IL PAESE DELLE CHIOCCIOLE

Dal “Corriere della Sera”








Se qualcuno avesse dubbi sull’atteggiamento italiano nei confronti della rivoluzione digitale, rifletta su un fatto: il simbolo @ (at), presente in ogni indirizzo di posta elettronica, da noi e’ diventato “chiocciolina”. Siamo dei romantici, non c’e’ dubbio, e questi tentativi di zoomorfismo elettronico ci fanno onore. Ci aspettano giorni difficili, tuttavia. Internet respira in inglese; e non nell’inglese che abbiamo imparato a scuola, o durante una remota vacanza-studio sulla Manica. Il novanta del materiale che transita sulla Rete utilizza una neolingua fatta di abbreviazioni, sigle e segni che i nostri dizionari non registrano ancora, e le nostre menti non capiscono (non subito, non sempre).


L’assalto e’ incessante. In Microserfs , il romanzo di Douglas Coupland dedicato ai turbamenti della gioventu’ informatica (in Italia e’ pubblicato da Feltrinelli), troviamo, gia’ a pagina 19: “It wuz good 2 C hr & 4 once 2 not hav yellng @ me 2 stop B-ng a noosanss “. Nell’inglese consueto, sarebbe: “It was good to see her and for once to not have her yelling at me to stop being a nuisance” . In italiano: “E’ stato bello vederla e, per una volta, non averla li’ che mi urlava di non essere un rompiscatole”.


Nella frase di Coupland salta lo spelling , entrano simboli e pezzi di slang, i numeri sostituiscono le lettere e le lettere assumono vita propria. I segni @ e & sostituiscono at e and . Il numero 2 (two ) rimpiazza la sillaba to , il numero 4 (four ) indica for (per). La lettera B viene usata al posto del suono bi, e la C sostituisce il verbo see (vedere). Il giovane Coupland non inventa niente: si limita a riprendere quello che vede e legge. Sempre piu’ spesso, nell’inglese d’America la lettera R (pronuncia ar ) viene utilizzata al posto di are (voce del verbo essere); U (pronuncia iu ) e’ usato al posto di you (il pronome “tu”); 6 (six ) sta per sex, 8 (eight ) sostituisce la sillaba ate in rate, date, late . E cosi’ via.


Queste acrobazie alfanumeriche sono in grado di gettare nello sconforto qualsiasi purista (ma negli Stati Uniti non ce ne sono, e questo risolve il problema ). Di sicuro, stanno creando una neolingua. La Ferrari bianca di Nichole Brown Simpson – sfortunata, e deceduta, moglie di O.J. Simpson – era targata L84AD8, ovvero Late for a date , “in ritardo per un appuntamento”. L’indirizzo di posta elettronica di O.J. – dicono a Los Angeles – potrebbe essere “O.J.@/Esc”, che si pronuncia: slash, slash, slash, backslash, escape ; “squarcia, squarcia, squarcia, squarcia alla spalle, scappa”. Ovvero: il genere di azioni di cui O.J. e’ fortemente sospettato (Umberto Eco riferiva questa malizia elettronica in una Bustina di qualche tempo fa).


Non e’ finita. A quelli che Domenico Starnone, sul Corriere , ha definito i “nitriti di Internet” (www, http, iiii), si sono aggiunti gli acronimi. Nati sulle chat-lines e nella posta elettronica, al servizio della “conversazione scritta” (in se’, una novita’), hanno sfondato nella lingua quotidiana. Qualche esempio: BTW, By the way, a proposito. IMO, In my opinion, secondo me. IOW, In other words, in altre parole. OIC, Oh I see , Ah capisco. Gli stessi emoticons , derivazioni dello smile-sorriso inventato a Seattle, hanno sconfinato: dal linguaggio elettronico (che intendevano umanizzare) hanno invaso il linguaggio comune (disumanizzandolo). Ve ne mostriamo alcuni, invitandovi a non usarli mai. :-) felice :-( triste :-0 scioccato 😉 strizzata d’occhio.


Qual e’ il movente che spinge a questi esperimenti? Risposta: la fretta, unita a una buona dose di esibizionismo e a un certo gusto enigmistico. Scrivere th@ al posto di that permette di guadagnare una battuta; usare gr8 al posto di great consente un risparmio di due caratteri; battere il simbolo 😉 e’ piu’ breve che scrivere “stavo scherzando”, e meno complicato che essere ironici.


Questo linguaggio usa-e-getta, nato per guadagnar tempo e stupire l’interlocutore, ha convinto molti utenti che la lingua sia come il pongo, e si possa piegare, schiacciare, allungare, bucare e strappare senza danno. Il movente iniziale – la velocita’ – e’ passato in secondo piano; sono subentrate la moda e la pigrizia. Il simbolo @ – l’esempio da cui siamo partiti – e’ ormai ubiquo: nato sulla tastiera di un computer americano, e’ ormai approdato nella vecchia Londra, in St James’s Street, dove il ristorante alla moda si chiama “@venue” (vocabolo ambivalente: puo’ essere avenue , viale; oppure at venue , nel luogo di ritrovo). In Italia, verbi come ceccare e scrollare hanno ormai sfondato. Chi sta seduto davanti a una tastiera, infatti, non intende compiere lo sforzo della traduzione (controllare, scorrere). Preferisce adattare il termine universale: l’operazione e’ piu’ veloce e il risultato sembra piu’ nuovo .


Che nome dare a quest’inglese che, come ha scritto qualcuno, “accetta di essere tutto, nell’ansia di essere sempre”? Come possiamo chiamare questa neolingua che si impone usando ogni mezzo (dai segni alla punteggiatura); che spazza via gli accenti; che assicura di voler “liberare il mondo dalle catene della grammatica” (cito dalla rivista Wired )? Qualcuno ha proposto Netlish , ovvero “l’inglese della Rete” (Net + English ). Altri hanno suggerito Geekicon , vale a dire “il lessico (lexicon ) dei fanatici di Internet (geeks ).” Il Financial Times ha parlato di lingua franca .The Economist di global tongue, lingua globale. Il presidente francese Jacques Chirac di “un enorme rischio per l’umanita’”.


Nomi, noi, ne abbiamo. Abbiamo pero’ un sospetto: che l’inglese, dopo aver conquistato l’America e i computer, si stia facendo s8 x l’@tacco finale. Prepariamoci.


Beppe Severgnini

I VOSTRI COMMENTI
Lascia il tuo commento