UN ITALIANO A PARIGI

Da “Qui Touring”








Esistono spettacoli che vanno ammirati in fretta, prima che scompaiano.


Prendiamo gli italiani a Parigi. Esistono stupori, furori, amori e rossori che sono rimasti immutati, dai tempi della contessa di Castiglione a quelli di Toni Negri (per citare due connazionali che hanno movimentato la vita sulla Senna). Alcune novita’, tuttavia, stanno erodendo la condizione di piacevole spaesamento che rendeva riconoscibile un italiano. Pensate all’accordo di Schengen, all’euro e ai telefoni cellulari GSM: un turista che non trova frontiere, non deve cambiare i soldi ed e’ sempre reperibile, smettera’ di essere un turista. E’ vero che restera’ italiano, e cio’ dovrebbe impedire a chi lo osserva d’annoiarsi.


Questi sono comunque momenti di passaggio, mezze stagioni della storia. A Parigi e’ ancora possibile ascoltare italiani che sanno un po’ di francese, e il resto lo inventano; vederli marciare compatti su Versailles, come le folle che nel 1789 andarono a tirar giu’ dal letto Maria Antonietta (senza la comodita’ dei trasporti veloci RER); osservarli mentre lottano con le maniglie delle carrozze, schiacciandole quando occorre girarle e girandole quando occorre schiacciarle; studiarli allorche’ si fermano davanti alle porte d’uscita del metro’, che non somigliano ai lindi cancellini del tube di Londra, ma sono mostri meccanici che aprono cigolando le braccia metalliche, e sembrano sibilare: “Lasciate ogni speranza, o voi che uscite”.


E’ inutile negarlo: poche citta’ al mondo tendono a umiliare il visitatore occasionale piu’ di Parigi, e lo rendono tanto euforico, quando si sente accettato. Sono molti i personaggi che, non richiesti, si incaricano di impartire lezioni agli stranieri. Gli americani temono i taxisti; gli inglesi bisticciano coi negozianti; noi soffriamo i camerieri.


Il rapporto conflittuale tra camerieri parigini e turisti italiani si perde nella notte dei tempi; ma, di solito, avviene tra mezzogiorno e le due, quando al tavolino di un caffe’ – geniale trovata gallica, diamogliene atto – noi commettiamo quei dieci-dodici microerrori che ci rendono impopolari. E’ inutile elencarli: si va da una pronuncia imperfetta a una mancia dimenticata a un commento sui tubolari che a Parigi chiamano baguettes . Diciamo che i camerieri francesi sopportano i turisti incompetenti, a patto che siano disciplinati; e tollerano l’indisciplina, se unita a un’indiscussa competenza. Noi invece siamo incompetenti e indisciplinati, e li mandiamo in bestia.


Le difficolta’ non ci umiliano: ci esaltano. Gli italiani sono gli unici europei che, di fronte alla provocazione della pipi’ a pagamento, se si accorgono di non avere spiccioli, rinunciano al pagamento, ma non alla pipi’. Solo noi italiani, affrontando in automobile l’Etoile, proviamo un senso di eccitazione, e non di panico; cimentarsi col piu’ impegnativo rondo’ del mondo (vi sboccano dodici grandi viali) e’ una sfida in grado di dare un senso alla vacanza. I nostri PPP (passaggi psicologici parigini) sono stati studiati a lungo, e sono ormai prevedibili: sbalordimento (circa 36 ore), generica ammirazione (36esima/48esima ora), fase di rigetto (48esima/72esima ora, il periodo in cui litighiamo coi camerieri), seguita da una sorda invidia per una grande citta’ che ha saputo organizzarsi.


Simpatici mostricciatoli monoposto puliscono le strade; i poliziotti sono ubiqui; classici cubetti di granito (Notre Dame), eleganti cilindri di acciaio (Place Vendome) e classiche mazze di ferro (Place Des Vosges) impediscono la sosta selvaggia. Il milanese che ha negli occhi i mostruosi panettoni gialli anti-sosta della sua citta’ (dove non si vede un vigile), si commuove. Il napoletano rimasto intrappolato dietro un camion che in pieno giorno raccoglie l’immondizia in un vicolo partenopeo, si arrabbia. Cosi’, il romano che visita il futuristico centro d’affari della Défence rimane senza fiato, al pensiero di un’amministrazione che, una volta deciso un grande progetto per la capitale, va fino in fondo: invece di tollerare litigi, proteste, piagnucolii, dispetti, boicottaggi e, alla fine,


l’affondamento dell’idea. E’ la solita storia: i nostri fratelli europei scendono in Italia ad ammirare le antichità, e noi italiani saliamo in Europa per visitare l’organizzazione. Durera’ poco, come dicevamo all’inizio. Non perche’ l’Italia cambiera’ radicalmente (questo, mai); ma perche’ finiremo per abituarci a Parigi.


Beppe Severgnini

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