GIORNALISTI SI DIVENTA

Da “La Provincia” di Cremona




Il mio primo articolo è uscito sul quotidiano “La Provincia” di Cremona il 21 gennaio 1979, all’insegna dell’incoscienza. Avevo ventidue anni e frequentavo il terzo anno di università. Il direttore, Mauro Masone, che avevo perseguitato per tutto il 1978 affinchè mi lasciasse scrivere sul suo giornale, mi ha suggerito di raccontare qualcosa sulla grande nevicata scesa su Crema. Gli ho mandato un pezzo intitolato “Carrozzieri a Tahiti”, dove spiegavo che quei bravi artigiani erano destinati ad arricchirsi, rimettendo in sesto le automobili che la gioventù cremasca sfasciava facendo i testa-coda sulla neve, dalle parti dell’Olivetti. Masone non ha battuto ciglio. Ha pubblicato e, dopo qualche tempo, mi ha detto di scrivere il resoconto dei campionati cremaschi di sci. Gli ho spedito un pezzo in cui descrivevo la lotta senza quartiere che contrapponeva le mamme dei concorrenti.
Il direttore della “Provincia” doveva essere sempre più turbato. Ha lasciato passare qualche settimana, poi mi ha chiesto di occuparmi delle elezioni. Ho accettato con entusiasmo e poi, fingendo di non aver capito le istruzioni, mi sono occupato non delle imminenti politiche, ma dell’elezione di Miss Body Leopardo, in programma presso una discoteca della zona.
Non ero un frequentatore abituale di discoteche ma, negli anni che seguivano “La febbre del sabato sera”, era impossibile evitarle. Diciamo che ci andavo di tanto in tanto, rimpiangendo ogni volta d’esserci andato. Somigliavo poco a John Travolta; nel corteggiamento credevo che la mia arma migliore fosse la conversazione, e mi davo ogni volta dell’imbecille per essere finito, a pagamento, in una bolgia dove era impossibile parlare. Quella volta, però, era diverso. La serietà dello scherzo – confondere le miss con gli onorevoli – mi sembrava tale che non intendevo mischiare il dovere col piacere. Avrei privilegiato risolutamente il piacere, che era quello di scrivere un articolo per “La Provincia”. Il dovere di un ventiduenne – corteggiare le ragazze – poteva aspettare. Le ragazze con i body leopardo, oltretutto, non erano il mio tipo.
La discoteca si trovava sulla Paullese, la statale per Milano. Si chiamava OK Club; questo fatto, da solo, avrebbe dovuto mettermi in guardia. Mi sono presentato insieme a un amico con un baule a tracolla, convinto che quel travestimento lo facesse sembrare un fotografo, e non uno studente del Politecnico. Le candidate erano nove. Presentava la serata un piacentino in giacca e cravatta che diceva a tutte “Ragassa, te c’hai delle sans ” (dove “sans”, ho scoperto poi, stava per “chances”, ovvero possibilità). Componevano la giuria: un parrucchiere per signora, un’indossatrice che indossava abbastanza poco, una fotomodella, una hostess e, dulcis in fundo, un “manager industriale”. A un certo punto le nove concorrenti sono sparite, per ricomparire in bikini, pronte per la passerella. Mentre la giuria era ritirata per decidere, il presentatore emiliano ha cominciato a proporre strani giochi, chiedendo al pubblico di portargli prima una moneta da venti lire, poi un regisseno, quindi uno slip. Quando con gli occhi che brillavano stava per proporre qualcos’altro, è arrivato l’annuncio delle vincitrici, trascinate sul palco a ricevere un mazzo di fiori e l’applauso dei fidanzati. Alla domanda se era contenta del piazzamento, la terza classificata ha risposto: “L’importante è partecipare”, guadagnandosi l’applauso del pubblico, colpito dalla sua spiritualità.
Questo ho scritto, sotto il titolo “E’ tempo d’elezioni”, e il direttore della “Provincia” si è trovato a dover decidere: o ero matto, o avevo fantasia. Ha optato per la fantasia, ed è cominciata la mia carriera di studente-giornalista, profondamente diversa da quella di studente-lavoratore. Quest’ultimo, infatti, svolge un’attività (il lavoro) per potersi permettere l’altra (lo studio). Io scrivevo per distrarmi dallo studio di giurisprudenza, che non trovavo particolarmente difficile, ma vagamente noioso, e privo di quella che, già allora, mi sembrava una caratteristica interessante della professione giornalistica: esser pagati per divertirsi.
Ricordo il primo compenso: cinquemila lire. Il reddito (lordo) del 1979 è stato 262.250 lire (scenderà a 250.000 nel 1980 e a 220.000 nel 1981). La routine era questa: battere l’articolo con una Olivetti color panna, correggerlo a mano, ribatterlo, metterlo in una busta e portarlo alla stazione ferroviaria di Crema, da dove partiva il fuori-sacco destinato alla redazione della “Provincia” di Cremona, distante quaranta chilometri. Là il mio pezzo sarebbe stato “passato” da Gianni Curtani (sostituito poi da Luciano Zignani), ribattuto, composto in piombo e stampato, in modo da uscire la domenica, nella pagina “Crema e il cremasco”. La mia rubrica si chiamava “Parlar sul serio”, e sfruttava un gioco di parole – Serio è il fiume di Crema – che avrebbe dovuto provocare il mio allontanamento da qualsiasi organo di stampa. Ma ero fortunato. Qualcuno, alla “Provincia” , trovava divertenti le cose che scrivevo. Non sapevo cosa pensassero i cremaschi, ma lo avrei scoperto di lì a poco.
Devo confessare altri peccati. I primi tre articoli erano firmati con il nome che la famiglia mi aveva assegnato (per via del nonno paterno) e nessuno aveva osato cambiare: Giuseppe. Al quarto articolo sono passato a Beppe, sorprendendo i parenti che, giustamente, hanno pensato a un disturbo della personalità. Invece, avevo fatto i miei conti. Avevo notato che “Giuseppe Severgnini”, in fondo a una colonna di giornale, non ci stava: avrebbero dovuto ridurre il carattere, e questa era una iattura che intendevo evitare. Non solo: prima di un cognome intricato come Severgnini, mi sembrava ci volesse un nome breve, pieno di confortevoli labiali. Beppe non era bello, e si prestava a future crudeltà romanesche (Peppe), nonchè ad errori ( la “Provincia”, il giorno della laurea, offrirà le sue congratulazioni “al collaboratore e amico Bebbe Severgnini”). Però, funzionava. Ero meno certo della mia decisione quando lo sentivo pronunciare, e pensavo chiamassero qualcun altro.
Munito di una nuova firma (e della barba, che rendeva l’insieme più preoccupante), scrivevo ogni settimana il mio articolo su Crema, e lo spedivo a Cremona. Dovevo essere irriverente, ma non troppo: i cremaschi, dai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa, dicono di non sopportare i cremonesi (non è vero; ma non conta). Ogni eccesso sarcastico sarebbe parso una resa all’avversario storico. Un esagerato campanilismo poteva irritare gli abitanti del capoluogo. Non era difficile, tuttavia, trovare un equilibrio. Nonostante la poca distanza da Milano (quaranta chilometri), Crema è lo specchio della provincia italiana. Bastava descriverla, ricordando che talvolta chi si vede riflesso non si piace, e se la prende con lo specchio.
E’ stato scritto che un giornalista, in America, si sente come una zanzara in un campo-nudisti: la scelta è tanto abbondante che non sa da dove cominciare. A Crema, tra il 1979 e il 1981, provavo la stessa sensazione, con una differenza: dei glutei che decidevo di pungere, conoscevo quasi sempre il proprietario. Per un giovane cronista, la città era piena di spunti: dai tifosi della squadra locale detti “canarini” ai positivisti quindicenni pronti per gli anni Ottanta; dai personaggi dei bar fino a una borghesia serena nelle sue certezze, e riconoscibile perché andava a sedersi nei banchi davanti del Duomo (lo so: ci andavamo anche noi). Il trucco era osservare, con un misto di affetto e spietatezza. Far nomi non era necessario: tutti capivano comunque.
Ai cremaschi dedicavo l’attenzione di un entomologo. Li cercavo, li scrutavo, li classificavo e mettevo il tutto per iscritto. Ogni tanto infilzavo un esemplare con un metaforico spillone (non per crudeltà: per il bene della scienza). Era un lavoro delicato. A un celebre giornalista di passaggio qualche imprecisione sarebbe stata perdonata; a un concittadino ventiduenne non veniva condonato nulla. L’analisi doveva essere esatta, e la descrizione abbastanza abile da far sì che ognuno ridesse degli altri, sorridendo con indulgenza di se stesso. Noi cremaschi, benchè viviamo in provincia di Cremona, siamo infatti mezzi bergamaschi: solidi, spicci, spiritosi e all’occorrenza perfidi (qualità apprese durante secoli di comune dominazione veneziana). Non temevo di essere atteso sotto casa: questo no. Mi rendevo conto, tuttavia, che un po’ di prudenza era necessaria, soprattutto quando parlavo dei coetanei. Anche Giacomo Leopardi, se avesse dovuto classificare la gioventù di Recanati, avrebbe incontrato difficoltà; e al sabato, nel villaggio, erano certamente più tranquilli che nella piccola città. Ma tutto è andato bene: per tre anni, non ci sono state proteste. E’ possibile, naturalmente, che nessuno leggesse i miei articoli. Ma questa era un’eventualità luttuosa, che non volevo neppure considerare.
Beppe Severgnini

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