NAOMI POLITICA

Da “Sette” – Corriere della Sera




Ci sono due tipi di interviste insopportabili, con le donne molto belle. Quelle in cui l’intervistatore, per tutto il pezzo, si dichiara folgorato; e quelle dove, dall’inizio alla fine, si finge indifferente. Mettiamo percio’ le cose in chiaro. Naomi Campbell e’ splendida: anche se indossasse un sacchetto della Standa, la gente si volterebbe a guardarla (fosse un sacchettino, ancora di piu’). Non solo: a differenza di alcune monadi che vagano dietro le quinte delle sfilate di moda (in italiano: backstage ), la fanciulla sembra avere carne sulle ossa e qualcosa dentro la testa. Quest’ultima e’ una piacevole sorpresa. Avevo infatti sentito storie preoccupanti, sul conto di Miss Campbell. Per esempio: quando le dissero che i bagni delle public schools inglesi non avevano porte, lei avrebbe commentato: «Davvero? E come fanno a entrare?».
A proposito di porte: una, noi, ce l’abbiamo. Una porticina che chiude un bunker di lamiera, un metro per due, come quelli dove avvenivano le perquisizioni ai check-points tra le due Berlino. Non so cosa ci faccia, una costruzione del genere, nel tumulto che precede la sfilata di Versace: forse ci chiudono le modelle in crisi ipoglicemica, che delirano e implorano cioccolato. Per intervistare Naomi Campell, tuttavia, il bunker e’ un luogo perfetto: non consente distrazioni. Non tanto quelle dell’intervistata – Miss Campbell appare concentrata come una studentessa all’esame – quanto quelle dell’intervistatore, che altrove si sentirebbe osservato.
Condurre la signorina Campbell fin dentro il bunker non e’ stato facile. Il primo appuntamento era solo una promessa. Il secondo era fissato in un grande albergo di Milano, dove Naomi era alloggiata sotto il nome di Lily Flower (in inglese: giglio). Il terzo e’ slittato dalle 18.30 alle 19.30. L’incontro, infine, avviene alle 21.30. Miss Campbell si presenta con un abito rosso lungo fino al polpaccio, stivali amaranto e un girocollo dorato alto come il collare di un faraone – a dimostrazione che ha ragione Natalia Aspesi quando scrive che la nudita’, per la signorina Campbell, e’ uno strumento di lavoro. Sprecarla per tramortire un giornalista sarebbe un’assurdita’.
Naomi si scusa del ritardo, posa la borsa, si scusa ancora, accavalla le gambe, si scusa per la terza volta, le dico e’ scusata, attacca la prima di molte sigarette con un accendino decorato con volti multicolori di Che Guevara. Poi ascolta attenta. Chiarisce subito alcuni punti preliminari. Il nome, spiega, non si pronuncia Naomi, ma Ne-ómi . E il suo paese d’origine non e’ l’America, come credono in molti, ma la Gran Bretagna. Dico che lo so. E’ nata nel 1970 a Stretham ed e’ andata scuola a Clapham: quartieri londinesi che conosco, perche’ ci ho abitato. Queste conoscenze suburbane si rivelano un’arma a doppio taglio: da un lato, mettono Miss Campbell a proprio agio; dall’altro, la spingono a dilungarsi sulla topografia di Londra, trascurando gli argomenti chi mi interessano: Fidel Castro, Nelson Mandela, Bill Clinton, Tony Blair e Leonardo Di Caprio. Quest’ultimo, se ho capito bene, e’ l’unico con cui Miss Campbell non ha parlato dei problemi del mondo.
Azzardo: con Fidel Castro, dica la verita’, le e’ toccato star molto ad ascoltare. Lei si illumina al ricordo, ed e’ facile immaginare l’entusiasmo del lider maximo. «Oh yeah, he does talk a lot . Oh si’, parla davvero parecchio. Io e Kate Moss siamo state da lui un mese esatto dopo Giovanni Paolo II. Eravamo a Cuba per un servizio fotografico per Harper’s Bazaar, e abbiamo chiesto di incontrarlo. Ha detto subito di si’. Ci ha spiegato che, dopo il papa, eravamo le persone piu’ importanti che vedeva.» Dico: vi avesse messo prima del papa, sarebbe una notizia. Lei non commenta: sta raccontando, e non vuol fare due cose insieme. «Il presidente Castro e’ un un uomo che sa molte cose (a knowledgeable man ). Sa anche di moda. Voleva che gli spiegassimo il sistema degli agenti, era curioso di sapere se possiamo sceglierci il lavoro, oppure ce lo impongono. E poi voleva sapere tutto sul Concorde, l’aeroplano.» E lui, in cambio, vi ha raccontato niente? «Ci ha mostrato come si parla alla folla. Si e’ messo li’, a braccia tese, e ci ha spiegato che e’ piu’ facile parlare a una piccola folla che a una grande folla. Le piazze, ci ha detto, sono particolarmente impegnative.» Questione di voce, immagino. «No, di concentrazione. Almeno, cosi’ ci ha detto. Poi ci ha parlato della rivoluzione, di Che Guevara, di come e’ morto in un incidente aereo. Ci ha mostrato le fotografie.» Vorrei sapere quali fotografie, dal momento che Che Guevara e’ morto in Bolivia, per mano dell’esercito. Ma accetto questa versione pop della storia, pieno di ammirazione per l’anziano Fidel, che mostra le fotografie alle ragazze, come altri mostrano acquari, dischi e francobolli.
Domando se e’ vero che, quando un giornalista americano le ha chiesto se e’ rimasta sedotta da Castro, la risposta e’ stata: «Nessun uomo mi ha mai sedotta.» No, dice. Peccato, rispondo. Poi prende a parlare dei presidenti che ha conosciuto, e mi accorgo che sta svelando uno dei misteri minori della storia contemporanea, ovvero: chi sceglie le sfolgoranti camicie di Nelson Mandela. Gliele porta lei, Naomi Cambell, insieme al dopobarba: camicie italiane (Versace), lozione francese (St Laurent). «Il dopobarba gliel’ho gia’ portato due volte. Adesso che sta per compiere ottant’anni, non so piu’ cosa regalargli. Ma un regalo, di sicuro, glielo faccio. Sa che sono sua “nipote onoraria”?». Le domando cosa vuol dire. Risponde: «Non so bene. Una specie di ambasciatore». Insisto: Miss Campbell, mi dica cosa fa una nipote onoraria. Sa, non ne ho mai incontrate. Nipoti tradizionali, tante. Consoli onorari, qualcuno. Ma nipoti onorarie, nessuna. Lei e’ la prima.
Naomi allora spiega: «Sono una specie di testimone. Per il Nelson Mandela Children Fund. Mi ha chiamato lui, mi sono messa d’accordo con Gianni Versace, abbiamo fissato un appuntamento in Sudafrica. Ma appena prima che ci incontrassimo, Versace e’ stato ucciso, e io non volevo piu’ andarci. Il presidente Mandela mi chiamato e mi ha detto “Non cancellare, perfavore vieni lo stesso”. Sono andata. Ci siamo visti nel suo ufficio a Johannesburg, poi altrove. E’ stato un grande aiuto, anche per me». D’accordo, ma mi permetta di insistere: cosa fa una nipote/testimone/ambasciatrice di Mandela?. «Mi ha chiesto di parlare ai giovani. Per esempio, dei rischi dell’AIDS. Dice che per me e’ piu’ facile. Se parlasse lui, di quelle cose, lo guarderebbero strano.»
Lascio che racconti di Mandela, di quanto lo stima, di quanto sia «positivo», del libro che stanno scrivendo insieme – un reportage sul viaggio in Sudafrica (sul quale Naomi non vuole il proprio nome: le basta scegliere le fotografie). Piacciono molto, gli aggettivi «positivo» e «negativo», all’inglese Naomi: prova che l’America ha lasciato il segno. Positivi sono i nonni arrivati dalla Giamaica in Inghilterra, e tornati dall’Inghilterra in Giamaica. Positiva e’ la mamma Valerie, che l’ha fatta diventare una modella. Positivo e’ l’italiano Gianni Versace, che ha preso quella modella e l’ha fatta diventare il prototipo della bellezza femminile («Gianni amava gli underdogs , quelli che partono svantaggiati. Come me, e come lui»). Positivo e’ l’americano David Letterman, conduttore di late-shows televisivi, che prima di andare in scena le ha detto: non parlare di quanto sia dura fare l’indossatrice: alla gente non interessa; prenditi in giro, invece: alla gente piace. E lei, seduta sulla poltroncina degli ospiti, ha raccontato di quando e’ caduta durante una sfilata a Parigi. E tutti hanno applaudito. Caduta! Proprio lei. Proprio lei che cammina cosi’ bene.
Negativi, invece, sono due amici che l’hanno tradita. Mi sento in dovere di chiederle se li ha perdonati. Dice di si’: la sua regola e’ Forgive but don’t forget (perdona ma non dimenticare). Le domando, questa, dove l’ha letta. Risponde pronta, come una studentessa che conosce la materia, e si stupisce che qualcuno ne dubiti: «E’ mia.» Per caso, e’ mai andata a scuola di relazioni pubbliche? Interviste, conferenze-stampa, cose cosi’? Di nuovo, la studentessa sorpresa: «Mai. So da sola quello che devo dire. Allo stesso modo, so quali abiti non voglio indossare. Quelli troppo provocanti, per esempio.» Penso all’imperiale fondoschiena mostrato durante la sfilata di Gai Mattiolo, e non dico niente. La osservo, invece. Davanti a un taccuino e a un registratore, chiunque tende ad apparire piu’ coerente di quello che e’. Ma Naomi Campbell ha fatto davvero un buon lavoro: o e’ una grande attrice, o e’ molto sincera. In entrambi i casi, e’ ammirevole.
Le chiedo cosa sapeva del Sudafrica, prima di andarci. Di nuovo l’aria da esaminanda. Si concentra. «Sapevo delle sanzioni, dell’apartheid, dei ventisette anni che Mandela ha trascorso in prigione. Di Cuba ho imparato tutto a Cuba; ma del Sudafrica sapevo un po’ di cose. Sono britannica e sono nera, no?». Chiedo come si tiene informata. Dice che vive di CNN negli alberghi, e di Time e Newsweek sugli aeroplani. Chiedo quanto viaggia. Descrive l’ultima uscita: Cuba, Messico, Los Angeles, Londra, Milano, Parigi, India, Dubai, New York – tutto di fila. Chiedo cosa riporta a casa. «Scarpe. Sono un po’ feticista. La societa’ che amministra i miei soldi mi sgrida, per questo». Dico che non ci credo: per intaccare i suoi guadagni di supermodella lo spirito di Imelda Marcos dovrebbe incarnarsi in un millepiedi.
Domando se, a ventisette anni, le piacerebbe avere un bambino. Dice «Molto». Chiedo se ci sta lavorando. Dice: «Ma se non posso nemmeno avere un cane! Gliel’ho detto: sono sempre in viaggio.» Chiedo se porta libri con se’, quando viaggia. Dice che ne sta leggendo due. Chiedo i titoli. Nomina due self-help books (manuali di automiglioramento); del primo, spiega, «occorre leggere una pagina al giorno». Chiedo se legge riviste mondane. Si imbroncia: dice che «possono rovinare un matrimonio, una relazione, una persona». E se questa persona e’ il presidente degli Stati Uniti? Ci pensa un attimo. «Bill Clinton sta facendo il suo lavoro. Non capisco perche’ la gente si impiccia della sua vita personale». Perche’ e’ una vita piuttosto agitata, signorina. La spiegazione non la convince: «Leave him alone! Che lo lascino in pace. L’ho conosciuto: e’ un uomo capace e carismatico». Non so come – sono impegnato nel recitare la parte dell’esaminatore senza debolezze – riesco a chiederle se considera Bill Clinton un uomo sexy. Sorride. «He’s not my type of man , non e’ il mio tipo», risponde. Mi scappa Good for you , buon per te. Poi mi pento.
Naomi, dunque, ha conosciuto Clinton. Tony Blair? No, e le dispiace. Dice che se avesse votato in Inghilterra – non l’ha fatto, non essendo residente – avrebbe scelto lui. E Margaret Thatcher? Tra donne decise dovrebbero intendersi. «Per quelli che potevano permettersela, penso sia stata un bene. Ma per gli altri, per la lower working class , no. Non e’ stata una buona notizia». Guardo la parete del bunker, oltre il fumo delle sue sigarette. Se su quel muro scrivessi “destra/sinistra”, e la obbligassi a scegliere, lei dove si metterebbe, Naomi? «Sinistra», risponde senza esitazioni. Senta, visto che lei ha conosciuto tanta gente importante, lasci che le chieda questo, per chiudere: e’ piu’ affascinante un attore o uno statista? Sorride. “Uno statista deve dirigere un paese, che e’ un lavoro spaventoso, con tutte quelle decisioni da prendere, e quella pressione. Un attore, al massimo, interpreta la parte dello statista: ma solo per otto settimane, il tempo delle riprese. Non c’e’ dubbio: mi piacciono di piu’ gli statisti.»
De Niro e Di Caprio sono serviti.
Beppe Severgnini

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento