MR VIALLI, I PRESUME

Al quattordicesimo piano dell’Economist Building, al numero 25 di St James’s Street, c’e’ una sala da pranzo con grandi vetrate da dove si vede Londra, citta’ orizzontale. Li’ vengono invitati uomini di governo e banchieri affinche’, ammansiti dalle pietanze del cuoco spagnolo Raphael, aiutino a comprendere gli arcani del mondo. Questi personaggi sono interessanti; tuttavia, fanno sempre gli stessi mestieri: politica, economia, banche. Percio’, quando i colleghi dell’Economist hanno saputo che avrei incontrato Gianluca Vialli si sono illuminati: “Bring him over! Portalo qui!”. Cosi’, di giovedi’, arriviamo. Lui, l’ospite, in gessato blu. Io, la guida, con l’abito grigio.
Naturalmente, siamo gli unici due vestiti da inglesi. Gli inglesi sono vestiti da italiani (giacche larghe, scarpe comode). Uno, da calciatore. E’ il capo della sezione Europa, che si e’ strappato un legamento del ginocchio giocando a pallone con una banda di adolescenti, e riesce a indossare solo pantaloni sformati e scarpe da ginnastica. Due colleghe (una esperta di mass-media, l’altra responsabile della sezione americana) sono eleganti e colorate, e parlano di calcio con competenza. Vialli mi guarda. “Tutto regolare”, dico.
Noto, tuttavia, un leggero imbarazzo. I giornalisti, che sanno tener testa ai primi ministri, sono trepidanti davanti al celebre calciatore (ha risollevato il Chelsea, si e’ fatto benvolere a Londra). Il calciatore appare emozionato: capisce – anche perche’ glielo dico subito – d’essere il primo FOOTBALLER ospite dell’Economist in 156 anni di storia. Gianluca Vialli mangia poco, ma capisce le domande e ride alle battute. Risponde con un inglese secco e idiomatico. Dice di averlo imparato su un mio libro. Sono certo che non e’ vero, ma rimango ammirato dal tempismo della bugia.
Lo osservo, mentre affronta l’assalto di questi insoliti tifosi. Il gessato sotto il cranio rasato (“Vado dal parrucchiere di Leboeuf”, dice, citando un compagno di squadra francese e pelato) lo rende vagamente inquietante: e’ come se Lord Astor apparisse vestito da stopper , con i polpacci al vento. I polsi e il colletto slacciato denotano scarsa dimestichezza con le camicie di Jermyn Street. Il cappotto blu con il collo di velluto lo renderebbe indimenticabile, negli spogliatoi di uno stadio; ma quassu’ e’ una prova di buona volonta’, e viene apprezzato. Le immense scarpe nere – inglesi, suppongo – sono vagamente clownesche: ma non piu’ del mio accento lombardo, o della mia camicia a righe.
Eppure Gianluca Vialli non sbaglia una risposta, e la sua modestia – calcolata, probabilmente – lo rende gradito: gli inglesi amano chi sa recitare, a patto che lo faccia bene. L’artificiosita’ non li infastidice: quassu’ la chiamano – a ragione – cortesia. Quando gli chiedono a quale delle sue squadre si sente piu’ legato, risponde “Sampdoria”, e porta l’esempio giusto. “Avevo vent’anni, allora, ed era come essere al COLLEGE. E i compagni di COLLEGE non si dimenticano piu'”. Quando parla di Ken Bates – l’imprevedibile presidente del Chelsea, una sorta di Cecchi Gori in versione sassone – gli occhi lunghi di Vialli s’illuminano. Dice di essergli grato per averlo scelto come allenatore dopo Ruud Gullit, poi scoppia a ridere: “Ken mi chiama OLD BUGGER, vecchia canaglia. Anzi: BOLD OLD BUGGER, vecchia canaglia pelata”. I colleghi inglesi mi guardano ammirati. Un italiano che conosce le parolacce, e sa perfino pronunciarle. Dove sei andato a trovarlo? Provincia di Cremona, dico.
Mentre la colazione procede, e i commensali si rilassano, ho la prova di qualcosa che immaginavo: Vialli funziona, in Inghilterra, perche’ e’ un misto di calcolo e ingenuita’, cortesia e durezza. Una nazione che ha mandato l’efebico Tony Blair a Downing Street non poteva non amarlo: Luca Vialli, allenatore-giocatore-trascinatore, e’ il rimpianto per i capi rocciosi di una volta. Che sia italiano, e’ secondario; il Chelsea e’ una sorta di Onu del calcio, dove sono rappresentate undici nazionalita’. E’ una squadra di Londra e rappresenta, insieme all’Arsenal di Arsene Wenger, uno degli aspetti piu’ affascinanti di questa citta’: l’apertura a tutto cio’ che e’ nuovo, purche’ sia serio, divertente, e funzioni.
E Vialli – non c’e’ dubbio – e’ serio, divertente. E funziona. Ha vinto, nella prima stagione come allenatore, la coppa di lega e la coppe delle coppe. Quest’anno e’ di nuovo in finale di una coppa europea (PER ZAZZERI – GIOCANO GIOVEDI SERA). Forse non vincera’ il campionato, ma ha buone possibilita’ di arrivare secondo, conquistando la Champions League. Tre anni fa, la prima stagione inglese fu un mezzo disastro, tra infortuni e dissapori con Gullit; ma Vialli e’ risorto, prima come calciatore e poi come allenatore: e da queste parti amano le resurrezioni. Il suo successo tra gli inglesi credo si spieghi cosi’: e’ un europeo tosto, ma non impassibile. Uno straniero che arriva e non si lamenta (del tempo, del cibo). Anzi: dice d’essere contento e riconoscente.
Luca Vialli e’ perfettamente inserito in citta’. Racconta, per il divertimento generale, di quando e’ andato per la prima volta al supermercato (Sainsbury’s) e ci e’ rimasto tre ore, tant’era felice di sentirsi uno qualunque. Quando stamattina ci siamo incontrati a casa sua – un appartamento di Eaton Square, mimetizzato tra i colonnati dell’establishment – Vialli mi raccontava con entusiasmo di quando, certe sere, prenota i biglietti del cinema al telefono, guarda il film col popcorn in braccio, e poi torna a casa con un taxi che sbuca con la lucetta accesa da una curva. Sono piccoli miracoli urbani ben noti agli estimatori di Londra. Raccontateli a un tabloid, e vi amera’ per sempre (be’, finche’ non incappate in uno scandalo particolarmente gustoso).
Ci sono anche cose dell’Inghilterra che Vialli dice di amare meno. Ma, guarda caso, sono le stesse che gli inglesi vorrebbero cambiare. Non gli piace – a proposito di giornali – la ferocia della stampa popolare; ne sa qualcosa il suo vice Graham Rix, allegramente sbranato dopo essere finito in carcere per una relazione con una ragazza minorenne (“Mi chiedo pero’ se la discrezione dei media italiani sia rispetto, o connivenza”). Non ama lo snobismo e gli aristocratici, dice, non lo fanno impazzire. Trova eccessiva la riservatezza, e l’imbarazzo che porta due amici a parlare del tempo. E’ perplesso di fronte alla case (“Talvolta sono tutta facciata”), e irritato da alcune sciatterie (“Perche’ certi inglesi girano con i buchi nelle calze?”, domanda. Per farci credere d’avere cose piu’ importanti cui pensare, rispondo.)
Vialli, non c’e’ dubbio, e’ l’italiano piu’ noto nella nuova Gran Bretagna meritocratica, e curiosa dell’Europa. Solo Romano Prodi, nei prossimi mesi, puo’ insidiargli il primato: ma dovra’ vincere qualcosa, e Bruxelles e’ un campo difficile. Vialli e Prodi – insieme a personaggi diversi come Gianfranco Zola, Roberto Benigni e Dario Fo – hanno contribuito a ribaltare lo stereotipo dell’italiano, simpatico ma inaffidabile; gli inglesi hanno capito che dietro i loro sorrisi si nascondono denti d’acciaio. Credo che Luca Vialli si renda conto di questo ruolo, e lo abbia accettato. Sa che gli inglesi ti pesano e ti giudicano: poi, se non li spaventi, ti adottano.
Parlando dell’Italia, alterna critiche e lodi. Le squadre italiane dice, sono meglio organizzate e piu’ professionali; quelle inglesi, piu’ entusiaste e dilettantesche. (“Vi rendete conto che l’altra notte, dopo la partita, siamo tornati da Middlesbrough in PULLMANN, e siamo arrivati alle tre del mattino? In Italia, una squadra affitta un aereo.”). Ma aggiunge: “Non sono sicuro di desiderare che il calcio inglese compia questo passo avanti: diventerebbe meno divertente.” Davanti a un pubblico attento, e felice di non parlare per due ore del Kossovo e dell’euro, Vialli spiega: “Ai giovani calciatori italiani viene insegnato che l’importante e’ vincere a tutti i costi. E’ chiaro, poi, che quelli si buttano per cercare il rigore. Non hanno torto, quindi, i tifosi inglesi quando negli stadi intonano “SAME ITIES / ALWAYS CHEATING i soliti italiani/imbrogliano sempre”. Poi si mette a canticchiarlo, sul motivo del Big Ben. L’Economist ascolta, assorto.
La conversazione prosegue fino ai saluti e ai regali (un ombrello rosso). Luca Vialli, classe 1964, diplomato geometra all’istituto Vacchelli di Cremona, ha mangiato poco, ma ha l’aria soddisfatta; solo i miei colleghi, che chiedono e ottengono autografi per i figli, sembrano piu’ soddisfatti di lui. In ascensore racconta che quando e’ arrivato a Londra tre anni fa sapeva a malapena chi fossero John Major e Tony Blair; adesso adora i serial televisivi americani (“Friends”), come i veri inglesi. Sta pensando, mi dice, di scrivere “Imparare l’inglese con Luca”, un libro per affrontare la lingua in maniera divertente. Gli dico che secondo me tra cinque anni allenera’ una squadra italiana, e tra venti se la compra. Sorride.
Beppe Severgnini

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