LE DUE ITALIE






A venti giorni dal duemila, una cosa l’abbiamo capita: Internet non è una


brezza, ma un uragano. Fin qui, tutto bene: avremo un argomento di


conversazione mentre aspettiamo Capodanno e il Millennium Bug (ieri la


“Washington Post”, con un catastrofismo degno della nostra imprevidenza,


vaticinava per l’Italia “il ritorno a condizioni di vita da anno mille”).


Il problema, qual è? Alcuni italiani stanno lavorando, investendo,


guadagnando e ragionando con la Rete. Tutti gli altri, aspettano. In cuor


loro, pensano: “Perché agitarsi? Come tutti oggi abbiamo il telefono, così


un giorno avremo Internet”. E’ vero: ma nel frattempo si saranno create due


Italie. Un’Italia che fa, e una che guarda. Un’Italia di “in” e “out”, dove


gli “in” pensano a un secondo computer; e gli “out”, credendo di essere


modernissimi, cambiano telefonino perché sono stanchi del colore. Un’Italia


dove gli “in” leggono, navigano, s’informano, e diventano sempre più


competenti e competitivi; e un’altra dove gli “out” guardano programmi TV


dove il “collegamento internet” è una decorazione, come le tende.


Forse vi farà sorridere, tutto questo: ma non è divertente. Quella


italiana è “un’emergenza che non si vede”, come ha scritto Ferruccio de


Bortoli. Un processo pericoloso, che dovrebbe spingere un governo


(soprattutto un governo di sinistra) a intervenire, prima che sia tardi.


Nella finanziaria, però, ci sono solo mille miliardi in tre anni: pochi.


Una buona iniziativa è rimasta (la cessione agevolata di materiale


informatico dalle aziende ai dipendenti, già sperimentata in Svezia); ma


altre sono scomparse (sgravi fiscali alle famiglie per l’acquisto del


computer, sconti sulla bolletta telefonica). La “e-Europe” (Europa


elettronica) annunciata da Romano Prodi a Helsinki si allontana. Certo:


possiamo inseguire, come con la moneta unica. Ma è faticoso, e non è detto


che ci vada sempre bene.


Che fare? Le scuole si stanno muovendo (finalmente): ma ad aver


bisogno d’istruzione informatica sono i genitori più dei figli. La campagna


di “Pubblicità Progresso”, col suo slogan sorprendente (“Vuoi diventare lo


scemo del villaggio globale?”) poteva funzionare: ma si è vista poco,


giusto il tempo di polemizzare sulle forme, ignorando la provocazione. I


programmi televisivi che si occupano di informatica dovrebbero essere


trasmessi in orari di punta, e affrontare le questioni in modo elementare.


Non a mezzanotte, quando gli unici spettatori sono quelli che i computer li


sanno già usare.


I privati (aziende, distribuzione, servizi) non hanno meno colpe.


Ripetiamolo una volta ancora: moltissimi italiani rimangono “out” per


ignoranza, diffidenza, imbarazzo. Inutile nasconderlo: il computer è più


complicato del telefonino o del televisore. E’ stupefacente che, come


esiste un elettricista o un antennista, non esista un “computerista”: lo


chiamo, e viene a installarmi la macchina, e a collegarmi in rete.


Pretendere che i clienti facciano da soli è assurdo: perché non chiedergli,


allora, di salire sul tetto e montarsi l’antenna parabolica?


Giorni fa, in un negozio di prodotti informatici, parte di una catena


diffusa in tutta Italia, ho assistito a questo episodio. Mamma quarantenne,


figlio quattordicenne: per un quarto d’ora, timidi e a disagio, hanno


ascoltato un commesso spocchioso mentre spiegava (ordinava?) loro quale


macchinario acquistare (un ingombrante computer da tavolo). Alla fine, la


signora ha chiesto se qualcuno poteva aiutarli a montarlo, e a collegarsi a


Internet. Il commesso, sbuffando: “Ah no, quello è affar vostro”. E la


signora: “E se abbiamo difficoltà?”. Risposta: “Dovete riportare qui la


macchina”. Va da sé che il computer non l’hanno comprato.


Due italiani in meno nell’Europa elettronica.


Beppe Severgnini

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