I BEATLES; STORIA DI UN’EDUCAZIONE

Dal “Corriere della Sera”




Lui dice: “Michelle, ma belle”. E aggiunge: “These are words that go together well” (queste sono parole che stanno bene insieme). Lei mantiene un dignitoso silenzio. Lui ci riprova in francese: “Michelle, ma belle. Sont les mots qui vont très bien ensemble”. Lei, scarsamente impressionata, continua a tacere. Da ragazzo, quando ascoltavo la canzone, pensavo che fosse bella, ma cominciavo a sospettare che gli inglesi, alle prese con altre lingue, diventassero esilaranti. Su ambedue le questioni, non ho cambiato idea.
Questo erano, per noi, i Beatles: un piacere e un esercizio linguistico, un saggio-omaggio di inglesita’ e un repertorio di emozioni. Non una colonna sonora come Lucio Battisti, che inventava e invecchiava con noi. Dei quattro di Liverpool prendevamo le canzoni, e le adattavamo alle circostanze. Importava poco che fossero state composte tra il 1962 e il 1970: i Beatles sono prodotti a lunga conservazione. Non contava che molti riferimenti britannici andassero perduti: i Beatles sono universali. Quando ero innamorato – un evento non insolito – mi sembrava che la tripletta “Michelle”/”Norwegian Wood”/”Girl” (che includeva un profondo sospiro, l’unico suono dei Beatles che ero in grado di riprodurre) potesse vincere qualsiasi perplessita’ femminile. Non sempre accadeva, ma pensavo che forse non la facevo ascoltare nel momento giusto.
O magari era colpa delle cassette su cui registravamo raccolte personali, da dischi che passavano di casa in casa. I prodotti cosi’ ottenuti dovevano adattarsi ai nostri indecifrabili umori, ed essere robusti: li usavamo infatti fino all’usura del materiale, infilandoli in autoradio prototecnologiche, che li inghiottivano con un rumore lugubre. Eravamo gli artigiani della pirateria musicale, e non sprecavamo nemmeno un centimetro di nastro. Se restavano quattro minuti, dovevamo trovare una canzone di quella lunghezza; oppure prendevamo “Hey Jude” e tagliavamo la parte finale – in cui i Beatles, francamente, la tirano un po’ in lungo.
Mi rendo conto che puo’ sembrare un modo inconsueto di sorbire un elisir. Ma la forza dei Beatles era quella. Sono entrati nella vita di tanta gente per la capacita’ di adattarsi a culture diverse – anche quella di una banda di ragazzi lombardi, che li ascoltavano chiusi dentro una Fiat 127. Loro erano interpreti versatili; noi, consumatori duttili. Il fatto che i Beatles avessero attirato i nostri fratelli maggiori, attirassero noi e oggi attirino i nostri figli, significa una cosa sola. Sono “classici”, una categoria per cui Borges ha trovato una definzione impeccabile: opere che le generazioni tornano a frequentare con identico gusto, per motivi diversi.
I miei motivi erano tavolta inconfessabili (o meglio: li avrei confessati volentieri, se qualcuno si fosse degnato di chiedermeli). I miei metodi, non del tutto ortodossi. I Beatles, per cominciare, erano un elisir che ho iniziato a bere dal fondo. Le prime scoperte sono state le ultime canzoni, prodotte nel “periodo peloso” (barbe, baffi, molti capelli), quando il gruppo si era ormai disfatto: “Let it be”, che non sospettavo fosse una preghiera; e l’album “Abbey Road”, che mi aveva ipnotizzato, al punto che durante la prima visita a Londra (1972) ho rischiato di farmi metter sotto mentre attraversavo la strada, come fanno i Beatles sulla copertina (mi era sfuggito un particolare. Loro erano eccentrici, ma inglesi, e passavano sulle strisce pedonali. Io, da bravo italiano, avevo trascurato il particolare).
“Let it be” era l’inno dei balli lenti: chi è intorno ai quarant’anni, ascoltando le prime note, rischia ancora oggi di alzarsi e invitare a ballare la prima ragazza che passa. Le uniche altre canzoni in grado di produrre un effetto simile sono “A whiter shade of pale” dei Procol Harum e “It’s five o clock” di Denis Roussos. Quest’ultima aveva il vantaggio di iniziare con due versi comprensibili anche a chi possedeva un inglese approssimativo: “It’s five o’clock/ and I walk /through the empty streets”, sono le cinque e cammino per le strade vuote. A un adolescente l’immagine sembrava eccitante (se avessi camminato per le strade vuote alle cinque del mattino, i miei avrebbero chiamato la polizia). Cosi’ la pleonastica espressione “o’clock”, dicendo l’ora, mi e’ rimasta attaccata per anni. Mi chiedevano “What time is it?” e io rispondevo “It’s five o’clock”. Loro credevano fosse inglese scolastico, e invece era inglese musicale: citavo Denis Roussos.
I Beatles erano altrettanto accattivanti. Ricordo che il testo di “Come together” era sospettato di contenere pesanti allusioni sessuali (che non c’erano); mentre c’erano nella dichiarazione che precede “Two of us”, e ci erano sfuggite. Sbagliavamo a pronunciare “The long and winding road” (si pronuncia “uainding”, non “uinding”, cosi’ come “rewind” si pronuncia “ri-uaind” e non “ri-uind” – vero, Vasco Rossi?). Della splendida seconda parte di “Abbey Road” capivo, in tutto, dieci frasi. Ma quelle frasi, accompagnate da una musica mai sentita, fatta di rallentamenti dolcissimi e riprese mozzafiato, bastavano per allestire una cosmogonia beatlesiana, nella quale muovere le mie fantasie.
Scoperta la produzione recente, ho preso ad andare indietro (da piccolo, in sostanza, ascoltavo i Beatles ormai grandi; da grande, i Beatles da piccoli). Una grande passione e’ stato il doppio “album bianco”, che mi ha portato a rivalutare alcuni nomi femminili (Martha, Julia) e a intuire gli orientamenti politici dei miei idoli, che apparivano confusi quanto i miei (“Revolution”). La scoperta successiva e’ stata “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, un album del 1967 che ho scoperto nel 1977 (il ritardo effettivo era comunque inferiore: in Italia il 1967 e’ arrivato intorno al 1970). La forza surreale di molte canzoni mi sfuggiva; le sostanze usate per produrre alcune suggestioni (“Lucy in the sky with diamonds”) mi erano ignote. Mi divertiva “With a little help from my friends” (meglio la versione di Joe Cocker, pero’). Mi piaceva “A day in the life”, dove si parlava di “quattromila buchi a Blackburn, Lancashire, e sebbene i buchi fossero piuttosto piccoli, hanno dovuto contarli tutti”. Un’attivita’ insolita, non c’e’ dubbio, e un testo bizzarro per un brano musicale. Ma i Beatles avrebbero potuto cantare le pagine gialle, e io avrei approvato comunque.
Anche i luoghi d’origine del gruppo mi affascinavano. Durante la mia prima visita a Liverpool – primavera 1985, per una partita di calcio – ho costretto il taxista a portarmi alla scuola di John Lennon e Paul McCartney (gli originali Quarrymen), e a indicarmi Penny Lane, dove gli abitanti mi guardavano come un allocco. Siamo stati poi a visitare un piccolo museo dei Beatles, un luogo malinonico dove gli unici visitatori erano giapponesi, e volevano comprare tutto quello che non era avvitato a terra. Al ritorno, passando nelle strade alte sul porto, il taxista, mosso a compassione, mi ha spiegato che da quelle parti abitava “dirty Maggie Mae”. Aggiungendo che si trattava di una prostituta, un particolare che al tempo mi era sfuggito (poco male: la canzone era troppo brusca e movimentata, e non l’avevo associata a nessuna amica).
L’ultimo passaggio – la scoperta dei primi Beatles, quelli che portavano i capelli sugli occhi come me (loro poi hanno smesso; io sto ancora lottando) – e’ stato il piu’ maturo e, quindi, il meno avvincente. E’ avvenuto una decina di anni fa: credo di aver letto addirittura qualche articolo sull’innovazione che il gruppo aveva rappresentato, e alcuni giudizi dotti circa il valore artistico dei quattro componenti. Personalmente, non ho mai avuto dubbi: tant’e’ vero che, quando il gruppo si e’ sciolto, ho seguito solo Paul McCartney (prima) e John Lennon (dopo). George Harrison era troppo esoterico per i miei gusti; Ringo aveva l’handicap di chiamarsi come un pistolero o un biscotto, e mi sembrava l’equivalente del terzino destro nella squadre di calcio: ci vuole, ma e’ difficile innamorarsene.
Da dieci anni ho a disposizione il prodotto completo: da “Love me do” fino a “Imagine”, talmente bella che la considero una canzone postuma dei Beatles. Non sto dicendo che possiedo tutti i dischi. Ma ne ho diversi, e quando non ci sono testimoni, mi cimento in una obbrobriosa forma di karaoke. In automobile, per esempio, dove gridare “Ob-la-di, ob-la-da” (una delle canzoni di cui il mondo avrebbe potuto fare a meno) e’ comunque meno sciocco che parlare al cellulare. Col tempo, ho anche elaborato un uso terapeutico dei Beatles: una canzone per ogni stato d’animo. Malinconia: “Yesterday”. Serenita’: “Here comes the sun”. Ingorgo stradale: “Across the universe”. Buon umore: “All you need is love”. Amore: “And I love her”. Ottimismo: “Getting better”. Preparazione alla pensione: “When I’m sixty-four”. Dopo aver ascoltato l’ennesimo clone di Jovanotti: “Help!”. Eccetera.
La mia passione non e’ passata attraverso i libri (i mezzi con cui ho affrontato invece ogni altro argomento): anche per scrivere quest’articolo mi sono affidato alla memoria e al fervore dell’incompetenza. Eppure sono diventato un ammiratore inossidabile: uno di quelli che hanno perdonato ai Beatles canzoni come “Octopus’s garden”, e hanno dimenticato quanto Paul, John, George e Ringo hanno detto e fatto per rovinarsi la reputazione. Non ho mai cercato di conoscerli: sono certo che rimarrei deluso, cosi’ come si dice rimanesse deluso chi incontrava Mozart. Quei cinque ragazzi – quattro inglesi, un austriaco; tre vivi, due morti – sono solo passaggi che la musica ha scelto per arrivare a noi. E uno non va a intervistare un buco. Mette l’orecchio, ascolta e si commuove.
Beppe Severgnini

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