DIGIUNI CON SCHUMACHER A BARCELLONA

Da “Sette” – Corriere della Sera




Qualcuno dovrebbe spiegare a Michael Schumacher che, quando si invita qualcuno a colazione, bisogna anche dargli da mangiare. Invece, non accade: l’uomo con la Ferrari mangia (pasta con melanzane), l’uomo con la biro scrive. Fuori dal motorhome, le tinte dell’ inverno catalano: cielo azzurro, muri bianchi, pista grigia, tute rosse. Fin dal mattino, ho visto i colori combinarsi, e tremare sotto un rumore entusiasmante. La cosa mi preoccupa: condurre un neofita quarantenne nel mondo della Formula Uno è come portare uno studente sedicenne a uno spogliarello. Troppa eccitazione, è certo che dirà stupidaggini.
Non solo: anche se mi ha lasciato digiuno, Michael Schumacher è il sogno di ogni intervistatore. L’uomo ha spigoli: non è prevedibile, né “politicamente corretto”. Non cerca di piacere a tutti i costi. Le sue risposte sono spesso meglio delle domande. Anzi: avergli rivolto domande blande è stato – temo, perché non l’ho fatto apposta – una terribile astuzia. Non sentendosi minacciato, e fiutando una clamorosa incompetenza, il pilota della Ferrari ha detto, provocato, spiegato, e affrontato metafore da cui è uscito meno gloriosamente che da una curva (“Un pilota non può diventare amico di un giornalista. E’ come se lei chiedesse a sua moglie se può tenersi anche la girl-friend.” Scusi, Michael, cosa c’entra? “Niente, effettivamente”).
Lo vedo scendere alle nove del mattino da un’Alfa 156, con scarpe da ginnastica e borsa di pelle, e mi viene concesso di pedinarlo ovunque, insieme all’autore di queste foto, Massimo Sestini: dietro alla macchina (da corsa), davanti alla macchina (del caffè), tra le tovaglie rosse del punto-ristoro, in cucina con Francesco Leonardelli detto Bruce, tra i dodici computer dove viene analizzato quanto accade in pista alla nuova F399, fino ai minimi sbalzi di temperatura, registrati attraverso dozzine di cerotti (“thermo-tapes”; in anglo-modenese, “termotàp”). Giro, osservo, resto magnificamente tra i piedi. I tecnici della Ferrari mi guardano e non mi vedono; io li vedo, ma fingo di non guardarli. E’ chiaro che posso osservare tutto perché non capisco niente: fossi un meccanico della McLaren non mi sarebbe consentito avvicinarmi a meno di trecento metri.
Poiché non si può intervistare un uomo col casco in testa, il nostro colloquio viene fissato durante la pausa-pranzo. Mi alleno per pronunciare il nome del mio interlocutore: MISCIAEL SCU-MA-KER (quindi, né Schùmacher, né Schumàcher). Lui dice subito di preferire MAICOL, all’inglese. Provvedo allora a sgombrare il campo da un’altra, ben nota questione linguistica: perché Schumacher, dopo tre anni e mezzo alla Ferrari, non parla italiano? Mentre alcuni connazionali danzano tra i congiuntivi come stilnovisti (Oliver Bierhoff, per esempio), lui si astiene. La spiegazione – azzardo – sta forse nella sua vita: ha un compagno di squadra irlandese, un direttore di scuderia francese, un progettista sudafricano, un addetto-stampa tedesco, un fisioterapista indiano, una casa svizzera e uno sponsor americano. Oggi prova su un circuito spagnolo, dove corre dentro una macchina italiana su gomme giapponesi. Quindi, parla inglese.
Oppure evita la nostra lingua perché, essendo un tipo preciso, vorrebbe esprimersi subito correttamente? “No, no. Vorrei solo imparare l’italiano come ho imparato l’inglese: parlando. Quando gioco a calcio, per esempio, uso l’italiano.” Con chi gioca a calcio? “Con i miei amici, con i tecnici, con il figlio di Montezemolo”. Dove gioca? “A Fiorano, dove capita.” Intendevo: in che posizione gioca? “Mediano destro”. Come gioca? “Così.” Nessuna traccia di genio? “Nessuna. Potrei giocare forse in quarta categoria. Però mi diverto” Le piace l’Italia? “Posso parlare di quello che conosco: il team, la Ferrari. E’ gente affettuosa. Rispetto alla Germania, in Italia c’è MORE CASINO.” Michael Schumacher ammette, senza entusiasmo, di tenersi aggiornato sulla situazione politica tedesca. E, fra Helmut Kohl e Gerhard Schroeder, di preferire Kohl. “Li ho incontrati un paio di volte, ma non posso dire di conoscerli.” Del muro di Berlino, caduto quando lui aveva vent’anni, non ha molto da dire: “La Repubblica Democratica Tedesca l’ho attraversata per andare a correre a Berlino, ma sinceramente non mi sono mai interessato molto a queste cose”. Lo chiamano da fuori perché la macchina è pronta. Lascia la frase e la pasta a metà, esce. Torna dopo dieci minuti, come se fosse andato a portare a spasso il cane. “Dov’eravamo rimasti?”.
Alla Germania, e adesso parliamo dell’euro. Michael Schumacher risponde correttamente, ma è chiaro che il suo cuore è nel sugo con le melanzane. L’intervista scivola via prevedibile, finché non sbaglio due volte. La prima quando, scartabellando tra gli appunti, dico: “Allora si ritira tra due anni. ” (Schumacher: “Questo lo dice lei”). La seconda quando chiedo – per senso del dovere, dopo aver parlato di politica tedesca – se s’interessa alla politica italiana. E lui, tutto contento, con la melanzana a mezz’aria: “THAT I CALL CASINO! Quello sì che è un casino!'”.
“In Italia – spiega – uno non sa mai chi comanda il giorno dopo. Mi ricordo, anni fa, un periodo davvero selvaggio. Poi sembrava andasse un po’ meglio”. Legge i giornali? “No. Guardo la TV” Conosce Di Pietro? “Mai sentito”. Mostra però di sapere chi è Berlusconi. “Io non capisco perché l’opposizione ha fatto di tutto per cacciarlo, quando era primo ministro. Solo perché aveva le televisioni? E che importanza ha? Anche in Germania è accaduto un fatto del genere. L’unica cosa da chiedersi era: stava facendo un buon lavoro?”. Accenno al conflitto d’interessi. Lui passa alle verdure bollite.
Allora gli servo Bill Clinton. L’ha seguito, il Sexgate? “E come potevo evitarlo? Era una bolla di sapone, ed è scoppiata”. Grossa, come bolla. “Colpa vostra. Guardi, in questa storia io sto decisamente contro i media. Penso che negli ultimi tempi si sia esagerato. Diana, Michael Jackson. In questo senso la Svizzera è un buon posto dove abitare. Sono molto sensibili alla privacy.” E l’Italia? “Voi italiani avete rispetto per i personaggi di successo. Vi piacciono proprio. Il problema con voi è un altro: è difficile farvi dimenticare la persona pubblica. Mi rendo conto che spesso i miei rapporti personali sono difficili, per questo motivo. Solo pochi – quelli con cui gioco a pallone, per esempio – riescono a dimenticare chi sono.”
Be’, bravi: non è facile dimenticare che il mediano destro ha corso 117 Gran Premi e ne ha vinti 33. E bravo Schumacher, che continua a rispondere tranquillo, anche se è chiaro che questa è la parte del lavoro che gli piace meno (“Se potessi rinunciare a qualcosa, direi: le interviste, le foto, i media. Ma non posso”). Così andiamo avanti: lui mangia “dry pasta” (personalissima traduzione di “pastasciutta”), io lo guardo e scrivo.
Gli chiedo chi sono le persone che frequenta in Italia, al di fuori dell’ambiente Ferrari. “Batistuta è un amico. Viene spesso a trovarmi al Mugello, quando provo. Con lui è un rapporto paritario. Mi spiace si sia fatto male. Io tifo Florentina (CON LA “L”, NDR), e in questi giorni faccio gli scongiuri.” Che mi dice di Edmundo? “Edmundo? Chi è Edmundo?”
Passo ad altro. Cosa le piace del carattere tedesco, e cosa non le piace? “Mi piace il gusto di prendere un prodotto, lavorarci, migliorarlo, e raggiungere la perfezione. Per arrivarci occorrono però strutture, e queste strutture possono portare rigidità.” Del carattere italiano? “Lo stile di vita. La tensione verso la perfezione però in Italia non la vedo”. E degli svizzeri, tra i quali vive? “Ci sto bene. Ma qualche volta mi arrabbio. Talvolta sono un po’ fiscali. Adesso sto costruendo un garage e occorre aspettare, aspettare. Alla fine potrò farlo, ma ci vuole un mucchio di tempo”. Qual è il posto dove si sente più a suo agio? “Mi piace la Scandinavia. Ho una casa in legno in Svezia. Le vacanze di Natale le passiamo là”. Gli chiedo come fa a essere così tranquillo: new age, cose del genere? “La mia famiglia. Mia moglie e mia figlia. La calma viene di lì”. L’ho letto in una biografia anticipata dal TIMES di Londra, gli dico, allungandogli una fotocopia. L’autore è James Allen, della rete televisiva Itn. “Mai sentito nominare” dice Schumacher serafico, e il suo biografo è sistemato.
Poi aggiunge, quasi si volesse scusare: “Saranno tre o quattro anni che non leggo un libro. Li trovo veramente noiosi.”. Be’, gli dico, siamo pari: io non ho mai guardato una gara di Formula Uno, per lo stesso motivo. Ma adesso sono qui, e capisco di aver commesso un errore. Quindi, Michael, lei deve venire al prossimo Salone del Libro. Se insiste, forse la lasciano anche guidare tra gli stand.
Beppe Severgnini

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