ESISTE LA STORIA D’ITALIA




Esiste la Storia d’Italia: maiuscola, almeno dal punto di vista ortografico. Ed esiste la storia italiana: minuscola, ma con personaggi straordinari. E’ la nostra vicenda collettiva, nella quale abbiamo espresso tutta la fantasia, il realismo e l’incoscienza di cui siamo capaci. E’ un film lungo un secolo, dove non ci sono protagonisti. O meglio: i protagonisti sono le comparse, e meriterebbero l’Oscar (se le nazioni potessero ottenerne uno). A uno straniero che volesse capire l’Italia, suggerisco di concentrarsi su questi fenomeni minori. Non possiamo esaminare qui cent’annni di storia: limitiamoci agli ultimi trenta. Prendiamo, per esempio, la vicenda dei miniassegni, che negli anni Settanta invasero il paese come gremlins impazziti: contiene più verità che tanti discorsi ufficiali. Non è facile stabilire chi li inventò, chi decise per primo di collezionarli, chi ci guadagnò e chi ci perse. E non è neppure importante. Il miniassegno – generato dalla scarsità di moneta, un’altra bizzarria italiana – riassumeva molte caratteristiche nazionali: duttilità, spirito d’iniziativa, gusto estetico, amore per il collezionismo, individualismo nel conformismo, passione divorante ma passeggera. Banchieri, bancari e bambini si divertirono allo stesso modo. La capacità italiana di trasformare una crisi in una festa (già vista in occasione dell'”austerity” petrolifera) brillava come la stella polare. Qualcuno liquida questi avvenimento come “fenomeni di costume”. Mi sembra riduttivo. Negli anni Settanta – anni incerti e nervosi, pieni di drammi veri e lacrime finte – alcune vicende servirono come palestre dei nostri istinti, e rimangono punti fermi nella memoria collettiva. Non so quanti conoscono i governi che si alternarono al potere (si fa per dire), ma tutti ricordano il ritrovamento dei Bronzi di Riace (1972), esposti successivamente al pubblico con successo straordinario (una premonizione dell’arte come mondanità di massa). Non molti saprebbero citare i grandi avvenimenti internazionali di quegli anni; ma tutti sanno che arrivò l’equo canone, la legge italiana per eccellenza: piena di buone intenzioni, produsse difficoltà e distorsioni, e ha contribuito a fare dell’Italia un paese di piccoli proprietari immobiliari (una circostanza poi brillantemente sfruttata dal fisco con l’introduzione dell’Ici). Nello stesso periodo cominciarono le trasmissioni televisive a colori, mentre le prime tivù private e le “radio libere” presero a infestare gioiosamente l’etere. Le une e le altre furono esempi di progresso anarchico, quello che ci è più congeniale: ma portarono divertimento e allegria quando più se ne sentiva il bisogno. In televisione apparvero bellezze ovvie e rassicuranti, dotate di molto seno e pochi congiuntivi. Attraverso le radio libere, la musica pop uscì dagli scantinati e dalle camere con le tapparelle abbassate per entrare nelle cucine e nelle automobili, accompagnata da pronunce improbabili e dalla specialissima cantilena dei disc-jockey, che nello sforzo di essere divisinvolti finivano per essere buffi. Ascoltate le segreterie telefoniche del Duemila: il tono fasullo del messaggio di benvenuto è un’imitazione involontaria dei disc-jockey del 1980 (oppure sono proprio loro, e non hanno mai imparato a parlare in altro modo). Gli anni Ottanta non sono meno ricchi di avvenimenti significativi. Ricordiamo la “Milano da bere” (anche se quella bevanda a molti è andata di traverso) e il “riflusso”, espressione idraulico-politica che serviva a indicare un cambio di gusti della gioventù: la discoteca sostituiva le manifestazioni di piazza, anche se la confusione rimaneva quella. Fu il periodo dei paninari e degli yuppies, dei rampanti e dell'”edonismo reaganiano”, uno dei molti modi in cui l’Italia provova a imitare l’America, con risultati non entusiasmanti. Apparvero, soprattutto al nord, giovanotti con la cravatta stretta e la Golf Gti, che diventò il simbolo di quegli anni veloci. Da allora la storia è andata avanti; mentre molte Golf Gti si fermarono contro alberi e paracarri nella pianura padana. I politici di professione, soprattutto a sinistra, non capirono che quella era anche una reazione alle loro facce tristi. E quando, alla fine degli anni Ottanta, arrivò la Lega, si fecero trovare impreparati. Altre vicende del periodo meritano attenzione. Ricordate il vino al metanolo (1986), con cui abbiamo gioiosamente rovinato la nostra reputazione all’estero? Fu un esempio classico di “allarme del secolo valido per la settimana in corso” (ce ne sono stati altri: pensate ai colororanti negli alimenti, grazie ai quali le mamme scoprirono che in natura non esistono ghiaccioli blu cobalto). Ricordate la passione per Azzurra? Gli italiani – poco santi, poeti pigri – decisero che potevano essere almeno navigatori (per interposta persona). Alcuni imposero il nome della barca alle figlie. Molte giovani Azzurra oggi si aggirano per l’Italia, consapevoli di aver preso il nome da una barca a vela. Non si lamentino: quelli erano anche gli anni di “Dallas”, e avrebbero potuto chiamarsi Suellen (è accaduto, come sapete). Un’altra pietra miliare nella storia del costume italiano fu l’installazione dei primi Bancomat (1982). Il neologismo doveva indicare l’automatismo raggiunto dai servizi bancari. In effetti, soprattutto all’inizio, il significato sarebbe potuto essere: “La mia banca mi fa diventar matto”. I distributori di banconote erano infatti rari, e occultati con abilità. Con la tessera, veniva consegnato un libretto che indicava “i bancomat presenti sul territorio nazionale”, e serviva da mappa durante la caccia la tesoro. Nella notte, in ogni città italiana, bande di disperati cercavano di procurarsi il contante dall’unica macchina disponibile – e, quando la trovavano, scoprivano che era fuori servizio. Il codice segreto del bancomat ha inaugurato la lunga serie dei “numeri necessari”. Fino ad allora, bastava conoscere il proprio numero di telefono (che ai tempi era corto). Dall’inizio degli anni Ottanta, i numeri da ricordare sono aumentati in maniera esponenziale (fax, pin, targhe esoteriche, combinazioni, codici personali), al punto che molti hanno temuto di aver esaurito la memoria (che era scarsa, come nei computer dell’epoca, con la differenza che la testa degli italiani non si poteva aprire per aggiungere Ram). Qual è, infine, il simbolo degli anni Novanta? Un gratta-e-vinci, un gratta-e-basta (riassunto popolare di Tangentopoli), una dieta, un’abbronzatura artificiale, un po’ di nero sui capelli grigi, un fine settimana gastronomico, l’euro virtuale o un investimento su Internet da parte di chi non sa bene cos’è? Tutte queste cose, direi: ma prima vengono altri due fenomeni. La globalizzazione e la gadgetizzazione delle nostre vite. La globalizzazione non è solo una questione economica: è anche curiosità e confidenza col mondo. Copiamo sempre dall’America, in tutti i campi: ma lo facciamo più in fretta, e meglio (da Elvis Presley/Little Tony a Sprigsteen/Ligabue: è un progresso). E ci siamo messi a viaggiare in maniera forsennata. In materia c’è stata una trasformazione quantitativa e qualitativa: eravamo turisti, siamo diventati viaggiatori. Imperfetti, ma viaggiatori. Anche nei viaggi organizzati ognuno ha cominciato a fare quel che voleva, facendo impazzire l’accompagnatore di turno: l’anarchia si è dimostrata più forte della prudenza. Il viaggio è diventato lo specchio del nostro carattere: siamo curiosi, e adoriamo i confronti tra la nostra condizione di italiani e quella dei popoli che visitiamo; siamo complessivamente onesti, e giustamente diffidenti. Siamo generosi: nessun altro popolo al mondo si lascia turlipinare con la nostra signorilita’, in molti luoghi e da una grande varieta’ di personaggi (ristoratori, camerieri, mercanti, ambulanti e fabbricanti di ceramiche: a nessuno neghiamo la gioia di imbrogliarci). La gadgetizzazione è l’altro grande fenomeno di fine secolo. E tra i gadget, il telefonino non ha avuto rivali. Per scriverne la storia e spiegarne il successo ci vorrrebbero un economista, un ingegnere, un sociologo e uno psicologo (al fine di commentare la scelta di certe agghiaccianti suonerie). Quando si metteranno al lavoro, raccomando loro di non dimenticare alcuni tipi umani che hanno segnato il periodo: il Neodistratto, che attraversava la strada conversando appassionatamente, e rischiava la pelle; il Collostorto, che guidava reggendo il cellulare col mento; il Tecnocafone, che urlava al mondo gli affari suoi (anche quando il mondo non li voleva sentire); e la celebre Ragazza col Cellulare, che non era Megan Gale, bensì la giovinetta sacra a Tim, Omnitel e Wind, perché passava la vita sussurrando nel telefonino, e spendeva cifre stratosferiche. Non dimentichiamoci di loro. Fanno parte della storia minima d’Italia, che è poi quella che conta.
Beppe Severgnini

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento