“SONO UN’ANIMELLA” – Intervista con SOFIA LOREN


Sofia Loren non è mai stata una mia passione. Potevo ben vedere,
guardandola, l’abbondanza dei talenti, ma non riuscivo a
entusiasmarmi. Credo sia una faccenda legata all’età. Quando la
signorina esplodeva sul grande schermo, la mia generazione era
impegnata a pedalare dentro un’automobilina di latta: le uniche
curve che ci interessavano erano quelle che dalla strada scendevano ai garage. Quando, adolescenti, abbiamo iniziato a cercare ispirazione al cinema o in televisione, le giovani dive erano altre.
Più modeste, meno fascinose – le attricette dei primi anni Settanta stavano a Sofia Loren come la 850 Coupé stava alla Lancia Aurelia – ma avevano l’età giusta. Per prendere a bordo le nostre fantasie, potevano bastare.
Sono incuriosito, perciò, mentre salgo le scale di una grande
vecchia casa affacciata su una grande vecchia strada di Roma, piena di gente felicemente indisciplinata. Tra poco – penso ? incontrerò la signora Sofia Scicolone, in arte Loren, sposata Ponti, nata a Roma, cresciuta a Napoli, esplosa in Italia, adottata dall’America e residente in Svizzera. E’ sempre interessante conoscere i monumenti nazionali; se poi piacevano ai nostri papà, tanto meglio.
L’appuntamento è alle dieci del mattino. Arrivo e vengo messo in
salotto ad aspettare. Vorrei accadesse ogni volta, prima di
un’intervista: si ha il tempo di osservare. Vedo divani leopardo,
velluto e pareti a specchio. Noto, su un tavolo, il libro di cucina appena pubblicato negli Stati Uniti (RECIPIES & MEMORIES, Ricette e ricordi). Mi fermo sotto librerie stracariche, dalle quali schiere di libri di cardiologia mi guardano severi: troppi, per essere messi in relazione con l’aritmia parossistica che ha tanto spaventato Sofia Loren, l’estate scorsa, mentre volava da Los Angeles a New York. “Sono di mio cognato, che fa il cardiologo “, dice una voce alle mie spalle. E’ il monumento, che ha il passo felpato e un tailleur rosso che Garibaldi se lo sognava.
Sofia Loren somiglia alle sue fotografie: non sempre càpita.
Porta la gonna sopra il ginocchio e siede come sedevano le signore nei film: disegnando un angolo perfetto con le gambe (perfette anche quelle, devo dire). Per proteggere la sua composizione, prende in braccio un cuscino. Sorride. E’ pronta. La guardo: penso che a vent’anni – vent’anni fa – dovevo essere ben distratto, per non aver notato una quarantenne del genere.
Non glielo dico, naturalmente. Le dico invece: quanto tempo prima
s’era preparata quel grido – “Robertooooo!” – in previsione
dell’Oscar a Benigni?. Perché sa, signora, in Italia eravamo fermi
a “Cirooooooo!”, ma era roba di un’altra classe. L’attrice, essendo un’attrice, non si scompone. “Vede, io cerco di pensare prima a quello che devo fare, ma non ci riesco quasi mai. E quando ci riesco, mi viene male. Faccio le cose d’istinto. Prenda l’affare degli Oscar. L’esitazione era dovuta al fatto che non avevo gli occhiali. E il grido ‘Robertooooo!’ era sollievo, quando ho visto’Benigni’ scritto in grande.”
Non le credo, ma è così bello non credere a una donna tanto elegante. Va al cinema, signora? “Ogni tanto, con mio figlio
Edoardo.” In America? “No, in America no. Mangiano il pop-corn, e il rumore mi dà fastidio”. Con i suoi figli parla inglese?
“Napoletano”. Come spiega la sua popolarità in Italia, anche se
ormai lei torna solo a trovare la sorella e a ritirare premi? “Penso di essere un personaggio un po’ fuori dagli schemi.”
Signora Loren, come può dir questo? Lei è uno schema vivente: un
modello di cui non si contano i tentativi di imitazione. “Guardi che il mio personaggio non è costruito. Davvero io ho sempre paura di non essere all’altezza. L’altro giorno, quando ho stretto la mano a D’Alema, avevo il cuore in gola. Mi sembrava di essere una
ragazzina. In quelle occasioni, è sempre come se fosse la prima
volta. E poi dico ‘Sofia, smettila! Hai fatto questo e quello. Non
puoi agitarti per cose così!’ E invece niente: sono sempre
emozionata. Sotto quest’aspetto di donna spavalda, sono una persona dolce e molto timida. In fondo, sono un’animella”.
Non le dico che “animella” mi fa venire in mente il suo libro
di ricette; non le incertezze – del tutto incerte – della CIOCIARA.
Chiedo invece: quando incontra il presidente Clinton, le accade la
stessa cosa? “Bill Clinton l’ho visto tre volte. Quando sono stata
male, l’estate scorsa, è stato tra i primi a mandarmi un biglietto
in ospedale. L’ho ringraziato, e mi ha risposto.” E il Sexgate? “Gli uomini, lo sappiamo, ogni tanto fanno piccoli errori “. Be’,
signora, non tanto piccoli. “La ragazza poteva sorvolare”. Sbaglio, o le piace poco, Monica Lewinsky? “La Lewinsky rimane quello che è, come Kenn Starr, il procuratore, resta Ken Starr. Mentre Clinton rimane Clinton.” . Sorride. Il mondo è stato rimesso in ordine.
Ogni tanto, quando le domande sono prevedibili, scatta in lei il
pilota automatico. Per esempio, quando le chiedo se intende andare
in pensione (“No. Ritirarsi è una parola triste.”). Oppure di
spiegarmi l’affetto che la circonda (“Penso mi abbia aiutata la
serietà nella vita privata”) – il che è probabilmente vero, ma è una risposta telecomandata (e questo non fa onore a me, che maneggio il telecomando). Provo allora con una piccola provocazione. Il suo libro di ricette – dico – non è piaciuto a Mina, la cantante, che su LIBERAL recita: “Pulcherrima diva, il soffritto no!”. Sofia, l’attrice, canta: “Parole, parole, parole_”. Così anche Mina è sistemata, e possiamo passare ad altro.
Alla guerra in Serbia e nel Kossovo, per esempio. Sofia Loren dice
che è “un dolore personale “, e poi infila una serie di onesti
luoghi comuni sulla “necessità di trovare una soluzione “,
“l’importanza di conservare unità nella Nato”, “la speranza di
evitare l’intervento di terra”. La guardo: capisce che mi aspetto di più. “Vuol sapere se sono d’accordo sulla necessità di intervenire?
Sì. Si è fatto quello che si doveva fare “. E sui probabili, futuri negoziati con Milosevic? “Guardi, non lo so. Come si fa a parlare con un pazzo così, che ha ammazzato tante persone?”.
Anche in una scuola di Denver, Colorado hanno ammazzato tante
persone, e lì non c’era la guerra. Lei, che l’America la conosce,
cosa dice? La signora spiega che alcuni film moderni le fanno paura; che la violenza cinematografica ha un impatto sui giovani; che PULP FICTION non era il suo genere; e che le ha fatto orrore vedere Di Caprio nella parte di uno sterminatore con l’impermeabile. Per vederla sorridere, però, basta aspettare. Racconta di Benigni che,all’inizio della notte degli Oscar, era andato a rassicurarla
(“Sofia, tranquilla. Prometto che non ti salto addosso”); del vuoto lasciato dal suo amico Mastroianni; del cinema italiano “che non viaggia” (“L’America è spietata, da questo punto di vista”); di Gina Lollobrigida (“Mai stata rivalità – da parte mia”). Poi, già che ci siamo, parliamo dell’età delle attrici. “Si vedono, i volti cinematografici che invecchieranno bene. E si capisce subito quali invecchieranno male. Basta avere un po’ d’occhio.”. I primi? “Greta Garbo, Audrey Hepburn.” I secondi? “Ah, no! Sta fresco. Quelli non glieli dico” .
Mi dica allora cosa pensa dell’Italia, con la quale sembra aver
fatto pace, dopo alcune incomprensioni. La signora che mi sta di
fianco – cuscino in braccio, calze color perla, l’angolo delle gambe sempre impeccabile – capisce a cosa alludo. “Immagino lei stia parlando del soggiorno in carcere, nel 1982. Fu un errore del
commercialista. La cifra era dodici milioni, per redditi di
vent’anni prima. Ho scelto io di andare in carcere: altrimenti non
avrei più potuto rientrare in Italia. Pertini poteva concedermi la grazia, ma non l’ha fatto. E’ stato l’epilogo di un incubo
giudiziario-burocratico, indegno di un paese civile come il nostro.”
E’ sicura, signora Loren, che siamo poi tanto civili? Magari da
Ginevra e da Los Angeles la prospettiva risulta un po’ falsata.
Abbiamo un sistema politico barocco, e una vita pubblica dove ci
vuole un eroe per portare avanti qualcosa, ma un ometto può bloccare tutto. La risposta è anglo-partenopea: abile (molto) e tollerante(troppo): “Ma il fascino dell’Italia è questo! Lasciar andare,
essere un po’ furbetti. Se non reca danno a nessuno_” Reca, reca,
signora Loren. “Voglio pensare che non reca”. Non faccio altre
obiezioni. Come si fa a contraddire la donna che ha duettato con
Noël Coward e ignorato una proposta di matrimonio di Cary Grant?
Mi limito a dirle che l’intervista è finita. Propone di andare in
cucina per un altro caffè. Seguo il tailleur rosso-garibaldino che
avanza ondeggiando tra i divani-leopardo. Adesso capisco cosa ci
trovavano, i nostri papà.
Beppe Severgnini

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