COME QUANDO FUORI PIOVE

Da “Qui Touring”




I viaggiatori americani e inglesi hanno due tempi: the time (per stabilire quando si parte) e the weather (per sapere se piovera’ all’arrivo). Noi italiani abbiamo un tempo solo: quando e’ poco, ci porta a pigiare l’acceleratore; quando e’ cattivo, ci induce ad aprire l’ombrello. Settembre e ottobre sono mesi adatti per parlare di ambedue le questioni. Ma poiche’ del tempo cronologico hanno gia’ trattato altri («Settembre, andiamo, e’ tempo di migrare», Gabriele D’Annunzio), ci concentraremo sul tempo atmosferico, deliziosa ossessione del turista italiano.
Possiamo cominciare col sottolineare un paradosso: gli inglesi, del tempo, parlano continuamente; gli americani lo analizzano in modo ossessivo, e lo subiscono con masochismo euforico. Ne’ gli uni ne’ gli altri, pero’, lo temono: non sia mai detto che una gita, a Sheffield o a San Francisco, venga annullata per qualcosa di tanto banale come la pioggia. Anche noi italiani guardiamo le previsioni del tempo, ma lo facciamo con una sorta di rustica diffidenza: in fondo, sospettiamo che vogliano imbrogliarci (il fatto che vengano lette da uomini in divisa, aumenta il sospetto nel nostro cuore di anarchici). Del tempo atmosferico abbiamo un timore superstizioso: la pioggia e’ vista come una punizione celeste.
Piu’ volte mi e’ capitato di osservare le mamme italiane mentre scrutano le nuvole, per stabilirne le intenzioni. Se si convincono che piovera’, l’istinto e’ quello di annullare tutto: gite scolastiche, gite fuori porta, picnic, camminate in montagna. Le piu’ scientifiche chiamano le altre mamme, per stabilire, attraverso un sondaggio telefonico, se e’ il caso di esporre i bambini alle intemperie. Le piu’ coraggiose vestono i figli come palombari, e cominciano a smoccolare verso chi ha organizzato qualcosa di tanto imprevedibile come un’attivita’ all’aria aperta.
Perche’ una mamma inglese tenga il figlio a casa occorre un uragano: e non dev’essere nemmeno tanto piccolo (Tim Parks, nel libro Un’educazione italiana , descrive con efficacia il fenomeno). Per far cambiare progetti a una famiglia americana occorre l’allarme della protezione civile, o un programma particolarmente interessante in TV. Altrimenti si parte, naturalmente senza ombrello (l’attrezzo in America viene giudicato superfluo: ci sono le giacche impermeabili; in Inghilterra e’ invece considerato un indizio di debauche , come il bidet). Notate bene: dietro questa spavalderia anglosassone non c’e’ ne’ incoscienza ne’ machismo (le mamme? come potrebbero). C’e’ semplicemente la convinzione che il tempo atmosferico e’ imprevedibile, e pertanto va preso con filosofia. Una gita-col-sole sara’ una gita col sole: certamente piacevole. Ma una gita-con-la-pioggia non e’ una gita-col-sole fallita: e’ un’altra cosa. E’ una gita con la pioggia, e potrebbe rivelarsi altrettanto divertente.
Questo atteggiamento (il maltempo non e’ la fine del mondo; ovvero: non tutte le pioggie diventano il diluvio universale) e’, a mio giudizio, salutare. Ho sempre ritenuto che il rumore ritmico dei tergicristalli sia allegro; e penso che molti musei, palazzi e castelli, quando offrono un riparo, diventano ancora piu’ interessanti. In un pomeriggio di temporali ho capito di essere affezionato alle scarpe pesanti che, per anni, avevano occupato meta’ dell’armadio: finalmente le vedevo lavorare. E ogni volta, quando spiove, scopro che le pozzanghere sono specchi, anche se mio figlio si ostina a considerarle piscine.
E’ un peccato che molti italiani non capiscano il fascino discreto del maltempo. Mentre gli inglesi distinguono, con gusto da intenditori, tra rain, shower, drizzle, downpour, storm, sleet eccetera, noi diciamo: «Piove» (altri termini del vocabolario sono inutilizzabili. Conoscete qualcuno che guarda dalla finestra e dice: «Niente paura. E’ solo un rovescio, o piuttosto un piovasco.»?). In Italia – a riprova che O sole mio non e’ una canzone, ma un inno pagano – non sappiamo rinunciare a scollature e abbronzature neppure in questi giorni di fine estate, che invece dovrebbero spingere a una sobria e umida meditazione. Il simbolo della nostra nazione meteropatica non e’ l’elmo di Scipio: sono gli occhiali da sole. Non li togliamo nemmeno nelle presentazioni, lasciando i presenti nel dubbio: e’ un mafioso, ha la congiuntivite o e’ soltanto un maleducato?
Beppe Severgnini

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