DIARIO MONETARIO IMMAGINARIO

Dal “Corriere della Sera”




Non se ne parla, ho detto a mio figlio. Un euro per un videogioco è troppo. E lui, ovviamente, ha cominciato a protestare. Dice che vuole la moneta con l’omino – l’«uomo vitruviano» di Leonardo, ma a cinque anni non può saperlo – e non intende sentire ragioni. Così, gli dò la moneta con l’omino, che sono duemila lire. Sì, lo so che non dovrei continuare a ragionare in lire, visto che da più un anno ho in tasca soltanto euro. Facevo lo stesso il secolo scorso, da ragazzo, a Parigi: vedevo un prezzo in franchi, e lo convertivo. Era un riflesso automatico. I giapponesi, che a quei tempi avevano i soldi, facevano lo stesso, ma usavano le calcolatrici; io, tutto a mente. L’altro giorno ho trovato in un cassetto una manciata di venti lire color ottone, e mi sono quasi commosso. Mio figlio mi ha chiesto se erano monete antiche. Ho risposto: «Più o meno».
Chi l’avrebbe detto. Sembra ieri che in TV ci chiedevano di scegliere le facce da mettere sulle euro-monete: io ho votato Ronaldo, ma non ha vinto. Quando ho acceso il televisore e ho visto Carlo Azeglio Ciampi a «Domenica In», non ci volevo credere: era come vedere Giampiero Galeazzi al Tesoro. Da allora sono cambiate molte cose (salvo «Domenica In»). Ciampi è al Quirinale, eletto con le vecchie regole – li scelgono tutti piccoletti, i presidenti della repubblica, vai a sapere perchè. D’Alema litiga, come ogni primavera, per la bicamerale. Cossiga ha fondato un nuovo partito: questa volta, però, si è iscritto. Prodi ci ha sorpreso tutti: comunque, ha fatto bene. Era stato bravo, nel ’98, a far digerire ai tedeschi il nostro ingresso nell’Unione Monetaria. Ricordo le feste, all’annuncio: non so come, ma noi italiani riusciamo a trasformare tutto in un campionato di calcio, con le promozioni e le retrocessioni. Per fortuna, quella volta, ci hanno promossi. Mio figlio, adesso, vuole un altro euro. No, due euro sono troppi. Vedete? Li ho in tasca da un anno, e faccio ancora fatica a pronunciarli. Chi ha inventato quel nome s’è dimenticato che i vocaboli italiani terminano per vocale. «Tre euro», «cinque euro e rotti»: non sono cifre, sono scioglilingua. Chissà: forse i nostri amici europei pensavano
che non ce l’avremmo fatta. E invece.
E invece – mi sembra ieri, e sono passati sei anni – abbiamo pagato sorridendo perfino l’eurotassa, pur di essere ammessi nel club (a proposito: più rivisti, quei soldi). Certo, l’ultimo periodo è stato un po’ caotico. Prima, alla fine del Novecento, i titoli di borsa e i titoli di Stato quotati in euro, ma soltanto lire in circolazione: così uno risparmiava in una moneta, e spendeva in un’altra. Poi, la doppia vita: doppie etichettature, doppie prezzature, doppi importi sulle bollette. Poi i nuovi bancomat e i nuovi registratori di cassa (non so come, ma sento che banche e negozi sono riusciti a farli pagare a noi). Poi, a cavallo tra il 2001 e il 2002, l’introduzione delle banconote e delle monete, con i commercianti preoccupati che i consumatori fossero «inibiti negli acquisti durante il periodo natalizio» (ma quando mai). Poi quei sei mesi – da gennaio a luglio 2002 – in cui euro e lire circolavano insieme, con i taxisti che facevano gli schizzinosi, e rifiutavano le lire, neanche fossero rubli sovietici.
Infine, l’estate scorsa, l’annuncio che le lire cessavano di avere corso legale, seguito dal solito panico e dal consueto contrordine: tranquilli, andate in banca e per qualche tempo ve le cambieranno lo stesso. A proposito di banche. Alcune sognavano di imporci una commissione – l’ultima, una specie di regalo d’addio – al momento di convertire le lire in euro, ma sono state bloccate da un regolamento del Consiglio Europeo, sollecitato dal Parlamento. Un studio di fine Novecento, ordinato dalla Commissione di Bruxelles, aveva rivelato che gli istitituti di credito italiani erano i più propensi a far pagare qualcosa a chi voleva – anzi: doveva – cambiare banconote e monete. Alla faccia dell’europeismo.
Diciamolo: nel periodo transitorio (1999-2001), la confusione è stata spettacolare. Le banche – sempre loro – chiedevano l’apertura di un secondo conto corrente in euro, accanto a quello in lire (quindi, doppie spese): poi l’hanno capita, e hanno accettato operazioni in due valute su un unico conto. Ricordo la questione della «continuità dei contratti»: la televisione ne parlava spesso, hanno fatto addirittura uno spot con il ministro della cultura, Fabio Fazio, in cui recitava l’ex-governatore della Banca d’Italia, Antonio. Diceva la legge: «L’euro in quanto tale non può costituire motivo di risoluzione o modifica dei contratti». Chiaro, no? Ciò non toglie che i piantagrane abbiano trascorso mesi trionfali.
C’erano professionisti e artigiani che, negli ultimi quattro anni, non volevano saperne di accettare pagamenti in euro. Io sostenevo che erano obbligati. Loro rispondevano che nel nostro ordinamento gli accrediti, come gli assegni, non hanno «potere liberatorio», e possono essere rifiutati come mezzo di pagamento. In parole povere, in Italia il creditore può pretendere il pagamento in contanti – quindi, necessariamente, in lire, perchè fino al 2002 degli euro circolavano solo le fotografie. Quelle, bisogna dire, non mancavano: c’erano più immagini delle nuove monete sui muri di Milano che ritratti del vecchio Saddam per le strade di Bagdad.
Comunque, è andata. Quella che, francamente, ho trovato insopportabile
è stata l’«eurocosmetica », un campo dove noi italiani, naturalmente, ci siamo rivelati bravissimi: l’euro come decorazione, come citazione, come orpello, come gadget. Pubblicitari e uomini di marketing hanno cominciato ad appicciccare «Euro- » dappertutto: dai treni ai pannolini, da jeans ai conti correnti. Hanno chiamato Euro perfino i bambini e i cani, che non è mai un buon segno. E i computer? Lasciamo perdere i guaiti delle aziende, che si lamentavano di avere sistemi informatici «non in grado di gestire i decimali» (alle scuole elementari anch’io ricorrevo a scuse del genere). Parliamo del mio computer, un rudere del ’97. Per cominciare, sostiene che il vocabolo «euro» non esiste: il programma di controllo ortografico propone di sostituirlo con «Eur», che si dà il caso sia un quartiere di Roma. E la tastiera porta un sacco di segni abbastanza inutili (§,?,ý,×), nonchè diversi simboli monetari ($,¢,¥, £): ma non quello dell’euro. Così, per far uscire quella «epsilon» con le barrette, volevano vendermi uno speciale software, ma occorreva premere tre tasti contemporaneamente. Roba da pianisti, anzi: roba da matti.
I ragazzi, di queste difficoltà, ridono. I quarantenni, combattono. Ma le persone anziane non ne vogliono sapere. L’euro non gli piace, reagiscono come fosse una valuta straniera. Gli chiamano gli zerodipendenti , perchè si sentivano rassicurati dagli enormi numeri in lire. Chi vende prodotti destinati a quella fascia di consumatori – occhiali da lettura, per esempio
– è preoccupato. «Il prezzo in euro ha cambiato il processo d’acquisto», dicono gli esperti. Non so bene cosa voglia dire. Forse che una persona anziana, piuttosto di stare a calcolare quanto costano gli occhiali nuovi, si tiene gli occhiali vecchi. Due anni fa, in tutta Italia, hanno aperto gli «euroconsultori»: volevano evitare che qualcuno morisse d’infarto, leggendo che la pensione era scesa da 1.396.500 a 700. Nel secolo scorso è accaduto qualcosa del genere col bancomat e la carta di credito: chi aveva già una certa età, non ne ha voluto sapere. Così oggi: molti settantenni, invece di «cento euro», dicono «cento lire». Del resto, nella campagna lombarda, c’e’ chi dice ancora «cént frànc », a dimostrazione che i nomi dei soldi restano a lungo nella memoria delle nazioni. Mi sa che per anni, nei testamenti, troveremo frasi come «Lascio un milione a mio nipote», il quale comincerà a tessere le lodi del nonno defunto – prima di accorgersi che si tratta di lire, non di euro.
Comunque, ammettiamolo: funziona. In viaggio, l’euro è comodo. Gli americani lo guardano con rispetto: con le lire, non accadeva. E poi, basta monetine inutili nelle tasche, calcoli continui, piccole rapine travestite da commissioni valutarie. Dieci anni fa, un italiano che partiva per un giro completo d’Europa con un milione di lire, ne spendeva metà in operazioni di cambio; cinque anni fa, ne consumava un terzo. Oggi può usare gli stessi soldi dappertutto. Meno che a Londra, naturalmente. Quando sono andato a vedere il Millennium Dome – nessuno ha ancora capito a cosa serve, ma questo è un altro discorso – ho pagato in sterline. Fra poco, tuttavia, anche gli inglesi entreranno nell’Unione Monetaria: lo hanno deciso nel referendum. Ma Tony Blair, per questa storia, ha rischiato di perdere le elezioni del 2002. Per i capelli, invece, non c’è stato niente da fare. Lui e Veltroni, ormai, non hanno più in comune solo la visione del mondo.
Anche per gli acquisti in Italia, l’euro è meglio. I prezzi furbeschi come 99.900 lire sono scomparsi: «50 euro» fa un altro effetto. Sono esplose le vendite per corrispondenza, con il boom dei cataloghi stranieri: i tedeschi, per esempio, offrono di venirsi a prendere il vecchio frigorifero, come si usa in Germania, se ne compri uno nuovo. Oggi so esattamente dove mi conviene comprare l’automobile: che poi me la lascino riportare in Italia, è un’altra faccenda. Anche le vendite su Internet sono cresciute. Prendiamo i libri. Alla fine del Novecento gli italiani – quelli che usano la Rete, che erano, e rimangono, meno di quelli che ne parlano – hanno scoperto di poterli acquistare in un sito chiamato «Amazon.com», che però stava in America, e aveva libri in inglese e prezzi in dollari. Ora gli editori europei si sono buttati in un mercato reso trasparente
dall’euro. Come dire: meglio tardi che mai.
Certo, l’età dell’euro non è l’età dell’oro. Qualche problema c’è stato, e c’e’ ancora. Alcuni negozi, al momento di cambiare moneta, hanno arrotondato a loro favore: per scoprirli, avrei dovuto girare con la calcolatrice in tasca, e un carabiniere al fianco. Le piccole spese – caffè, autobus, giornale – sono rincarate, alcune anche del 50%, per arrivare al prezzo standard europeo per questo genere di beni e servizi: un euro, duemila vecchie lire. Gli uffici postali non hanno resistito alla tentazione di portare a 0,5 euro l’affrancatura per lettera: si fossero limitati a convertire 850 lire, il francobollo costerebbe 0,47 euro. Altre volte, invece, è andata bene. Prendiamo il telefono. Il costo di uno scatto (127 vecchie lire) sarebbe stato 0,062 euro; Telecom, ci scommetto, è stata tentata di arrotondare a 0,07 euro. Ma non se l’è sentita: in Europa, uno scatto costa infatti 0,06 euro.
Certo, è stata una lunga marcia: il presidente Mao sarebbe stato orgoglioso di noi; il presidente Ciampi lo è di sicuro. Alcuni italiani, devo dire, non ne possono più: ne conosco che quest’estate andranno in vacanza in Grecia, pur di non sentir pronunciare la parola «euro». Possono consolarsi pensando che 370 milioni di persone – da Helsinki a Oporto, da Dublino a Palermo – hanno gli stessi problemi. Vedo che a mio figlio, cinque anni, questi discorsi non interessano. Lui vuole un altro soldino-con-l’omino per il videogioco. Niente da fare, troppo caro. Per distrarlo, lo porterò alla gelateria di piazza Kohl. Sì, proprio Helmut, il papà dell’euro. Certo che è vivo. Ma come potevamo negarla, una piazza, a un uomo che da vent’anni è un monumento?
Beppe Severgnini

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