NEW ECONOMY E VECCHIE REGOLE




Vuoi un sito su Internet?
Manda un fax In Italia, per registrare un sito Internet, occorre spedire un fax. Pensateci: è strepitoso.
E’ come se, per ottenere la targa dell’automobile, fosse necessario presentarsi in bicicletta. Supponiamo di voler registrare l’indirizzo www.beppe.it.
Per prima cosa, dobbiamo inviare una «lettera di assunzione responsabilità» a Telecom Italia, che ha stipulato un contratto con la Registration Authority Italiana (Cnr, Istituto Applicazioni Telematiche) «per la registrazione per conto proprio o per conto terzi di nomi a dominio “.it”». Non possiamo usare la posta elettronica, come logica vorrebbe: solo fax (06-36879182, spesso occupato). Telecom, tuttavia, è magnanima.
L’obbligo del fax resta, ma «se vi è sicurezza della corretta compilazione del documento è possibile inoltrare il documento direttamente alla Registration Authority/Network Information Center» (che sta a Ghezzano, provincia di Pisa, e non si capisce perché debba usare tutti quei nomi inglesi). Dicono le istruzioni: è bene inviare copia anche a Telecom. Con questo risultato (episodio di ieri): una registrazione è stata negata perché il nome (dominio) risultava occupato. Poi si è scoperto che si trattava della stessa persona, la quale per essere zelante e tenere tutti informati, faceva concorrenza a se stessa. Non solo. La «lettera di assunzione responsabilità» è complessa (roba da vecchi avvocati, più che da nuovi imprenditori); la formula è già cambiata; e i tempi di registrazione vengono definiti «flessibili» (un mese, attualmente).
Se invece volessimo registrare un dominio presso l’autorità internazionale (esempio: www.beppe.com), basterebbero una e-mail e una carta di credito (tempo: mezza giornata). Domanda: perché Telecom e Cnr si sono accollati questa (prevedibile) mole di lavoro, se non possono/sanno svolgerlo?
E poi, una curiosità: dove li mettono, tutti quei fax?
Affitteranno gli scantinati dei servizi segreti, o hanno una soluzione migliore?
Qualcuno starà pensando: per fortuna ci sono i giornalisti, per raccontare queste cose. Errore: non siamo migliori. Nel prossimo esame per giornalisti professionisti (Roma, 29 aprile) sarà ancora vietato usare il computer: solo macchina per scrivere (non elettrica). Ma i ragazzi di 25 anni non l’hanno mai usata, e incastrano le dita tra i tasti. Alcuni hanno dovuto fare dei corsi, e tutti hanno un problema: dove comprare i nastri, che ormai non vende più nessuno (speriamo che i «Giornalisti» che esordiscono domani su Canale 5 siano più moderni di così). Vi siete divertiti, cari lettori? Bene: ma adesso preoccupatevi. Non è sufficente lodare la New Economy: bisogna costruirla (partendo dal basso, possibilmente; le case costruite dall’alto crollano, come sanno i bambini allenati col Lego).
La passione italiana per le celebrazioni, tuttavia, incalza: abbiamo deciso che siamo nel futuro, e nessuno ci convincerà del contrario. Attenzione, però. Così rischiamo che la «società dell’informazione» venga data per fatta, così come certi libri vengono dati per letti (e gli scioperi per regolamentati, e la corruzione per sconfitta).
Ecco, dunque, un lavoro per i prossimi mesi: impedire che la realtà quotidiana venga superata dalla retorica nazionale (che, notoriamente, corre veloce). L’Italia non è più quella della «Concessione del telefono» descritta da Camilleri. L’Italia è una Ferrari che ha voglia di correre: basta toglierle il freno a mano. Cominciamo dalle piccole cose: le registrazioni Internet avvengano via Internet; e i futuri protagonisti dei new media possano venir giudicati su un mezzo nuovo (neppure tanto, ormai): il computer. Altro che «portale di Stato per il commercio elettronico», presidente D’Alema. Ci pensiamo noi a costruire: lei ci aiuti a levare di mezzo le macerie.
Beppe Severgnini

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