CRISI DI GOVERNO ALL’ITALIANA

(Corriere della Sera)
Le crisi di governo italiane sono difficili da spiegare agli stranieri. Se questi stranieri stanno per mandare in stampa un giornale, e chiedono notizie attraverso un telefono cellulare, e vogliono sapere come mai un governo si dimette nel momento di maggior successo, e domandano perche’ gli avversari vogliono aiutarlo e gli amici vogliono seppellirlo, ebbene: questa crisi diventa inspiegabile. Ovvero: se qualcuno sa riassumere in venti parole quello che e’ accaduto ieri, gli cedo il posto di corrispondente dell’«Economist».


Perdonate se, per una volta, un giornalista racconta il retrobottega del proprio mestiere, ma penso possa illustrare la delicata follia di questo momento politico, e l’opinione che si fanno di noi all’estero. Cominciamo col dire che The Economist «chiude» il mercoledi’ notte; ma poiche’ si vanta di essere un «newspaper» (giornale) e non un «magazine» (rivista), insegue le notizie fino a mezzogiorno di giovedi’. La crisi di un governo in buona salute – un importante governo europeo, non il gabinetto della Moldavia – era certamente una notizia. Cosi’ al pezzo scritto mercoledi’ mattina (la crisi non c’e’), cambiato mercoledi’ pomeriggio (e se ci fosse?), sostituito mercoledi’ notte (c’e’, ma potrebbe non esserci), si e’ aggiunta una quarta versione: Bertinotti ha attaccato il sindacato in un talk-show televisivo, e tenta di rompere la sinistra. Crisi sicura.


Gli inglesi sono gente logica: volevano sapere cosa c’entrava il sindacato col governo, e perche’ una coalizione che stava per portare l’Italia nell’Unione Monetaria Europea si sfalda in un talk-show. Ho promesso che li avrei tenuti informati. Mentre l’Economist , paziente, aspettava l’harakiri del 55esimo governo italiano, e’ cominciato il dibattito cellulare. Prima telefonata da Montecitorio: «Prodi ha lodato il sindacato, e Rifondazione non ha applaudito. E’ crisi». Rispondono da Londra: «Non ci basta. Vogliamo il voto di sfiducia». Seconda telefonata da Roma: «D’Alema fa le barchette di carta e gonfia la guance. E’ finita.». Londra: «Non ci basta: vogliamo sentire la parola “dimissioni”». Terza telefonata da Roma: «Rifondazione vota contro. Hanno detto che Prodi e’ testardo (stubborn ).» Londra: «E’ stato Bertinotti?» Roma: «Non Bertinotti. Diliberto.» Londra: «Chi e’ Diliberto?». Quarta telefonata. Roma: «Non c’e’ piu’ maggioranza.» Londra: «Stiamo chiudendo. Non ci interessa la maggioranza. Ci interessa il governo. C’e’ ancora?». Quinta telefonata. Roma: «Prodi si e’ dimesso. Contenti, adesso?». Londra: «E il voto?» Roma: «Se n’e’ andato per evitare il voto.» Londra: «Andato? Dove?» «Dal presidente Scalfaro.».


Da Londra, a quel punto, silenzio. Giornale chiuso, cellulare scarico. Tre ore piu’ tardi vengo informato che non se la sono sentita di scrivere, un minuto prima di andare in stampa, che il governo Prodi era finito. Il presidente Scalfaro – hanno ragionato – avrebbe potuto non accettare le dimissioni. Mi dispiace, quindi, per gli onorevoli Melandri, Tremonti, Fini, Sanza, Fei, Mussi, Sgarbi, Risari, Pilo; per il ministro Bassanini, il sottosegretario Ayala e Ricardo Franco Levi, portavoce di Romano Prodi, che hanno cercato di aiutarmi a spiegare l’inspiegabile in un tempo impossibile. Sull’ Economist che esce oggi, Prodi – per una questione di tempi tecnici e di puro sbalordimento davanti alle vicende italiane – vive ancora. Gli abbiamo dato una settimana di vita. Siamo stati piu’ buoni di Scalfaro.




Beppe Severgnini


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