IO DONNA

Dal “Corriere della Sera”








Uno dei misteri minori dell’umanita’ e’ il seguente: chi sceglie i pasti di classe economica sugli aerei? Spero li abbiate osservati: l’aspetto e’ quello di cibo per gatti lasciato dieci giorni fuori da una stazione metereologica polare. Le tortine sono rinsecchite, le verdure pallide, i salumi sembrano essere stati affettati col raggio laser. Ormai non e’ piu’ questione di linee aeree. Mentre in classe business (qualcuno la chiama «classe top », sbagliando: la classe dove si viaggia schiacciati come topi e’ l’economy ), le compagnie gareggiano in raffinatezze, i passeggeri delle file dietro si vedono sbattere di fronte un vassoio che verrebbe rifiutato con sdegno anche in un campo-profughi. Domanda: perche’?


Ho cercato di rispondere durante un volo Milano-Londra, dove questa delicata questione dottrinale ha impegnato passeggeri e assistenti di volo per un’ora buona. Le opinioni che hanno riscosso piu’ successo sono tre: 1) Le compagnie aeree intendono punire i passeggeri per aver voluto risparmiare sul biglietto 2) I catering managers – quelli che scelgono i menu’ – non sanno spendere i loro soldi 3) I catering managers sono sadici. A nome della minoranza, rappresentata da me stesso, ho avanzato una quarta ipotesi: forse alla gente quella roba piace. Non ci piace mangiarla; ci piace averne diritto. E, una volta che l’abbiamo davanti, un po’ per pigrizia e un po’ per spirito d’avventura, mangiamo. Per dar forza all’ipotesi, ho invitato i miei interlocutori a guardarsi intorno: quasi tutti i passeggeri avevano accettato il vassoio. E, in un orario folle come le undici del mattino, masticavano qualcosa che era troppo gelido per essere un breakfast e troppo crudele per venir chiamato lunch .


Non pretendo di sondare le profondita’ della mente dei viaggiatori: sono uno di loro, e so che e’ impossibile. Invito soltanto le compagnie aeree ad avere pieta’ di noi: se ci danno qualcosa, la mangiamo. Meglio, quindi, non darci niente. Un bel digiuno volante e’ quello che ci vuole per arrivare in forma smagliante all’aeroporto di Heathrow, della cui strabiliante aerogastronomia ci occuperemo sabato prossimo.


Al Terminal 2 dell’aeroporto londinese di Heathrow vendono tutto quello che si può mettere in borsa e portare su un aeroplano. Per fornire ristoro dopo la fatiche psico-fisiche delle compere (in italiano: shopping), esistono bar di ogni tipo. Ce n’è uno dove servono hamburger standardizzate, un altro dove propongono sandwich incellofanati, un terzo dove offrono salmone scozzese affumicato. Indovinate dove sono andato io.


Ebbene: in questo terzo bar, a differenza degli altri due, si può ordinare un bicchiere di vino o una birra. I clienti si siedono intorno a un bancone quadrato; all’interno, due ragazzi prendono gli ordini. Semplice? No: c’è il problema dei figli. Poichè al banco servono alcolici, i bambini non possono nemmmeno avvicinarsi. Devono sedersi sulle scale, come personaggi di un romanzo di Dickens, e osservare gli adulti mentre mangiano (se fossero gatti o cani, credo sarebbero autorizzati a leccare i piatti; ma questo è un altro discorso).


Non so se avete mai provato a mangiare salmone con un bambino che vi guarda seduto sulle scale: lui ride, ma a voi passa l’appetito. La situazione si era fatta così grottesca, che l’impiegata del vicino banco-informazioni, signora Angela Ward, si è commossa e ha offerto una delle sue sedie girevoli, ponendola dietro le nostre: così il bambino era seduto vicino a noi, senza essere seduto con noi. L’episodio illustra bene la differenza tra vecchia Londra e la nuova Londra: alcune regole rimangono assurde, ma poi intervengono le Angela Ward. Anche questo è un altro discorso, però.


La cosa su cui dobbiamo riflettere è un’altra. La Gran Bretagna, con il suo anacronistico proibizionismo, fa sì che un ragazzo cresca aspettando l’eta del primo bicchiere: poi si sbronza tutti i sabati sera, per quarant’anni di fila. L’Italia, con la sua tollerenza, è rimasto un paese alcolicamente civile. Anche se esistono gli imbecillli che bevono sei birre e poi si mettono al volante, per la maggioranza dei ragazzi italiani sbronzarsi non è una ragione di vita. Ci pensate? Un campo – e non è l’unico – in cui possiamo dare lezioni di civiltà agli inglesi. Signori, champagne! (anzi: prosecco!).


Beppe Severgnini

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