DIANA, IL MITO E LA MORTE

Dal “Corriere della Sera”




La vicenda umana di Diana Spencer e’ una tragedia iperrealista. La sua morte e’ un concentrato dei nostri interessi e delle nostre preoccupazioni, non tutte confessabili: bellezza e ricchezza, amore e sesso, gioventu’ e malasorte, nobilta’ e lusso, tradimenti e divorzi, popolarita’ e privacy, razza e pregiudizi, velocita’ e vacanze, Parigi, Londra e l’America. Credo che il personaggio restera’ con noi per molto, molto tempo. Credo, insomma, che in pentola stiano gia’ bollendo gli ingredienti del mito.
E’ una parola che va usata con cautela, mito. Nel linguaggio dei giovani, «un mito» e’ un personaggio da ammirare, un oggetto da desiderare, un luogo da visitare. Nel linguaggio dei critici – che studino Carl Jung, Cesare Pavese o la letteratura greca – e’ un termine che viene maneggiato con prudenza, e speso con parsimonia. Piu’ spesso, «mito» e’ un vocabolo che viene sprecato per giustificare la copertina di una rivista, il prezzo del biglietto di un concerto, un attore particolarmente bravo o un’attrice straordinariamente bella.
Diana non era un mito, fino a ieri. Era solo la donna piu’ riconoscibile del pianeta, che e’ una cosa diversa. Una persona bella e complicata, cui sono accadute troppe cose tutte insieme, e la cui vita – occorre dirlo, anche adesso – ha finito per somigliare a una soap-opera scritta in fretta: i suoi vestiti erano favolosi, i suoi amici potenti, i suoi amanti nobili, belli o ricchi (talvolta, le tre cose insieme). Cosa ha trasformato una soap-opera in un dramma, e una giovane donna inglese in un’icona? Risposta facile: la morte, in un’eta in cui non si dovrebbe morire.
Diana se ne e’ andata a trentasei anni, a Parigi, vestita da sera, con l’abbronzatura della Sardegna. E’ un modo insolito di morire. Com’era insolito morire su una strada americana perfettamente diritta, come James Dean, o su un tornante della Costa Azzurra, come Grace Kelly. Morire di pastiglie come Marilyn Monroe, Elvis Presley o Kurt Cobain. Morire di pallottole come John F. Kennedy, John Lennon, Che Guevara o Gianni Versace, per cui Diana, poche settimane fa, piangeva nel duomo di Milano – impeccabile anche nel lutto, fin troppo bella nel corto vestito nero. Pensateci: sono tutte morti improvvise di persone nel pieno del successo e degli anni. Sono tutte morti che hanno prodotto miti, alcuni dei quali non si possono spiegare altrimenti.
La vecchiaia e la malattia ci preparano, in qualche modo, alla morte. Quando la fine arriva troppo presto e del tutto inattesa – non importa se cercata, come quella di Marilyn Monroe, o subita, come quella di Diana – scatena invece un corto circuito. E’ «la morte nell’ordine sbagliato», cui e’ dedicato uno dei film in concorso a Venezia, l’inquietante «The Winter Guest» con Emma Thompson e la madre, Phillida Law. Ma e’ anche la morte che lascia nella nostra memoria una fotografia perfetta di chi se n’e’ andato: poche rughe, niente declino, nessuna delle delusioni e dei dubbi che accompagnano la fine di una carriera o di una vita.
Certo, e’ un atteggiamento superficiale. Ma il mondo e’ superficiale. Le lunghe vite sono complicate: per seguirle e capirle occorrono tempo, amore e pazienza. Le giovani vite interrotte sono, insieme, agghiaccianti e rassicuranti. Ci consegnano pochi ricordi chiari, immagini nitide, vicende eccezionalmente brevi, e brevemente eccezionali. E’ probabile che, se avessero vissuto, James Dean girasse film inutili, Marylin Monroe diventasse una signora sovrappeso e John Fitzgerald Kennedy si trasformasse un uomo d’affari. I figli, gli amanti e gli amici di costoro, certamente, l’avrebbero preferito. Il mondo, no.
Il mondo e’ cinico, e vuole miti inossidabili. In queste ore piange per Diana Spencer, ma in fondo e’ contento. Diana – le sue ultime scelte lo dimostrano – avrebbe potuto trasformarsi in una qualunque Jacqueline Onassis. Invece e’, e sara’ sempre, la Principessa.
Beppe Severgnini

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