hanno bisticciato come due consiglieri dopo le votazioni in un tennis club (Bush a Gore: “Adesso, non essere acido”). Se uno sceneggiatore di Hollywood avesse proposto una storia del genere per un film, gli avrebbero risposto: avanti, non se la beve nessuno. La divinità elettorale che ha deciso di tirare agli americani questo scherzo, tuttavia, ha agito con saggezza.
Quanto è accaduto – e accadrà, forse lo sceneggiatore si sta solo riposando – rappresenta un’utile lezione di umiltà, per gli Stati Uniti. Padroni del pianeta, d’accordo. Signori del denaro e dell’innovazione, senza dubbio. Maestri assoluti di democrazia: non ancora. Il 7 novembre, d’ora in avanti, diventerà la Festa Mondiale delle Democrazie Imperfette. Certo, miglioremo. Ma adesso lasciateci ridere.
Beppe Severgnini

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento