GLI ITALIANI E INTERNET

Dopo l’assalto a Smau, dopo i convegni e le fantasmagorie TV, dopo l’alta
moda “ispirata all’era di Internet” e le promesse (vaghe) della
finanziaria, è bene considerare un dato. Questo: gli utenti Internet in
Francia sono 8 milioni, in Germania 9 milioni, in Gran Bretagna 11
milioni. In Italia, 2 milioni – sebbene siano raddoppiati ogni anno, a
partire dal 1996. Per la Rete è arrivato il momento di ripetere il
consiglio che si dava per lo sport (e il sesso): Basta parlarne! Fatelo.
Diciamocelo. Esiste una sproporzione tra l’eccitazione italiana intorno a
Internet e la diffusione effettiva. E questo è grave. Grave perché Internet
è una rivoluzione, non una moda. E grave perché questa enfasi precoce, non
giustificata dai numeri, produce diffidenza nella “generazione che decide”:
i cinquantenni piazzati alla guida dell’economia e della politica, che
hanno conosciuto la Rete recentemente, grazie al caso o ai figli, e la
guardano con sospetto.
Non è un caso se 56mila aziende italiane usano Internet come vetrina,
ma solo 300 la sfruttano per vendere qualcosa. Il commercio elettronico
“business to consumer” (dal produttore al consumatore) raggiungerà
quest’anno il modesto fatturato di 400 miliardi; più della metà di questi
soldi finirà a ditte straniere. I siti italiani più celebrati e premiati
vendono – per loro stessa ammissione – tre/quattromila pezzi l’anno (quello
del Sole 24 Ore, ad esempio). Tutti dicono che le cifre dell'”e-commerce”
italiano sono destinate a crescere in fretta. Un giorno, certamente. Ma,
quando? E come arrivarci?
Hanno ragione dunque quelli che snobbano Internet? No, hanno torto. Un
computer collegato col mondo è un’invenzione che vale il telefono o la
televisione; e l’economia americana ci ha investito troppo, per
ipotizzare una marcia indietro. Ma i cinici nostrani hanno ragione su un
punto. Occorre smettere di trattare Internet come uno sfizio, un aperitvo,
un salatino: è la bistecca, invece. E, già che ci siamo, bisogna piantarla
di considerare i computer come giocattoli: sono elettrodomestici (nel senso
che stanno in casa, e senza corrente non funzionano). La rivoluzione
avverrà quando i nonni di Bari useranno la posta elettronica per scrivere
ai nipoti a Roma; non quando i trentenni di Milano ne parlano tra di loro a
cena.
Come arrivare all'”alfabetizzazione informatica”? Non tutte le
famiglie italiane hanno in casa un diciottenne, o un ingegnere. Qualcuno
sostiene che il passaggio decisivo è “Internet gratis”. Me lo auguro, ma
non sono sicuro. Secondo me non è il costo, l’ostacolo maggiore alla
diffusione della Rete in Italia. Il telefonino è esploso PRIMA di costare
poco. E negli Usa (sempre citati ad esempio) il servizio del “provider” che
collega a Internet si paga – non invece le singole telefonate urbane (ed
è più irritante un contascatti di un modesto abbonamento annuale).
Forse l’ostacolo vero è un altro. Per adottare definitivamente Internet,
un paese tecnofobo come il nostro ha bisogno di incoraggiamento
(psicologico, prima che finanziario) e, soprattutto, di aiuto. Se qualcuno
ci portasse un computer a casa e ci offrisse assistenza continua (ed
economica), cambierebbe tutto. Gli italiani sono abbastanza intelligenti da
capire la genialità della posta elettronica, quando viene loro mostrata
(non spiegata: mostrata). Non tollerano però di essere abbandonati a se
stessi, davanti a uno scatolone chiuso, un manuale incomprensibile e una
litania di collegamenti, abbonamenti, protocolli e configurazioni.
Telecom ha intuito questo, e ha proposto il servizio “PC facile” – lo
stesso giorno dell’annuncio del riassetto societario di Colaninno, così non
se ne è accorto nessuno (geniale!). L’idea è ripetere ciò che venne fatto
a suo tempo col telefono: ce lo portano a casa, ce lo collegano; tornano se
c’è bisogno. Noi dobbiamo solo comporre il numero .
Non vogliamo entrare in discussioni circa il ruolo
dell’ex-monopolista, e i problemi legati alla concorrenza. Ci limitiamo a
dire questo. Il progetto è ambizioso, ma rischioso: per Telecom, che non ha
mai prodotto computer, ma soprattutto per noi. Se ci arrivassero in casa
macchine inadeguate e tecnici incompetenti, sarebbe la fine. L’Italia che
oggi ha paura di Internet, finirebbe per averne disgusto. E questo non ce
lo possiamo permettere. Il mondo, infatti, non aspetta. A proposito. Nel
2000 Smau dovrebbe aggiornare il significato della sigla: Se Molliamo,
Arriviamo Ultimi.
Beppe Severgnini

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